Serravalle, il Festival dei Celti
e l’insidia degli stupefacenti

Tutto molto bello ma anche stavolta, come in ogni “movida”, son penetrate le droghe. C’entrano i celti? Pare di no, ma parlare solo di fatalità, forse, non basta

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di Giancarlo Liuti

Da quasi tutti i punti di vista non si può che dir bene – anzi, benissimo – della tredicesima edizione del “Montelago Celcit Festival” che in tre giorni e tre notti ha richiamato a Taverne di Serravalle – Colfiorito è lì a un passo – moltissimi giovani e intere famiglie pure con bambini per un totale di oltre ventimila persone anche straniere (leggi l’articolo). Chi furono i Celti? Un grande e multiforme popolo sparso nell’Europa occidentale e settentrionale fino ad alcune regioni italiane, un popolo il cui massimo splendore risale al terzo secolo prima di Cristo con una identità culturale – lingua, musica, arte orafa, costumi familiari e sociali, orgoglio di sé – che poi ebbe un vistoso declino ad opera della latinità dell’impero romano. Di religione politeista, di idioma indoeuropeo e suddivisi in “sottopopoli” – Britanni, Celtiberi, Galati, Galli e altri – furono proprio i Galli a conquistarsi il maggiore spazio in Italia spingendosi fino alle attuali Marche (la tribù gallica dei Senoni fondò Senigallia, che per l’appunto prese il nome da loro). E chi sono, oggi, i Celti? Ne rimane la memoria e ne rimangono le tradizioni e le immagini con un vistoso rilancio, da noi, nel cinema e in televisione grazie alla popolarità di personaggi quali Asterix e Obelix in cui persiste la distinzione identitaria rispetto alla “romanità”. Ecco, fra l’altro, la ragione per cui la Lega Nord di Umberto Bossi fece propri molti simboli celtici ai tempi dello slogan “Roma Ladrona”.

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Il “Montelago Celtic Festival” si divide in due parti, una di giorno e una di notte. I protagonisti della prima sono vestiti da antichi celti, con armature, elmi, scudi di bronzo, e danno vita a parate, matrimoni, giochi e battaglie, la qual cosa piace soprattutto ai bambini. Nella notte, invece, domina la musica, che è celtica ma si concede anche a ritmiche del rock. E la platea, formata in maggioranza da giovani al di sotto dei quarant’anni, ne è entusiasta perché l’irrompere di suoni e accordi celtici è affascinante. Attenzione: al “Montelago Celtic Festival” io non ci sono stato e ne parlo per sentito dire, il che mi espone al rischio di imprecisioni e inesattezze delle quali mi affretto a scusarmi. Cedo allora la parola ad Antonio Pettinari, presidente della Provincia maceratese, che ha detto quanto segue: “E’ molto bello vedere tantissimi giovani che si divertono in modo pacifico e con spirito solidale”, con l’aggiunta di un elogio agli organizzatori per la disciplina e la pulizia perfino nella raccolta differenziata dei rifiuti. Comunque, anche a prescindere da entusiasmi forse eccessivi, resta fermo che questo festival è la più importante manifestazione estiva all’aperto delle Marche e forse oltre le Marche. Applausi.
Montelago 2015_foto LB (3)Ma perché, allora, ho iniziato col dire “da quasi tutti i punti di vista”? Perché, nella sostanza, le notti musicali e danzanti del festival celtico non differiscono da qualsiasi altra “movida”, e delle “movide” hanno tutto: i balli, sì, ma pure gli sballi. E vengo al punto. Limitatamente – sottolineo il “limitatamente” – a ciò che in quella chiassosa confusione le forze dell’ordine sono riuscite a scoprire, è stato sequestrato oltre mezzo chilo di droghe d’ogni tipo – cocaina, hashish, marijuana, ecstasy – compreso il materiale per confezionarle, pesarle e consumarle (leggi l’articolo). Il tutto nascosto nelle mutande, fra le uova sode, i panini, nelle cucce dei cani e nelle portiere delle auto. Risultato: quaranta persone denunciate di età fra i diciotto e i trent’anni col ritiro di cinque patenti di guida. C’entrano i Celti? Direi proprio di no, sia perché nessuno degli inquisiti sarebbe di quella etnia sia perché, storicamente parlando, non risulta che questo grande popolo abbia mai avuto dimestichezza con certe sostanze. Dunque i Celti non c’entrano. Ma c’entra, eccome, la tipica atmosfera di ogni “movida”, che trasforma le notti in immense discoteche sotto le stelle. Al massimo qualcuno può chiedersi se i Celti, stavolta, avrebbero potuto fare qualcosina di più e di meglio nel prevenire e nel controllare. Chissà. Ma questi interventi, auspicabili in teoria, si rivelano impossibili nella pratica, e lo dimostra ciò che accade in qualsiasi “movida”, celtica, romanica, milanese, palermitana, maceratese, serravallese che sia. Nessuna specifica colpa degli organizzatori, quindi. E allora? Forse solo fatalità. La fatalità di un ultramoderno stile di vita che talvolta – ma ormai è cronaca quasi settimanale – può diventare uno stile di morte.


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