La Resistenza ebbe due volti,
quello armato e quello civile

Un libro di Carlo Ballesi sul vissano Pietro Capuzi e uno di Piero Giustozzi su don Ezio Cingolani parroco di Sambucheto. Le domande, i misteri e gli oblii

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di Giancarlo Liuti

Nel settantesimo anniversario della ribellione in Italia contro l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale di Salò non va dimenticato che accanto all’azione armata dei partigiani vi fu un vasto movimento che si manifestò senz’armi ma con gli stessi ideali e rientrò a pieno titolo in quella che reca il nome di Resistenza. Quando, nell’autunno del ’43, alle migliaia di nostri soldati chiusi in Germania nei campi di concentramento fu proposta la libertà a patto che aderissero alla Rsi, la loro quasi totalità rispose di no. E, sempre in quei mesi, altrettanto negativa fu la risposta della divisione italiana “Acqui” di stanza nell’isola greca di Cefalonia quando i militari tedeschi le intimarono di arrendersi e consegnarsi, dopodiché fecero fuoco e sterminarono cinquemila nostri soldati facendone rotolare i cadaveri nei dirupi e nei burroni.
Venendo a noi ora parlo di due recenti libri che della Resistenza maceratese pongono appunto in evidenza il duplice aspetto, quello armato e quello non armato, ossia “civile”. Uno, dal titolo “Pietro Capuzi e la Resistenza nell’Alto Nera”, è opera di Carlo Ballesi, già senatore, già sindaco di Macerata e fino all’anno scorso sindaco di Visso. L’altro, dal titolo “Don Ezio Cingolani, un eroe senz’armi della Resistenza civile” l’ha scritto Piero Giustozzi cui si debbono varie pubblicazioni di storia locale.

La copertina del libro

La copertina del libro di Carlo Ballesi

Chi fu Pietro Capuzi? Nato a Visso nel 1890, nella prima guerra mondiale venne ferito a Gorizia, si trasferì a Roma dove militò dapprima apertamente poi clandestinamente nel partito socialista tanto che il regime lo mandò al confino, e in seguito visse le vicende del ’43: la caduta del fascismo, la Repubblica Sociale e l’occupazione “manu militari” anche del centro Italia da parte dell’esercito tedesco in stretta collaborazione coi “repubblichini”. Sta di fatto che a novembre un Capuzi non più giovane – aveva 53 anni – tornò nella sua Visso, dove, nell’orbita di altre bande partigiane come la “Spartaco” che già operavano nell’Alto Maceratese sotto la guida dell’irriducibile militarista Ernesto Melis, creò la “Banda dei Ribelli di Monte Cardosa” allo scopo di raccogliervi i renitenti alla leva e i fuggitivi dai campi di concentramento per sottrarli ai rastrellamenti. Non avevano armi, quei “ribelli”, e fu proprio Melis, avvicinatosi a Visso, a fornirgli una trentina di fucili. Ma ben presto si determinò una incompatibilità anche caratteriale fra Melis e il più “politico” Capuzi (a Visso si comportò con grande equilibrio, organizzandovi feste e spettacoli per la popolazione e non astenendosi, in qualche caso, da trattative coi pochi tedeschi che vi circolavano). E nei primi mesi del ’44 fu proprio la lungimiranza di Capuzi a fargli assumere, succedendo a Melis, la direzione operativa delle varie bande non solo dell’Alto Nera. Infine, il 9 maggio del ’44, Capuzi venne catturato dai tedeschi e fucilato nei pressi di Ussita, il che gli valse la medaglia d’oro al valor militare.
Fin qui le notizie per così dire sicure, ma dell’attività di Capuzi in quei trecento giorni dal ’43 al ’44 le notizie sicure non sono molte. Vi furono scontri armati, nel Vissano, coi tedeschi? C’è da supporre di sì, ma non esistono testimonianze precise. Basti pensare che nel 1975 Augusto Pantanetti, presidente dell’Istituto per la storia della Resistenza, era ancora in cerca di dati su Capuzi allo scopo di farne un libro. Per quale ragione la storiografia resistenziale maceratese sapeva così poco di lui? Forse perché Capuzi i contatti li aveva, attraverso la Valnerina, soprattutto coi resistenti umbri e romani e assai meno con quelli del nostro entroterra? Ora, comunque, il libro c’è, in duecento pagine, e l’ha scritto Ballesi. Un libro il cui maggior pregio sta nell’aver messo insieme, con “spirito laico”, vale a dire senza alcun pregiudizio ideologico, tutto ciò che per alcuni testi e per tradizioni orali l’autore è riuscito a trovare di sicuro, o di probabile, o di possibile, o di dubitabile o perfino di contraddittorio.

Carlo Ballesi, ex sindaco di Macerata e Visso

Carlo Ballesi, ex sindaco di Macerata e Visso

Due fatti, in particolare, Ballesi pone in evidenza. Il primo riguarda l’aviolancio su Macereto – la notte del 13 marzo ’44, e a chiederlo sarebbe stato proprio Capuzi – di armi, cibo, vestiario e denaro, pare otto milioni in banconote, che caduti a terra si sparpagliarono a vasto raggio e sarebbero finiti chissà in quali mani se non ci fosse stato Capuzi, il quale, passo dopo passo e affrettandosi per l’imminente arrivo di pattuglie tedesche, li raccolse, se ne gonfiò gli indumenti, li portò da un contadino amico e li chiuse ermeticamente in un trogolo per maiali a disposizione delle attività resistenziali. Il secondo fatto, il 9 di maggio, riguarda la fucilazione di Capuzi, con varie ipotesi sul perché lui si trovava – da solo? – a Macereto e sul perché – una spiata? – i tedeschi andarono a colpo sicuro. Portato a Ussita, Capuzi esibì documenti falsi dai quali risultava essere un esperto d’arte, il che, in un primo momento, parve convincere i tedeschi – non è strano? – ma poi saltò fuori un ex partigiano passato al nemico che rivelò con assoluta certezza l’identità di Capuzi, il quale, dopo essere stato confessato da un sacerdote, fu condotto in una vicina località di campagna e fucilato.
Don Ezio Cingolani copertina libroL’altro libro, quello, in cento pagine, di Piero Giustozzi, è un inno alla Resistenza “non armata ma essenzialmente civile” di don Ezio Cingolani. Nato nel 1910 a Sant’Egidio di Montecassiano da genitori contadini, entrò giovanissimo nel seminario di Recanati e poi, negli anni trenta, in quello regionale di Fano, dove a mano a mano, per l’insegnamento di professori ovviamente cattolici ma contrari al regime, si maturarono le sue idee antifasciste. Ordinato sacerdote nel ’34, gli fu più tardi affidata la parrocchia di Sambucheto, dove, a partire dall’autunno del ’43 e d’intesa con varie famiglie della zona, si dedicò a proteggere e salvare dai rastrellamenti tedeschi e repubblichini i renitenti alla leva, i soldati sbandati, i militari paracadutati delle forze alleate e i prigionieri evasi dai campi di concentramento. Un’attività, questa, che si protrasse fino al ’45, con gran dedizione e ancor più grande fatica. Don Ezio, infatti, era malato di un’infezione ai reni che via via si cronicizzò e gravemente lo debilitò fino a farlo morire quando non aveva ancora compiuto trentott’anni.
Ma veniamo alle vicende del ’44,con don Ezio che, divenuto amico del partigiano Florindo Pirani, ricevette da lui la richiesta di ospitare una radiotrasmittente gestita dal telegrafista Silvio De Arcangelis, un’apparecchiatura, questa, indispensabile per mantenere i contatti con le forze alleate e col governo badogliano del meridione. Don Ezio accettò di buon grado e accolse la radiotrasmittente e De Arcangelis dapprima nei dintorni della parrocchia e poi a Montecassiano presso la casa dei propri genitori. Infine, ma già siamo nel ’45, tutto si trasferì, per ragioni di sicurezza, a Morrovalle, fuori dal territorio di don Ezio.
Attenzione: sia i tedeschi che i “repubblichini” sapevano dell’esistenza della radiotrasmittente ma non riuscivano a trovarla. Avevano però dei sospetti e fu per questa ragione – non l’unica – che il primo d’aprile del ’44 furono arrestati Pirani e don Ezio, entrambi sottoposti a violenze (disse poi Pirani di averlo trovato, durante un confronto, “col viso tumefatto dalle botte”). E ancora attenzione: appena due giorni dopo la città di Macerata, come già accaduto ad Ancona, Chiaravalle, Jesi e Fabriano, subì un bombardamento di aerei angloamericani che causò 110 morti e 200 feriti, la qual cosa fece credere – fu questa la tesi, anni fa, dello studioso di storia Federico Ghergo – che il bombardamento fosse stato richiesto proprio dai partigiani e magari con quella ricetrasmittente. Giustozzi, ora, contesta le idee di Ghergo con prove che gli verrebbero dai piloti degli aerei, dai partigiani e anche da “repubblichini”. Sta di fatto, comunque, che sul capo di Pirani e don Ezio piovve, da subito, quest’accusa e si progettò di farli processare e condannare da un Tribunale di Guerra, il che per la confusione del momento non avvenne. Ma è ragionevole immaginare – dice ora Giustozzi – che quel “terroristico” bombardamento sia stato sollecitato da Pirani e dal suo “complice” don Ezio che si trovavano in carcere proprio a Macerata e perciò avrebbero rischiato la vita?
Un passo indietro. Quanti erano, in provincia, i sacerdoti nelle parrocchie e i frati nei conventi che nutrivano sentimenti antifascisti? Addirittura una sessantina e Giustozzi ne fa l’elenco. Alcuni salirono in montagna e divennero “cappellani” delle bande armate, ma la maggioranza rimase al suo posto facendo ciò che a Sambucheto faceva don Ezio. Quanti ne subirono le conseguenze più dolorose? Anche, come s’è detto, don Ezio, ma soprattutto don Enrico Pocognoni, parroco di Braccano di Matelica, che nel marzo del ’44 cadde in un rastrellamento e venne fucilato sul posto, meritando per questo la medaglia d’oro al valore. Ma, seppur meno dolorose, pure don Ezio le dovette subire. L’otto maggio, dopo 38 giorni di carcere duro, don Ezio fu rimesso in libertà in parte per le sue condizioni di salute ma anche per la mancanza di prove a suo carico. E tornò a guidare la parrocchia, ma solo a tratti, per via dell’inesorabile peggiorare della malattia che il 3 febbraio del ’48 lo avrebbe ucciso all’età, ripeto, di non ancora trentott’anni.
Un accenno, adesso, all’oblio calato sulla figura di don Ezio, un oblio di cui parla Giustozzi nel suo libro. Fu proprio Pirani che nel 1970 si adoperò per far scolpire un suo busto in bronzo e collocarlo sul piazzale della parrocchia di Sambucheto con la scritta “apostolo della libertà”, una scritta che tuttavia, a causa, sembra, del rifacimento della pavimentazione, scomparve, dopodiché il busto fu trasferito nell’interno della chiesa dove tuttora si trova. Nessuna medaglia, per don Ezio. E nessuna celebrazione, se non per la presentazione, lo scorso aprile, del libro di Giustozzi. Chi si ricorda, oggi, di don Ezio? Forse soltanto Giustozzi. Peccato.


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