Salvatore Borsellino agli studenti:
“Sconfiggete quel poco di mafia
che c’è in ognuno di noi”
MATELICA - Il fratello del magistrato, ucciso nella strage di via D'Amelio, ha salutato questa mattina i ragazzi della terza media delle scuole medie. Tra racconti e aneddoti, ha invitato i giovani a "un ricambio generazionale che faccia sentire quel fresco profumo di libertà per cui Paolo ha sacrificato la sua vita"
di Monia Orazi
«La speranza di Paolo siete voi giovani, lui spera che con un completo ricambio generazionale si possa sentire quel fresco profumo di libertà per cui ha sacrificato la sua vita», con queste parole Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, magistrato ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992, ha salutato questa mattina i ragazzi della terza media delle scuole di Matelica ed Esanatoglia. Nell’aula magna della scuola media “Enrico Mattei” ha risuonato potente la voce di un uomo che sta portando per l’Italia la denuncia di quella che ha definito “strage di Stato”, che è costata la vita a Giovanni Falcone e soltanto 57 giorni dopo a Paolo Borsellino. «Sono qui per cercare qualcosa da voi, la speranza, che Paolo non ha mai perso sino all’ultimo giorno della sua vita. Anagraficamente sono suo fratello, ma non posso considerarmi davvero ‘fratello’ perché abbiamo fatto scelte diverse. Spesso chiamiamo fratelli quegli amici con cui condividiamo sogni e speranze, il vero fratello di Paolo è Giovanni», così inizia il lungo racconto, denso di aneddoti, nomi, particolari di quegli anni. Si materializzano dalla bocca di Borsellino, la figura di padre Puglisi, che cercava di togliere i ragazzi dalla “spirale perversa” per offrire loro un’alternativa di vita. Risuona, nelle parole di Salvatore, anche il pensiero di Rita Atria, testimone di giustizia a soli 17 anni, che chiamava zio Paolo il giudice Borsellino, morta suicida pochi giorni dopo il suo assassinio.
«Lei scrisse nel suo diario, che per sconfiggere la mafia, dobbiamo sconfiggere quel poco di mentalità mafiosa, che c’è in ognuno di noi – ha detto Borsellino – cosa fate quando vedete angherie su un vostro compagno? L’espressione di una mentalità mafiosa è anche la prepotenza, va combattuta sin dalla scuola. La vera lotta alla mafia comincia nelle scuole, per sconfiggerla servono un esercito di maestri e professori, la vera lotta alla mafia è quella che fate qui oggi».
Borsellino cita una delle frasi più note di suo fratello: «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola». La paura, incalza Borsellino, è ciò contro cui lottavano i due giudici fratelli. «Un magistrato è un servitore dello Stato, non dovrebbe rischiare la sua vita per questo. Se ciò accade, è perché c’è qualcosa che non va – ha affermato – Paolo e Giovanni rispondevano di avere paura, ma che per vincerla c’era il coraggio. Chi non si fa condizionare nelle proprie azioni dalla paura, allora vive con la schiena dritta». Perchè il giudice Borsellino ha scelto di fare il magistrato, chiede il sindaco Alessandro Delpriori, dopo aver parlato di una sua esperienza con Libera. «Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perchè il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace, per poterlo cambiare», risponde con una frase di Paolo Borsellino. Indica con la voce ferma e gli occhi azzurri, il fratello che non si sente fratello, la strada da percorrere, secondo Paolo Borsellino per la lotta alla mafia è necessario «un movimento culturale e morale che coinvolga tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza».
Prosegue intenso Borsellino: «La scelta di Paolo è stata quella di restare, per amore, nella sua città, a combattere quel tumore, nato nelle regioni del Sud, ma da cui oggi nessuna regione è immune. La mafia ha una grande capacità di eroderci, per gestire i suoi interessi criminali». La metamorfosi contemporanea del più grande cancro italiano è stata ancora illustrata da Borsellino: «La mafia non è più quella della coppola e della lupara. Riesce ad accumulare capitali tali, che equivalgono il prodotto interno lordo degli stati, per questo l’economia criminale, può condizionare quella pulita».
Cita la “prima strage di Stato” di Portella della Ginestra, l’eccidio di lavoratori del 1947 a cui prese parte Salvatore Giuliano. «Il controllo del territorio in Sicilia è stato abbandonato dallo Stato a favore della criminalità organizzata, perché servisse da serbatoio di voti, per poter governare il resto del paese – afferma con voce decisa – la politica ha preso voti dalla mafia ed ha dovuto restituire favori». Il tumore che diventa metastasi, Borsellino parla di Mafia capitale ed Expo, ricorda Carlo Alberto Dalla Chiesa, «lasciato solo a combattere la mafia», ucciso cento giorni dopo il suo arrivo a Palermo, così come accaduto a Falcone e Borsellino. «Lasciando soli questi uomini, lo Stato ferma la lotta alla mafia, se tutte le istituzioni dello Stato lottassero insieme, la mafia non potrebbe aggredire pezzi dello Stato. La politica con la mafia si mette d’accordo», incalza ancora. Muore Falcone ed il fratello lontano, che vive a Milano da decenni, sa che presto toccherà a Paolo. «Lui sino all’ultimo giorno della sua vita ha cercato di arrivare agli assassini di Giovanni, diceva ‘devo fare in fretta’. Sapeva di essere condannato, non faceva più le coccole ai figli, perché così sperava sentissero meno la sua mancanza, quando l’avrebbero ucciso» dipinge ancora quei momenti come se stesse confidandosi con un amico. Il racconto si perde nei dettagli dei resti straziati dal tritolo, il sangue a terra, pezzi di corpi ricomposti, il mistero dell’agenda rossa del giudice Borsellino fatta sparire per sempre da un anonimo ufficiale dei carabinieri, dalla borsa del magistrato rimasta intatta, «Paolo non la lasciava mai, ci scriveva ciò che aveva scoperto, della trattativa tra la mafia e lo Stato per arrivare ad un armistizio».
Da allora l’impegno della famiglia Borsellino, per volontà della madre, è stato quello di chiedere giustizia e verità, che ancora non sono mai arrivate, per questo è nato il movimento “Agenda Rossa”, di lotta per la verità e la giustizia sulla strage di via D’Amelio. Tre processi non sono bastati a definire un quadro completo di quanto accaduto, i finti pentiti per depistare, alle ultime battute Borsellino scandisce i nomi dei “cinque martiri”, che cessarono di vivere in via D’Amelio insieme al fratello. Ai genitori di Emanuela Loi, fu inviata anche la fattura per il trasporto della salma della loro figlia in Sardegna, ricorda Borsellino, aggiungendo anche i nomi di Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Scampato Antonino Vullo, l’autista, grazie alla macchina blindata. Oggi in via D’Amelio c’è un ulivo a ricordarli, insieme alla lapide con i loro nomi, le cui iniziali formano la parola pace. «L’indifferenza è ancora più grave della stessa criminalità mafiosa, la gente subito reagisce, e poi, poco a poco, dimentica. Sono venuto da voi a prendere la speranza che in questo paese le cose possano cambiare», si chiude così il suo discorso, tra gli applausi dei ragazzi, il grazie del preside Antonio Trecciola e degli insegnanti.


