Partecipate, a fine mese i piani di riordino
I nodi del Cemaco e del servizio idrico

L'Ato invita i Comuni ad accorpare i rami d'azienda in tre società consortili per mantenere gli affidamenti attuali del servizio idrico. Il presidente Secchiari: "Con un un'unica azienda ci sarebbero risparmi in bolletta del 7%" Smea verso la liquidazione. Con le nuove leggi dovrebbero cessare o essere dismesse la Task, l'Acquedotto del Nera e il Cemaco, il pozzo senza fondo di tutte le partecipate. I comuni ancora non pensano a come accorpare aziende che svolgono gli stessi servizi a pochi chilometri di distanza.
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CEMACO - Il mattatoio pubblico di Villa Potenza

CEMACO – Il mattatoio pubblico di Villa Potenza

 

di Marco Ricci

C’è solo da sperare che gli enti e le pubbliche amministrazioni maceratesi pongano mano in modo sostanziale e non formale a quel nugolo di società partecipate che il governo centrale è intenzionato a sfoltire. A fine mese scade il termine con cui gli enti, la Regione, la Provincia e i Comuni devono comunicare alla Corte dei Conti i loro piani di riordino, anche se il rischio è che ciascuna amministrazione vada per conto suo, in particolare nel caso di società partecipate da più enti. Le nuove norme statali impongono infatti l’eliminazione (soppressione o liquidazione) delle società e delle partecipazioni societarie non indispensabili al perseguimento delle finalità istituzionali, anche mediante la loro messa in liquidazione o cessione delle quote, nonché la soppressione di quelle con un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti, asupicando inoltre l’aggregazione di società di servizi pubblici locali con rilevanza economica.

Di società partecipate che in Provincia di Macerata andrebbero chiuse o dismesse di sana pianta ne esitono un’infinità, dalla Task srl, alle tre società consortili che hanno la gestione del servizio idrico (SI Marche, Centro Marche Acque, Unidra) al Cemaco, alla Smea, al Centro Agroalimentare, solo per fare alcuni nomi. In alcuni casi sono scatole più o meno vuote che non costano quasi niente ai cittadini ma che, come nel caso del Centro di Macellazione Comprensoriale (Cemaco), sono un vero disastro per le tasche dei contribuenti. Altre società, invece, perché gestori di servizi economicamente rilevanti, andrebbero accorpate per avere bacini d’utenza almeno provinciali, un indirizzo che, al di là della legge, rientrerebbe più banalmente nel comune buon senso. Il dibattito politico, però, non sembra essersi troppo infiammato davanti alla rilevanza della questione, preso come mai dai palazzetti dello sport o dalle campagne elettorali di ogni ordine e grado.

neve a macerata smeaCEMACO E SMEA – Venendo a uno dei casi più spinosi, il Cemaco, il mattatoio comprensoriale non vede da decenni un bilancio in attivo (ad eccezione dello scorso anno, ma per puri motivi contabili) e continua ad essere un pozzo senza fondo di perdite, in particolare lo è stato per il Comune di Macerata che ne detiene la maggioranza delle quote (leggi l’articolo). Non ha personale ma solo amministratori, non ha alcuna funzione istituzionale (anzi, Cemaco non ha proprio funzioni visto che l’attività di macellazione è in affitto a una cooperativa), l’unica speranza nell’Apm (altra partecipata) che potrebbe acquisirne l’area cercando di massimizzare il valore, come più volte ventilato. Non si capisce però per quale fine societario Apm debba imbarcarsi in un’avventura del genere, considerando che le ultime aste sui terreni sono andate deserte. Il Comune, nel suo piano di riordino, avrebbe indicato diverse strade, lasciando – anche correttamente – alla prossima amministrazione il compito di decidere, non fosse altroperché ha già il dilemma dell’acquisto o meno del parcheggio dei Giardini Diaz dalla SaBa. Per Smea, un tempo affidataria del servizio di raccolta dei rifiuti ma ormai senza più funzioni dopo la cessione del ramo d’azienda al Cosmari, si va invece verso la liquidazione.

Foto d'archivio

Foto d’archivio

ACQUALa questione del riordino, come detto, avrebbe dovuto stimolare un minimo dibattito politico e amministrativo fin dal giorno seguente all’emanazione delle nuove regole anche perché, nel maceratese, l’acqua è tra le più care d’Italia. Invece ancora dieci giorni fa l’Ato 3 Marche, l’Ente pianificatore del servizio, ha inviato una lettera a tutti i segretari comunali. “Relativamente alle tre società consortili affidatarie del servizio idrico integrato (S.I. Marche, Centro Marche Acqua e Unidra) – si legge nella lettera – si segnala la necessità di definire per esse un graduale percorso di eliminazione, stante il fatto che non hanno i requisiti per il mantenimento, primo tra tutti un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori.” Le tre società, di fatto, sono scatole vuote che hanno consentito la gestione pubblica del servizio suddividendolo poi tra una decina di società partecipate, tra cui Assm, Atac, Apm, Astea e, da ultima, Valli Varanensi, prima liquidata per perdite (si è mangiata l’intero patrimonio sociale e forse anche di più) mentre dalle sue ceneri nasceva una nuova società, Acqua di Marca, per la gestione solo del servizio idrico nei territori montani. Poi, visto che era impossibile mantenere l’affidamento ad Acqua di Marca, la decotta Valle Varanensi starebbe tornando in piedi. Anche l’Acquedotto del Nera, al momento, dovrebbe rientrerare tra le società da chiudere.

Come uscire da questa situazione lo ha spiegato il presidente dell’Ato, Antonio Secchiari. “Il nostro obiettivo è mantenere l’affidamento pubblico attuale, con i rami d’azienda delle società che svolgono il servizio [Atac, Apm, etc, nda] che andrebbero ciascuno a confluire nella rispettiva società consortile (Unidra, SI Marche e Centro Acqua Marche).” La soluzione, dunque, prevederebbe che il servizio alla fin fine venga svolto da tre sole aziende, con l’incognita dell’Acquedotto del Nera che, presumibilmente, scamperà la mannaia. Ma non si poteva fare di più, andando magari verso un’unica azienda per la gestione del servizio idrico? “Di certo è una prospettiva che la prossima assemblea dei sindaci deve darsi – ha proseguito Secchiari – anche perché, come si evince da uno studio, le bollette sarebbero per i cittadine del 7% meno care. In questi anni siamo passati da una quarantina di soggetti gestori, sostanzialmente i comuni, ad otto società e adesso l’obiettivo è arrivare a tre.”  Ma i sindaci non potevano fin da subito, cogliendo l’occasione della legge, arrivare ad un gestore unico così come accaduto nel vicino Ato 4 per il territorio a cavallo tra il Maceratese e il Fermano? In questo caso, proprio a due passi da noi, si è individuata un’unica società come gestore del Servizio Idrico Integrato, nonché costruttore e proprietario delle reti, con enormi efficienze ed economie facilmente immaginabili. Certo, pensando a come nel 2009, per problemi di campanile, sfumò la fusione tra due partecipate del maceratese, vedendo così andare perduti dieci milioni di euro di finanziamenti europei, forse non c’è troppo da aspettari.

Rimane il fatto di come, nel 2014, si sia arrivati ad avere 11 soggetti per la sola acqua, soggetti che operano su un bacino di 350.000 abitanti, più piccolo di un quartiere di Roma. Come andranno i piani di riordino lo vedremo, ma il rischio è quello che, piuttosto che seguire lo spirito delle norme, si trovino tutti gli escamotage per non cambiare lo status quo, cioè per continuare ad avere servizi parcellizzati tra un nugolo di soggetti in mano ai Comuni stessi e per i cui amministratori, nella sola Provincia di Macerata, si sborsano qualcosa come 700.000 euro l’anno. E c’è fretta di darsi da fare? Sì, anche perché il legislatore ha previsto vantaggi per le procedure di liquidazione messe in atto entro il primo gennaio del prossimo anno. Non si capisce comunque come nessuno si sia mai posto il problema prima, il problema di mettere fine, senza bisogno di una legge statale, a quelle partecipate che hanno inevitabilmente duplicazioni di personale, di consulenze e di costi, i veri costi della politica che i cittadini pagano con le bollette o con la qualità dei servizi. Se i Sindaci non saranno in grado di predisporre un serio riordino, in ogni caso, ci penserà la Corte dei Conti dopo il 31 marzo.



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