L’arte dell’incontro al di là del muro

DAVOLI A MERENDA - Incursioni nel quotidiano in punta di penna

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davoli a merenda newdi Filippo Davoli

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È vero che sono alla soglia dei cinquant’anni, ma non me li sento. Anzi, se non mi specchio con attenzione (e dunque non mi ricordo che ormai ho capelli e barba bianchi, e non da oggi), mi sento ancora un ragazzino. D’accordo, la vita che si modifica con l’andare del tempo, anche “ci” modifica nelle abitudini: da ragazzo, ad esempio, ogni discoteca era la mia, ora credo di non esserci più entrato da circa un decennio e senza rimpianto alcuno.  Però non ho perso mai il gusto di stare tra la gente, di vivere la città nelle sue vie e nelle sue piazze, salutando gli amici che incontro, i negozianti di ieri – in mezzo ai quali sono cresciuto e che resistono, nonostante le difficoltà – e quelli di oggi, con cui si entra in amicizia facilmente, quando si vive fuori e si è ben disposti a socializzare.

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OLTRE IL MURODa un po’ di anni in qua, poi, mi capita un fatto per me totalmente inedito: mi cercano giovani lettori (e giovani scrittori) chiedendomi un parere sulla loro passione letteraria, e consigli sulla loro scrittura. Personalmente, la cosa mi sorprende e finanche mi imbarazza: primo, perché come dicevo non mi ricordo mai di avere circa il doppio della loro età e tanti libri, tante esperienze, sul groppone. Secondo perché, soprattutto, non sono mai convinto fino in fondo di essere capace di soddisfare quel tipo di richieste. Io sono uno che, con la propria scrittura, ha sempre vissuto un rapporto preferibilmente di nascondimento, operoso quanto si vuole. Nella convinzione reale che si ricomincia ogni giorno, e dunque non ci si può mai e poi mai sentire arrivati, tanto meno maestri. Tutto questo per dire che non mi spiego fino in fondo come abbiano fatto a rintracciarmi – e a cercare proprio me – i molti ragazzi che mi hanno raggiunto negli ultimi tre anni. Ci sono altri “scrittori in carriera” che sono sempre sulla piazza a millantare crediti e professionalità: perché dunque cercare proprio me?

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FROLLONILa domanda non ha ancora avuto risposta esaustiva, probabilmente non ce l’avrà mai. Né, per dirla, me ne preoccupo più del dovuto. Però reputo necessario, a questo punto, parlare almeno di loro (dei ragazzi, cioè. Non degli altri): parlare, di Davide Tartaglia, ascolano, laureato in ingegneria e architettura, che ha dato alle stampe il suo Figure del congedo per i tipi di “Italic Pequod”, vincendo il Premio “Guido Gozzano” per l’opera prima. Davide è uno che si alza due ore prima, la mattina, per studiare e leggere i libri di critica e di poesia, prima di andare al cantiere. Parlare di Enrico Marcucci, autore di Fughe e ritorni per i tipi de “L’Arcolaio”. Giovanissimo, ma già con una vita vissuta e sofferta, prima di trovare nella poesia dei maestri un aggancio per ricominciare (e per cominciare anche a scrivere, e con quanta potenza). Di Jonata Sabbioni, prossimo alla seconda pubblicazione, per i tipi de “L’Arcolaio” come la prima, ingegnere fermano che reputo erede naturale di Alvaro Valentini, suo concittadino e nostro indimenticabile docente all’Università di Macerata. Di Emanuele Franceschetti, che è anche un valente chitarrista e allievo di Roberto Zechini, anch’egli prossimo al suo secondo libro per i tipi, stavolta, di Italic Pequod, questo piccolo editore anconitano che sta lavorando davvero molto bene. E infine del sarnanese Riccardo Frolloni, uscito da pochissimo per “Affinità elettive” col suo Languide istantanee Polaroid (con una nota di Davide Rondoni); libro che avrò il piacere e la soddisfazione di presentare il prossimo 29 gennaio alle 18.00 presso la Sala Castiglioni della Mozzi Borgetti, in compagnia dell’autore e dell’amica Lucia Tancredi.

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I primi quattro li ho tenuti “a battesimo”, seguendone passo passo le paure e gli slanci, le ridiscussioni e le tenacie. E rallegrandomi con loro per l’esito felice – nonché per i molti riscontri critici – ottenuti sul campo. Il quinto è un po’ la new entry, ma gli riconosco quella bella semplicità, quella naturalezza, quell’onestà umana e intellettuale che fanno, di questi giovani talenti della nostra terra, tante opportunità di buone cose, sia nell’ambito letterario che in quello quotidiano e – sperabilmente – in quello cittadino e territoriale.

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OLTRE IL MURO 2 defNon so dire, sinceramente, se Macerata possa candidarsi per le proprie attività istituzionali a città della cultura. So che oltre ai miei cinque giovani amici ce ne sono tanti altri – nel settore della musica come in quello delle altre arti, ma anche della critica – che non hanno bandiere sotto le quali riparare o dalle quali farsi promuovere: sono piccoli monumenti viventi, a fianco dei loro maestri e riferimenti; la maggior parte di loro non chiede nulla (ma reputo facile congetturare che sperino di non venir murati come la porta della casa natale di Lino Liviabella in Via Santa Maria della Porta).

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Già: ho cinquant’anni e l’agio di ricordare bene la sorella del musicista, Lina (e la volta che tornò dal Giappone anche il fratello missionario salesiano Leone): ricordo bene la loro casa, sobria e accogliente; il pianoforte dove Lina aveva per tanti anni dato lezioni di piano; la fedele donna di servizio, ormai come una sorella; poi, alla scomparsa dell’anziana signorina Lina, la vendita della casa. E con la sua ristrutturazione, nonostante da almeno quindici-venti anni lamenti sulla stampa la brutta visione di quella porta murata, non c’è mai stato verso di apporre, nell’arcatina murata, almeno un portoncino fittizio.

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Che immagine può dare di sé una “città della cultura” che al visitatore mostri la lapide commemorativa di un proprio figlio illustre musicista, a fianco della sua porta di casa oscurata da una fila impietosa di mattoni?


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