Che senso ha farsi gli auguri
se il futuro non dà speranza?

La situazione non è rosea ma nonostante il pessimismo cronico dell’informazione i segnali positivi non mancano. Allora? Fiducia, signori, e diciamoci Buon Anno!
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Ci sono tre tipi di auguri. Quelli consuetudinari di Buon Natale e Buon Anno anche fra persone che si conoscono solo di vista o non si conoscono affatto e il futuro delle quali non c’interessa né poco né punto. Auguri festevoli, certo, ma con qualcosa di superficiale e sbrigativo che li fa somigliare al buongiorno ella buonasera. Poi quelli che a prescindere dalle ricorrenze del calendario facciamo a chi si trova in difficoltà purtroppo impossibili da superare. Amorevoli, certo, e animati da un moto spontaneo di solidarietà, ma chi li riceve ci guarda mestamente, come fossero pietose bugie. Infine gli auguri altrettanto amorevoli ma più razionali, nel senso che le difficoltà ci sono e tuttavia se ne può uscire affrontandole con la fiduciosa consapevolezza che la realtà può venire in aiuto. Ebbene, per mia natura preferisco gli auguri del terzo tipo. Ed ecco perché nel farli a me stesso e a tutti gli altri ho atteso che cessasse (“Epifania, Epifania, tutte le feste si porta via!”) la pur gioiosa ma frastornante atmosfera del periodo natalizio e ho cercato di capire quali e quante possono essere, realisticamente, le positività del 2015 rispetto all’anno che se n’è andato. Ci sono o non ci sono, insomma, prospettive capaci di farci coraggio?
Dico subito che in questa mia impresa non sono aiutato dall’informazione a livello non soltanto locale e non soltanto italiano ma dell’intero Occidente. Un’informazione fra i cui compiti figura giustamente la denuncia delle cose che non vanno bene ma in primis dovrebbe figurare la rappresentazione oggettiva della realtà, comprese le cose che invece vanno bene. Magari poche, ma ce ne sono. E come le rappresentano i telegiornali, i talk show, la carta stampata, i quotidiani on line e i relativi commenti? Non le nascondono, intendiamoci, ma vi riservano spazi di secondo piano, le riportano con punti interrogativi come a far sospettare che non siano vere e le fanno accompagnare da opinioni scettiche, polemiche e sarcastiche di un esercito di esperti o sedicenti tali. Il risultato, quindi, è che le “bad news” (le notizie cattive) hanno il sopravvento sulle “good news” (le notizie buone), la qual cosa fa crescere oltre misura la sfiducia degli spettatori e dei lettori, ossia di noi tutti, nel presente e, peggio, nel futuro. E che mai potremmo augurarci, poveretti, se l’anno nuovo ci viene descritto con un simile pessimismo?
Però attenzione. Anche nell’informazione sta accadendo qualcosa di nuovo, benché ancora agli inizi. Come s’insegna alla scuola di giornalismo della Columbia University, la gente comincia a stancarsi di essere sommersa da un diluvio di notizie allarmanti. E visto che le “good news” ci sono e sono vere, il consiglio è di dargli più spazio. I primi segni concreti di questa svolta giungono proprio dagli Stati Uniti e cominciano a prender corpo nella rete televisiva Cbs, nel quotidiano cartaceo Washington Post e in altri minori organi d’informazione. E da noi? Il Corriere della Sera, ad esempio, ha deciso di dedicare un inserto settimanale (“Buon giorno, Italia!”) alle sole notizie positive. Anche nel nostro limitato territorio maceratese, del resto, non mancano eccellenze, non mancano storie di imprese e persone che resistono alla crisi e si fanno strada. Si dirà che ci sono pure tanti fallimenti, con aziende e negozi che chiudono, con adulti che hanno perso il lavoro e giovani che non riescono a trovarlo. Verissimo. Ed è sacrosanto metterlo in luce. Ma non è l’unica faccia, questa, della nostra realtà.
Sentite cosa dice il Corriere nel presentare la sua iniziativa: “Purtroppo i media offrono l’immagine di un paese depresso e di pessimo umore, e appena si dice o si scrive che l’Italia fa schifo gli italiani ti applaudono. Manca dunque un quadro d’insieme che ai molti fallimenti unisca i molti casi di successo. Per ripartire, insomma, l’Italia deve cambiare le propria visione di se stessa”. E “Numero zero”, il nuovo romanzo di Umberto Eco, allude alla non buona qualità del giornalismo italiano. E attenti: l’informazione, che non a caso vien definita “quarto potere”, è fondamentale nel condizionare e perfino creare l’opinione pubblica. Ecco perché questi pur iniziali ripensamenti della funzione del giornalismo contribuiscono a farmi credere che l’augurio di buon anno non sia assurdo.
Venendo a noi, uno dei tanti possibili auguri è che a Macerata, a Civitanova e in tutta la provincia vi sia non dico la scomparsa, la qual cosa è impossibile, ma almeno un calo della cosiddetta “piccola criminalità”, quella dei furti nelle case, nei negozi e nei centri commerciali. Stando a quanto riportato ogni giorno dalla cronaca, infatti, il 2014 è stato caratterizzato da una forte crescita di questo fenomeno predatorio, con episodi che talvolta hanno messo a rischio anche l’incolumità delle persone. Ora siamo in attesa dei dati ufficiali sui reati commessi nel 2014 con le elaborazioni statistiche dei carabinieri e della polizia, ma la sensazione della gente è che mai, in passato, il capitolo “furti” abbia raggiunto simili proporzioni. Dipende dalla crisi economica? Dipende dall’immigrazione? Dipende, nella società italiana in generale, dal diffondersi del disvalore dell’illegalità, come dimostrano i tanti casi di corruzione, concussione, truffa e altre forme delinquenziali praticate da imprenditori privati, amministratori pubblici ed esponenti politici? Il sospetto è che nella nostra vacillante comunità (nazionale, regionale, provinciale, comunale) c’entri tutto questo, una volta per un verso e una volta per l’altro. E non c’è da stare allegri. L’augurio, dunque, è temerario?
A volte il nostro animo è immalinconito da nostalgie per l’ormai perduto mito dell’isola felice di un tempo. Ma noi non siamo un’isola. E se lo siamo stati non possiamo esserlo più. L’Afghanistan, l’Iraq, l’Ucraina, la Libia, l’Egitto, la Siria, Israele, la Palestina, molti paesi dell’Africa Nera e il terrorismo dell’Isis sembrano lontani e invece bussano alle nostre porte, basta chiederlo agli imprenditori maceratesi che vivono di esportazione, basta prendere atto delle difficoltà di gestire le ondate immigratorie, basta considerare gli effetti nefasti della crisi economica e sociale che così tanto pesa pure da noi. Non ha sbagliato Papa Francesco nel dire che è in atto una “guerra mondiale a pezzetti”. E con gli orribili fatti accaduti pochi giorni fa a Parigi il 2015 ha dato un pessimo annuncio di sé.
Ma moltissimo, se non tutto, dipende dall’economia. Consideriamole, allora, le prospettive economiche del 2015. Qualcosa – nel mondo, in Europa, in Italia e, di riflesso, anche da noi – sembra avviarsi sulla strada giusta. L’euro sta perdendo valore nei confronti del dollaro, il che favorisce le nostre esportazioni. Il prezzo del petrolio è in calo, il che favorisce l’Italia. Negli Stati Uniti l’occupazione è in forte crescita e il prodotto interno lordo ha fatto un balzo del cinque per cento, tanto da far dire ad Obama che la crisi è finita. E che c’entriamo noi? Altroché se c’entriamo. Da dove è venuta la depressione della nostra industria, del nostro commercio e dei nostri bilanci familiari? Dagli Stati Uniti, quando, nel 2007, il collasso della Lehman Brothers, una potentissima banca – non la sola – che aveva inondato il mondo di titoli tossici, finì per trasferire sull’economia reale i danni di quella finanziaria, e questo su scala globale. Poteva salvarsi l’Italia col suo enorme debito pubblico? Non poteva. Ma se la crisi è venuta dagli Usa, perché non augurarsi che il superamento della crisi americana determini, nel 2015, un pur graduale superamento della crisi nostra? Anche l’altrettanto spaventosa crisi del 1929 venne dagli Usa – il crollo di Wall Street – e si diffuse in tutti i continenti. Ma dopo otto anni, magari a fatica, gli Usa ne uscirono e il mondo se ne giovò. Otto anni anche adesso: 2007-2015. E’ follia immaginare che la storia si ripeta?
Ma cambiamo discorso e veniamo alla situazione della morale pubblica in Italia. Solo pessimismo? Il governo sta adottando misure contro la corruzione, sia con l’aumento delle pene e con interventi sulle ben note “prescrizioni ad personam” sia con la nomina di Raffaele Cantone a presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, un magistrato che perfino l’Espresso, un settimanale non certo amico di Matteo Renzi, ha definito “uomo dell’anno”. Ancora una volta si dirà: “Ma noi che c’entriamo”? E ancora una volta rispondo: “C’entriamo, c’entriamo”. Non si dimentichi, infatti, il fetore di riciclaggio di denaro sporco che aleggia da noi su tante iniziative ipercementizie tipo supermercati, centri commerciali e speculazioni residenziali. Solo sospetti, per ora, e forse sbagliati. Ma perché rinunciare alla fondata speranza che prima o poi Raffaele Cantone butti un’occhiata pure sulle Marche e sul Maceratese, e che inquirenti della tempra del procuratore Giovanni Giorgio siano sempre più numerosi e ottengano risultati fino a ieri insperabili? I presupposti ci sono, teniamone conto.
E la politica in generale? Non c’è mai stata in passato un’ìmmagine così bassa della politica “tout court”, un’immagine negativa in gran parte dovuta all’uso fatto da troppi politici del loro potere personale e di gruppo e col drammatico rischio di alimentare la cosiddetta “antipolitica”, cioè il far credere che la società sarebbe migliore se la politica fosse addirittura abolita e sostituita dalle battute comiche di Grillo. Attenzione, amici. La negazione della politica è la negazione della democrazia. E quale dev’essere, allora, l’augurio? Che il 2015 confermi e rafforzi quei segnali di “ravvedimento operoso” dei politici già emersi nel corso del 2014. Speranza chimerica, specie se penso al misterioso imbroglio “salva-berlusconi” ideato proprio la vigilia di Natale da una misteriosa “manina” nel decreto legge fiscale? Via, passiamoci sopra. Le forature capitano anche ai ciclisti più bravi. E se i nostri sono davvero bravi come proclamano di essere, non è detto che non riescano a tagliare il traguardo da vincitori nonostante una ruota sgonfia.
Conclusione: non tutto – pochissimo – dipende da noi maceratesi. Non tutto – ma non pochissimo – da noi italiani. Non tutto – però molto – da noi europei, compreso il drago Draghi che guida la Banca centrale d’Europa. E man mano che si sale di livello gli squarci di sereno diventano sempre più ampi. Ecco perché mi dissocio dal mio carissimo Leopardi che convinto della inesorabile malignità di madre natura disprezzava gli auguri ed ecco perché ai lettori di “Cronache Maceratesi” – e pure a me stesso – oso inviare alto e forte l’augurio di “Buon Anno!”. Pure il Calendario del Barbanera garantisce che il 2015 sarà migliore del 2014. Vi pare niente? Fidiamoci.



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