La Macerata profonda di Gionata Copparo

L'artista espone presso il "Laboratorio 41" dodici nuove opere dedicate alla città, dal 24 agosto ai primi di dicembre
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Filippo Davoli

di Filippo Davoli

Il “Laboratorio41” è uno studio-galleria, nato  da un’ idea di Alessandro Leanza.  Ben 500mq, nella via immediatamente sotto l’Arena Sferisterio (e a poche decine di metri da esso) che vengono utilizzati regolarmente per l’allestimento di mostre e la presentazione di eventi culturali. Uno spazio vivo e vissuto, non occasionale, insomma.
Aprire una Galleria d’Arte di questi tempi, nel bel mezzo di una crisi economica devastante, parrebbe un azzardo. Ma anche un atto di coraggio e di fiducia nella possiblità di una rinascita, e questa proprio attraverso i canali della bellezza che tanto appartengono e danno spessore e senso alla nostra identità.

Attualmente, il “Laboratorio 41” ospita una Personale di Gionata Copparo dedicata a Macerata: inizialmente, la Mostra doveva intitolarsi “Macerata in movimento”, poi ha finito con l’intitolarsi “Macerata amore mio”. Cambia poco, a ben guardare, se l’amore – come propriamente è – si manifesta mediante una mozione che diviene con-mozione e insieme, dunque, relazione.
Le dodici tele di Copparo  raccontano di pietre solidissime, non in movimento. E tuttavia, qualcosa si muove (e ci con-muove) davvero: si tratta di un vento nebbioso, opacizzato da un moto misterioso del cuore che riveste (e traveste) i monumenti; che non li viola e contemporaneamente ne fa altro; è la carne (l’identità, l’esserci di solitudine innamorata, il passato che sempre torna alla luce) che dà voce, senso e destino al corpo (ossia ciò che si vede ma non sarebbe, senza il flatus vitae di chi racconta e di chi osserva).
I quadri di Gionata Copparo, cioè, non raccontano Macerata: non si limitano a un più o meno preciso o caratteristico bozzetto (come certe poesie dialettali che si fermano al grottesco della nostra lingua, impedendosi chissà perché una serissima discesa al fondo delle cose…); queste opere danno, alla riconoscibilità degli scorsi, la possibilità di sopravvivere rivivendo di nuovo, come ricreate.

E’, crediamo, la consonanza tipica di ogni autentico tocco d’artista quando incontra e feconda la vita stessa. 

 

 

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uno dei quadri “maceratesi” di Copparo

 

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da sin.: Filippo Davoli, Gionata Copparo e Alessandro Leanza all’Inaugurazione della Mostra

 

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