Dante e l’identità nazionale

Una conferenza a cura dell’Associazione dantesca civitanovese
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MARCUCCI

Enrico Marcucci

 

di Enrico Marcucci

Qual è il concetto che Dante ha dell’Italia? Qual è il concetto che Dante ha dell’Europa? In che modo possiamo considerarci figli di un’identità culturale che affonda le sue radici nel Medio Evo e di cui l’Alighieri è la massima espressione? Sono queste le domande poste in questione dall’Associazione dantesca civitanovese lo scorso venerdì 11 aprile nella sala del consiglio comunale di Civitanova Marche, con  l’appuntamento dal titolo “Dante e l’identità nazionale”.  Il tema dell’incontro, introdotto dal presidente dell’Associazione, Dr. Francesco Sagripanti, è stato sostenuto dal Professor Luca Di Dio, noto studioso di Dante attualmente dottore di ricerca  in  Linguistica italiana alla ‘Ca Foscari di Venezia, già ospite dell’associazione nel 2011 con un incontro dal tema “Dante e le Marche”. Lo stesso Presidente dell’Associazione, dopo i ringraziamenti di rito alle autorità, ha tenuto a precisare che tentare una risposta a queste domande attraverso la figura e le opere del Sommo poeta non è certo per motivi d’erudizione, quanto più per una proposta educativa, imprescindibile nella confusione che viviamo e che porta troppo spesso disimpegno e leggerezza nell’affrontare la realtà che ci circonda.

Luca Di Dio ha iniziato il suo intervento analizzando alcuni caratteri, intercettabili nelle opere dantesche, che ci possono aiutare ad avere un’idea più precisa di come Dante intendeva l’Italia sia a livello geografico che linguistico.  È dal XXXIII canto dell’Inferno, da quel grido alla direzione di Pisa (Ahi Pisa, vituperio delle genti/del bel paese là dove ‘l sì suona) che Di Dio ha preso le mosse. Dei confini geografici e linguistici che racchiudono queste “genti” Dante ci parla nel De Vulgari Eloquentia, quando afferma che il territorio italiano si estende da Genova fino a quel promontorio dell’Italia da cui inizia l’insenatura del mare Adriatico, e alla Sicilia. Perciò potremmo dire pressappoco i nostri confini attuali. Ogniqualvolta Dante descrive la sua Italia, ne parla come d’una terra innamorante e di cui è innamorato, come ad esempio quando racconta la nascita di Mantova (XX Inf., “suso in Italia bella giace un laco”), che è poi la patria di Virgilio.

Ma i confini sono mutevoli e la geografia non può bastare a rivelarci cosa in Dante possa richiamarci ad un’idea di identità nazionale. Neppure il fattore politico è sufficiente allo scopo, dal momento che assai più recente è il concetto stesso di Italia come Paese; e ancora perché  Dante, essendo contro qualunque forma di particolarismo,  aveva una visione di Stato  che era quella dell’Impero. Continuando a procedere per prove possibili e negazioni, spiegando  il perché della loro insufficienza, non poteva mancare la considerazione più importante (Dante rimane pur sempre un poeta…): cosa vuol dire Dante asserendo che l’Italia è fondamentalmente una regione linguistica?

Dante, esaltatore della lingua volgare mediante gli strumenti del latino, scrive  nel De Vulgari Eloquentia che il volgare è una lingua non stabile e corruttibile, mentre il latino è una lingua stabile e non corruttibile (perché morta). Dunque, un volgare che varia a seconda del territorio, finanche all’interno d’una stessa città (cosa che possiamo facilmente notare anche dalla mutevolezza dei nostri dialetti), tanto che diviene lampante la difficoltà di definire un concetto d’identità italiana basato sul fattore  linguistico poiché, derivando sì i vari dialetti dalle stesse radici indoeuropee e dagli stessi idiomi, diventano però incomprensibili nel corso di pochi chilometri.

D-Dante-Alighieri

ricostruzione del volto di Dante

Ma chi era Dante? Che consapevolezza aveva di sé? Torniamo a lui per il personaggio che incarna: chi era Dante a vent’anni?
Può soccorrerci uno dei suoi più famosi sonetti, “Guido ‘i vorrei che tu e Lapo ed io”. Vi sono qui due termini fondamentali, quali  “talento”, inteso come “voglia istintiva” (Di Dio), elemento che caratterizza particolarmente ogni giovane età, e “disio”, inteso nella sua etimologia (de-sidera), nell’accezione appunto di tensione all’infinito. Questi due termini assumono un posto di rilievo nelle opere dantesche (“che la ragion sommettono al talento” parlando dei peccatori carnali nel V Canto dell’Inferno) e nella coscienza del poeta stesso poiché, sebbene giovane, innamorato e spensierato, Dante è ben attento a cosa significhi desiderio, a cos’è che lo fa muovere, a cosa lo fa vivere. Esattamente a trent’anni comincia invece quel processo per cui si inizia a guardare indietro e a leggere la propria storia individuale, cercando di cogliervi dei segni di non casualità. E’ in questo preciso periodo che inizia a scrivere la sua Vita nova. “Incipit vita nova” diviene allora un vero e proprio nuovo modo di guardare le cose: il nostro prende tutte le sue poesie scritte fino ad allora  e le sistema in questo prosimetro tentando di rileggere il suo percorso; ed è proprio in quest’opera che Dante ci informa d’aver visto Beatrice la prima volta a nove anni, poi una seconda a diciotto, arrivando a concludere che Beatrice fosse morta proprio perché egli smettesse di scrivere di lei in quella maniera e ne scegliesse una che gli permettesse di parlarne più degnamente. Cesare Pavese scrisse che “Da giovani si rimpiange una donna, da maturi la donna”. Alla stessa maniera, Dante come ognuno di noi, con l’agio dell’età, guarda la vita in modo diverso: di Beatrice in maniera diretta non ne parlerà più. La sua attenzione si volge all’impegno politico e nel 1294, a trent’anni, sarà con la rappresentanza che accoglie la corte degli Angioini, tra cui Carlo Martello e Carlo d’Angiò.

Sconfitti i Ghibellini, Firenze si divide in Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, iniziano le liti. Dante diventerà priore e, per adempiere fino in fondo al dovere del suo Ufficio, non esiterà a firmare il ventiquattro giugno del 1300 la condanna all’esilio per alcuni capi della fazione dei Bianchi, tra cui finirà pure il suo amico di sempre Guido Cavalcanti. Pensate come possa essersi sentito un uomo che a soli trentacinque anni è costretto, per non sottrarsi ad un impegno politico preso con l’intera sua città,  a mandare in esilio il suo migliore amico.
In questi anni piuttosto difficili il nostro poeta si è inevitabilmente ritrovato a pensare cosa potesse fare per la sua Italia e per i suoi italiani. È probabilmente proprio per amore della sua Italia che inizia la stesura del Convivio, tentativo di imbandire una tavola di scienze, di rendere il suo sapere patrimonio comune. Non molto prima che quest’opera s’interrompa, Dante riporta una volta ancora il termine “disio” caricandolo d’un senso più ampio, con l’accezione appunto d’una tensione verso il compimento che è comune in tutti gli uomini (compimento che Dante si è ormai reso conto di voler e poter raggiungere solo attraverso un’altra strada).

Anche nel De Vulgari si assiste a qualcosa di simile:

“nelle nostre azioni, in quanto esse si dividono in specie, è necessario trovare l’elemento in base al quale anche esse si misurino. Infatti, in quanto agiamo semplicemente come uomini, abbiamo la virtù – per intenderla in senso generale –: infatti in base ad essa giudichiamo un uomo buono o cattivo; in quanto operiamo come cittadini, abbiamo la legge, secondo la quale un cittadino è considerato buono o cattivo. In quanto agiamo come uomini d’Italia, abbiamo alcuni semplicissimi elementi, di costumi, di abitudini e di lingua, in base ai quali si soppesano e misurano le azioni degli Italiani. E certo le azioni più nobili tra quelle proprie degli Italiani non appartengono a nessuna città d’Italia e sono comuni a tutte”.

Dante ci dice con la chiarezza e la semplicità dei genii che la nobiltà di un’azione non è privilegio di un’appartenenza civica o territoriale, ma conquista e fondamento dell’umano in quanto tale. Il discorso vale anche per un tentativo d’individuazione d’una civiltà, d’una identità europea. Sempre nel De vulgari Dante, nella disamina delle lingue derivate dal latino, afferma che è certo provengano tutte da uno stesso idioma, dal momento che in ognuna di esse vengono nominate le stesse nozioni con le stesse parole di “Dio, cielo, terra, cuore, anima”.  Ecco l’arcano che si disvela: ogni uomo è chiamato, acquistando coscienza di sé, a dare nome alle cose, a rapportarsi ad esse, trovando nel suo simile il punto di ritorno a sé stesso, in quell’amor che move il sole e l’altre stelle.

DANTE-ALIGHIERI

Dante Alighieri



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