La seconda fase poetica caproniana:
fra ateismo e filosofia

L'articolo d'esordio in QC del nostro nuovo collaboratore Giorgio Giannaccini
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GIANNACCINI

Giorgio Giannaccini

 

di Giorgio Giannaccini

Un poeta italiano, del secondo Novecento, che suscita sicuramente notevole curiosità è il livornese Giorgio Caproni (1912-1990), autore dalla poetica molto personale, soprattutto nel suo secondo periodo letterario-poetico. A dir la verità, i suoi libri di esordio, sono raccolte di buona fattura artistica ma che non destano, intorno al letterato toscano, particolare curiosità da parte del pubblico. In questa fase, Caproni, mescola un linguaggio popolare con un linguaggio più colto e risulta – per quanto non fosse un ermetico – di difficile comprensione, soprattutto nelle immagini che vengono evocate, attraverso le sue poesie, in questa prima fase. Vi è altresì un gusto per le rime semplici ed immediate, e la costruzione di un verso che spesso non è mai tanto lungo; caratteristiche che saranno riprese e portate a termine nella sua seconda fase. Caproni cita e nomina spesso – la sua città – Livorno, ma non sarà l’unica, poiché nel suo corpus letterario troveremo menzionate anche città come Genova, o zone comunque correlate e limitrofe come la Val di Trebbia. Altro fattore che scalfisce la poetica caproniana è la presenza di figure femminili: in primis Rina, sottospecie di senhal o, più semplicemente, soprannome affibbiato da Caproni alla moglie Rosa; Olga Franzoni, primissima fidanzata e promessa sposa del poeta che morì improvvisamente, poco prima delle nozze; e infine Anna Picchi – anche detta “Annina” – ovvero la madre del poeta, a cui sarà dedicata l’intera raccolta intitolata Il seme del piangere, libro che viene introdotto da un epigramma dantesco – dal quale, appunto, la raccolta ne trae il nome (“… Udendo le sirene più forte,\ Pon giù il seme del piangere ed ascolta…”, Purgatorio, XXXI, 45-46).

È proprio Il seme del piangere che inaugura il nuovo periodo artistico caproniano, in cui qualcosa cambia radicalmente nell’espressione lirica del toscano.

Si può dire, senza troppo travisare, che è proprio qui che troviamo un’improvvisa e forte infiltrazioni di elementi e temi filosofici. C’è da dire che sul versante letterario, soprattutto in poesie come Preghiera e Ultima preghiera, vi è una chiara citazione a Sbarbaro (entrambi i componimenti cominciano con “Anima mia”), e tra l’altro vi è una residua religiosità – visti anche i titoli di queste due poesieche dilagherà, già dalla prossima raccolta, in un forte ateismo. Vi è, però, un’immagine e un tema che poi diverrà fisso nelle ultime raccolte: l’immagine del viaggio in treno, un viaggio in realtà del tutto metaforico, cioè un viaggio immobile, immoto; il cammino che porta l’uomo ineluttabilmente alla morte, un passaggio di consegne a cui non ci si può sottrarre. Ed è proprio attraverso questo viaggio in treno che viene narrato – liricamente – la morte della madre (questo nella poesia  Ad portam inferi). Forse è proprio questa morte che porta il poeta a riflettere, nella raccolta dopo, Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee, intorno all’esistenza di Dio, anzi intorno alla non esistenza di Dio, visto che Caproni più volte dichiara il suo scetticismo riguardante questa entità ultraterrena. Sicché non ci deve sorprendere se il componimento di maggior rilievo della raccolta – Congedo del viaggiatore cerimonioso – riprende il topos del viaggio in treno, secondo una prospettiva meramente esistenziale ed anche attraversando l’inquietudine umana – quella inquietudine che la deiezione mortale inevitabilmente porta – ma riuscendo a trovare incredibilmente una grande dose di freddezza, difatti Caproni ci dirà:

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, son certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

 

Di una certa ilarità è la “prosopopea” Lamento (o boria) del preticello deriso, in cui si narra di un prete non proprio di buonissima dottrina ecumenica, testualmente ci dice: “So anche che voi non credete\ a Dio. Nemmeno io.\Per questo mi sono fatto prete.”. A questa visione globale, sono aggiunti altri grappoli isotopici, come quello del buio, dell’oscurità, della notte, ennesima percezione dell’appressamento alla morte, oppure lemmi con forti iterazioni intertestuali come “bicchiere”, che richiama inevitabilmente il tema del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno (è giusto ricordare che queste immagini non smetteranno più di comparire nella produzione del poeta livornese).

Abbiamo poi l’introduzione della figura del guardacaccia, che sarà poi al centro della vicenda letteraria enucleata nella raccolta, di diversi anni, dopo de Il franco cacciatore (in cui “franco” non è nome proprio di persona, ma un aggettivo dalla valenza semantica pari a “libero”, libero, cioè, da qualsiasi pregiudizio epistemologico ed etico), e che qui compare nella poesia Il fischio (parla il guardacaccia).

In verità, la figura del guardacaccia rappresenterebbe l’uomo stesso che, al contempo, oltre ad esser guardacaccia, è anche cacciatore, insomma, una specie di ossimorica essenza che aleggia nell’uomo e che ne fa un paradosso – per l’appunto – umano. Ma come spiegare questa sorta di schizofrenia poetica?

Caproni insiste nel dirci, attraverso artifici poetici e giochi metalinguistici, del doppio ruolo che inconsciamente l’uomo assume durante la ricerca di Dio nella propria esistenza. Se da una parte l’uomo ricerca razionalmente e laicamente Dio e veste, dunque, in questo caso, le parti del cacciatore, viene però ricacciato repentinamente al punto di partenza (il punto da dove era cominciato la sua caccia; ecco il viaggio, ecco la ricerca). Ma a ricacciare l’uomo al punto di partenze è se stesso, che non in grado di superare l’urto psicologico, che può dare la consapevolezza della non esistenza di Dio, decide di cambiare le vesti da indossare – imbroglia, per così dire, le carte -, e accetta di farsi guardacaccia, perché egli non sarebbe in grado di sopportare la realtà. L’uomo, dunque, ha due istanze che convivono insieme e che si contraddicono vicendevolmente, insomma, è un viaggio che viene continuamente simulato. L’uomo cerca Dio ma finisce per trovare l’Io. L’uomo è cacciatore e, allo stesso tempo, guardacaccia.

Non è sbagliato dire, in ultima analisi, che in Caproni ci sia una negatività gnoseologica – o, per meglio dire, conoscitiva -, tant’è vero che ricorre spesso anche l’immagine della nebbia, che non è altro che la non conoscenza, e anche, per estensione del significato, l’assenza di valori etici assoluti. Ma non si può dire che il suo sia un nichilismo radicato, e la dimostrazione è una poesia, dal titolo – guarda caso – Nebbia, in cui sì, ci dice: “Partivo senza capire\ dove mai andassi a finire.\ Avevo nel capo nebbia;\ nel cuore –  verde – una Trebbia.”, ma concludendo con “Il tempo era di prima\ che avessi conosciuto Rina.”, dando profondo significato all’amore che colma e compensa l’esistenza umana, e che, quindi, non si espone mai ad un’assenza totale e perpetua dei valori morali.

Tali argomenti fanno ben intendere quali fossero le letture attuate in questo periodo dal nostro autore, che lesse molta filosofia – ricordiamo che in giovinezza fu allievo, in lezioni private, del filosofo antifascista Alfredo Poggi –  riscontrabile, visti gli argomenti trattati, in autori come Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard (la lettura di Kierkegaard, tra l’altro, è attestata da una poesia col titolo emblematico di Riandando, in negativo, a una pagina di Kierkegaard del 1976). Certo, non è tutta filosofia l’apparato letterario di Caproni, egli studiò con molta passione gli autori latini, in special modo Catullo, Virgilio, Lucrezio, Giulio Cesare e Minucio Felice, cosicché non ci deve stupire se nella sua opera riscontriamo titoli di poesie in latino oppure locuzioni verbali latine, per esempio troviamo nella poesia Sospensione:
Niente
(ho letto una volta in latino)
di più buio della luce.

(Nil obscurius luce.)

 

Oppure, intrecciando il latino con giochi metaletterari e metalinguistici, Caproni ottenne il risultato di giocare e scherzare con la lingua italiana, formulando espressioni idiomatiche particolarmente divertenti:

Errata

Non sai mai dove sei.

Corrige

Non sei mai dove sai.

 

Tralasciando per un secondo il pessimismo concernente la vita terrena, ovvero una sottospecie di “pessimismo cosmico” che da Leopardi va fino a Montale – e quest’ultimo nome non è peregrino, Caproni infatti lesse da giovane, nel 1930, gli Ossi di seppia montaliani -, di fatto maggiore spazio e fascino avrà il tema del viaggio, come metafora pulsante dell’avvicinamento all’entropia, dunque un viaggio che viene continuamente simulato e dissimulato – un po’ come dicevamo prima – e che riveste sempre di più i panni di una totale assurdità, da cui non si riesce a trovare una precisa chiave gnomica se non nella contraddittorietà dei lemmi stessi, e qui gli esempi sono molteplici:

Ritorno

Sono tornato là
dove non ero mai stato.
Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo mai lasciato.

 

Biglietto lasciato prima di non andar via

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare,
è stato tutto un restare,
qua, dove non fui mai.

 

Indicazione sicura, o: bontà della guida

           (Al forestiero che aveva domandato l’albergo)

Segua la guida,
punto per punto.
Quando avrà raggiunto
il luogo dov’è segnato
l’albergo (è il migliore
albergo esistente)
vedrà che assolutamente
lei non avrà trovato
– vada tranquillo – niente.

La guida, non mente.

 

Radura 

Dove ci siamo persi…
Dispersi…
                             Non
           è un’indicazione.
                                  Non
         un’interrogazione.
               Un’esclamazione,
                                        forse.
(O uno sgomento.)
                              Un vento
friabile scalza la fronte
già smantellata.

                       È paura?
. . . . . .
    Il bosco s’è mutato
in allarmata radura.

 

Possiamo notare come l’immagine della foresta e del bosco – di matrice chiaramente dantesca, d’altronde già ne Il seme del piangere Caproni ci aveva fatto cogliere il suo interesse per l’Alighieri  – ritorni spesso in queste composizioni, e come voglia sottolineare l’idea dello spaesamento persistente a cui l’uomo è sottoposto nella propria esistenza, e si serve, con discreto ingegno, dell’uso dei versi liberi, spezzati fra loro – e anche qui “confessa” la sua conoscenza di Apollinaire -, e l’uso delle parentesi dove, come in Montale e in Luzi, vi è una chiara sospensione del tempo di lettura.
Ovviamente la ricerca ossessiva ed infruttuosa di Dio rimane una costante nella poesia caproniana:

L’occasione

L’occasione era bella.
Volli sparare anch’io.
Puntai in alto. Una stella
o l’occhio (il gelo) di Dio?

 

Ribattuta

              Il guardacaccia,
              con un sorriso ironico:

– Cacciatore, la preda
che cerchi, io mai la vidi.

               Il cacciatore,
imbracciando il fucile:

– Zitto. Dio esiste soltanto
nell’attimo in cui lo uccidi.

 

Preda

Andavo a caccia. Il bosco
grondava ancora di pioggia.
M’accecò un lampo. Sparai.
(A Dio, che non conosco?)

 

Senonché il tema della cacciagione, della caccia alla divinità, si evolve fino ad arrivare all’ultima raccolta pubblicata in vita dall’autore – poi seguiranno diverse pubblicazioni postume – intitolata Il conte di Kevenhüller.
La raccolta viene presentata praticamente come un’operetta musicale, tant’è che le tre macro-sezioni di questo libro hanno tutti titoli che rimandano alla musica classica: Il libretto, La musicaAltre cadenze; e non ci scordiamo nemmeno l’epigramma introduttivo – che è una citazione di Aleso Leucasio – che recita: “Quest’operetta a brani,\ Lettor, non ti sia sgradita.\ Accettala così com’è,\ finita ed infinita.”.

Entrando più nel merito della diegesi lirica, con tanto di fedele riproduzione, troviamo un Avviso emanato dal conte di Kevenhüller. Questo avviso non sarebbe altro che un bando di caccia nei confronti di una feroce bestia che aveva sbranato due fanciulli e che stava infestando l’intero ducato. Il Conte promette la somma ingente di cinquanta zecchini a chiunque uccida la suddetta Bestia. Questa bolla ducale è l’ennesimo espediente, di Caproni, per riprendere da dove aveva lasciato l’infruttuosa ricerca, allegoricamente parlando, di Dio.
È una caccia anche questa assai lunga, e come ne Il franco cacciatore, i luoghi sono un po’ gli stessi: la foresta dove si svolge la caccia, ma anche luoghi di riposo, come le osterie e le taverne, che ricompaiono in questa raccolta, e simboleggiano la pausa – il limbo mentale nel quale l’uomo vive durante questa ricerca che dura per tutta la vita – e la sospensione del tempo tra una caccia e l’altra:

Dispetto

Gettai il fucile.
                        Rientrai
– di stizza – all’osteria.
La bestia, o era fuggita via,
o non esisteva.

                     (Il Conte
– al diavolo! – stravedeva?)

 

Ed è proprio durante la caccia che Caproni ci fa capire che, in realtà, sparare alla Bestia – la Bestia è allegoricamente Dio – significa sparare alla ragione umana, andando a ledere, in senso figurato, l’uomo stesso:

Saggia apostrofe a tutti i caccianti

 Fermi! Tanto
non farete mai centro.

La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.

 

Riflessione

      Fu anche detto: “Noi
viviamo su un mostro”.

     Ecco un motto che tutti
potremmo far nostro.

     (La Bestia che bracchiamo,
è il luogo dove ci troviamo).

 

Dopo mille peripezie, ci si rende ormai conto che la caccia non può avere esito positivo e, addirittura, Caproni, nega a questa caccia una vera e propria conclusione, infatti la vicenda si concluderà con la poesia – già citata precedentemente – Sospensione, quasi a ribadire l’impossibilità gnoseologica. Gli ultimi versi di Sospensione reciteranno così:

Si smarrisce.

                         (Il cammino
comincia qui? Qui finisce?)

 

Tirando le somme, le rispettive ricerche, in entrambe le raccolte, si concludono con il fallimento e, dunque, con la negazione di una risposta finale. Ma v’è da ricordare che, se si genera, appunto, questa impossibilità di avere una riscontro decisivo – ovvero una verità -, è da imputarlo, concludendo, all’incapacità e – perché no – alla viltà dell’uomo di non saper ricercare veramente, e senza remore, Dio.

 



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