L’ecatombe del Vajont
e la lotta di un giudice

Il maceratese Mario Fabbri si batté come un novello David contro lo strapotente Golia dell’economia, della finanza e della politica. E ottenne una esemplare vittoria
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

La notte del 9 ottobre 1963 una frana di oltre duecento milioni di metri cubi di roccia si staccò da un monte e alla velocità di cento chilometri orari si abbatté sul lago artificiale di una diga facendone balzar fuori cinquanta milioni di metri cubi d’acqua che si schiantarono sulla sottostante vallata distruggendo interi paesi e uccidendo duemila persone. Fu la strage del Vajont, nel ricordo della quale il Presidente del Senato, Pietro Grasso, si è recato a Longarone, il centro più colpito, a presentare, per la prima volta, cinquant’anni dopo, le scuse ufficiali dell’Italia – l’Italia delle istituzioni, della politica, della società civile – per una catastrofe che una lunga serie di sintomi lasciava prevedere come imminente ma non venne evitata a causa del prevalere di colossali interessi legati alla produzione e alla commercializzazione dell’energia elettrica..

In questi giorni il massacro del Vajont ha avuto grande spazio in tutti gli organi d’informazione e in una quantità di programmi televisivi, con interviste agli ormai anziani sopravvissuti e agli ormai anziani soccorritori, dibattiti sull’ignavia e le complicità del cosiddetto “regime democristiano” di allora, sulle colpe della Prima Repubblica non senza allusioni alla giovanile militanza nella Dc dell’attuale premier Enrico Letta e dell’attuale vicepremier Angiolino Alfano, che nel 1963  non erano ancora nati. Inevitabile, giacché in vasti settori di destra e di sinistra la parola “democristiano” è diventata un insulto, come se la situazione odierna – e lo dice uno che non ha mai votato Dc – sia davvero migliore di quella. Ma lasciamo perdere, così va il mondo.

foto 1 Vajont copertina

Mi preme, semmai, un’altra cosa. Ed è che in questo gran fiume di memorie, ricostruzioni, rimorsi, rimpianti e polemiche di parte, i media si son dimenticati di porre in risalto, fra i tantissimi che sono stati citati, il nome di un protagonista tra i più importanti di quella vicenda, un piccolo David che da solo si batté contro l’enorme Golia dei poteri forti dell’economia, della finanza e della politica. E da solo resistette a pressioni, minacce, ricatti, blandizie. E alla fine, dopo otto anni e tre gradi di giudizio, quel suo impavido lavoro istruttorio, portato avanti con l’ausilio di perizie geologiche, idrauliche e ingegneristiche da lui non a caso affidate ad esperti stranieri, sfociò nella condanna – esemplare, benché meno severa di quanto avrebbe potuto essere – dei responsabili diretti e indiretti di quella mostruosità.

Il giudice Mario Fabbri

Il giudice Mario Fabbri

Sto parlando di un magistrato che appena trentenne divenne giudice istruttore al tribunale di Belluno e di colpo, un mese dopo aver preso servizio in quella città, si trovò al cospetto di un così colossale disastro. Da studenti eravamo amici, discutevamo di tutto, giustizia, sport, cinema, feste, ragazze. E ne conobbi l’intransigenza intellettuale e morale, quasi ai limiti dell’inesorabilità: due più due doveva far quattro, sempre, non c’erano scappatoie, non c’erano compromessi, non c’erano mezze misure. Le sue idee politiche? Nient’affatto democristiane, sebbene non da militante. Ma quando entrò in magistratura le mise da parte. “Vedi”, mi disse una volta, “la legge è come il primo comandamento, io sono il signore dio tuo e non avrai altro dio all’infuori di me”. Amava la caccia, ricordo, e giocava a hockey su prato. Verso la metà degli anni Cinquanta ci perdemmo di vista, io principiante nella cronaca locale del Carlino, lui uditore giudiziario, poi pretore a Rovigo, poi istruttore a Belluno, poi la tragica notte del Vajont, poi i primi passi dell’inchiesta, poi i primi ostacoli lungo quella impervia strada da percorrere nei panni di un David contro lo strapotere di un Golia alla cui difesa intervennero i più famosi penalisti italiani, fra i quali Giovanni Leone che successivamente sarebbe diventato Capo dello Stato. Una battaglia persa in partenza, pensai. E mi sbagliai, sottovalutando la sua straordinaria tenacia. Nel bene e nel male, del resto, quei tempi erano diversi dai tempi di adesso. La grande stampa – Montanelli, Bocca – non gli era favorevole, sosteneva la tesi della calamità naturale. Ma nessuno lo aggredì definendolo “bandito di Stato”, “cancro della società” e “malato di mente”, come invece è accaduto ai giudici di taluni processi attuali. E non essendoci “leggi ad personam”, non scattava la prescrizione. E contro le condanne non c’erano tumultuose manifestazioni di piazza. Ma, ripeto, lasciamo perdere. Così va il mondo.

Torno al nome, che in questi giorni è rimasto fuori – o è stato appena accennato – dal fiume di memorie, ricostruzioni, rimorsi, rimpianti, dibattiti. Ingiustamente, perché senza di lui l’ecatombe del Vajont non sarebbe mai approdata alla verità. E allora, oggi che dopo mezzo secolo l’Italia intera riflette su quella strage degli innocenti, tento di rimediare, nel mio piccolo, a questa ingiustizia. E sulla scia del premio per alti meriti civili che due anni fa gli venne assegnato nell’auditorium “San Paolo” dall’associazione culturale “Il Glomere”, questo nome voglio ripeterlo chiaro e forte: Mario Fabbri, nato a Macerata, laureato a Macerata, giudice a Belluno, cittadino onorario di Longarone, inflessibile e decisivo protagonista dell’inchiesta sul Vajont.



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