I commentatori senza nome?
Beh, buona Pasqua pure a loro!

Chi sono realmente? Dagli pseudonimi trapela quel radicale pessimismo che secondo Papa Francesco proverrebbe dal diavolo
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Qualcuno ricorderà l’allegra canzone di Renato Carosone che rivolgendosi all’esattore delle tasse, al vigile urbano col foglietto della contravvenzione e alla suocera diceva: “Beh, buona Pasqua pure a te!”. Forse più del Natale, infatti, questa ricorrenza vuol essere un invito alla concordia. A chi farò dunque gli auguri? A tutti, indistintamente. E, in particolare, ai commentatori di Cm, coloro cioè che intervengono su ogni argomento, arricchiscono il dibattito pubblico e non di rado, per l’irruenza della loro vis polemica, rischiano di suscitare la stessa proverbiale antipatia degli esattori delle tasse, dei vigili urbani col foglietto delle contravvenzioni e delle suocere. Ma questa è la regola – e l’accetto – della comunicazione on line. Perciò dico: “Beh, buona Pasqua pure a loro!”. I commentatori, però, si dividono in due categorie: quelli a viso aperto, che si firmano con tanto di nome e cognome, e quelli che si nascondono dietro lo pseudonimo, ovvero, come si dice nel web, dietro il “nickname”. Per i primi non c’è problema:  molti li conosco e gli auguri posso farglieli a voce quando li incontro per strada. Fare gli auguri ai secondi, invece, non è facile: non si sa chi sono e nemmeno se esistono davvero oppure, come fantasmi , provengono da una dimensione ultraterrena. Ma tengo fede alla canzone di Carosone e ripeto: “Beh, buona Pasqua pure a loro!”.

Qualche dato. Gli autorizzati a commentare su Cm sono ben 5.300, ai quali si aggiungono gli iscritti a Facebook – quasi diecimila – che possono intervenire dalla pagina di Cm presente in quel social network. Negli ultimi tempi è notevolmente cresciuta – ottimo segno – la percentuale di quelli che non fanno mistero della loro identità, come pure è cresciuta – altro ottimo segno – la qualità media dei commenti, cioè, l’astenersi dall’insulto gratuito e, mettiamola così, la cosiddetta “buona educazione”. Altra cosa interessante: quelli che finora hanno inviato più di dieci commenti superano di poco il numero di mille e quelli che hanno raggiunto i trecento sono una cinquantina, dei quali – ulteriore buon segno – i “misteriosi” sono meno della metà. Questa è dunque la situazione, dalla quale si deduce l’importanza non solo diffusionale di Cronache Maceratesi  nel tessuto civile della città e della provincia. Come ho detto spesso in passato, il sistema dei liberi commenti  è un passo avanti nella maturazione democratica della società e nella partecipazione diretta del “popolo sovrano” ai destini del “bene comune”.

Ancora una considerazione: è assolutamente comprensibile e financo condivisibile che in anni così duri e confusi – la politica, l’economia, il lavoro, i bilanci familiari – i giudizi sull’attualità siano densi di delusione e spesso di autentica rabbia. Infatti il novantanove virgola nove per cento dei commenti esprime sfiducia e pessimismo. In un solo caso, forse, c’è stato un unanime sentimento di gioia: la vicenda a lieto fine del cane Rocco, tornato a casa dopo lunghe peregrinazioni chissà dove. E’ il volto dei tempi che corrono. E rischia di cadere nel vuoto l’appello del nuovo Papa Francesco nell’ammonire che il pessimismo – quello senza se e senza ma – proviene dal diavolo. Lui ha ragione: per superare gli ostacoli bisogna avere la speranza di farcela. Ma com’è possibile, oggi, essere ottimisti?

Ma bando alle malinconie e torno al gioco degli auguri dicendo che il “beh, buona Pasqua pure a loro!” lo rivolgo proprio ai commentatori anonimi, dei quali m’incuriosisce non tanto ciò che dicono ma le ragioni psicologiche e caratteriali che li hanno indotti ad adottare i loro pseudonimi come un personale biglietto da visita, quasi a dire “io, sempre e comunque, sono fatto così”. Resta fermo, intendiamoci, il mio parere  su quell’eccessivo riserbo ( timore di chissà cosa o perfino un pizzico di viltà?) che li spinge a nascondersi. Dice qualcuno di loro: “Questa è l’usanza del web”. Vero, ma è una brutta usanza. E da qualche tempo – dovunque, non solo in Italia – sta emergendo l’esigenza di metterci un freno. Non è questo, però, che m’interessa. Né m’interessano i loro commenti, che più o meno assomigliano a quelli degli altri. Mi limito invece al “nickname”e cerco d’immaginare – attenzione, è un gioco – di che genere sono queste persone in carne e ossa che hanno deciso di rimanere nell’ombra.

Alcuni pseudonimi – “Unoqualunque”, “La  Zazzera”, “Pinco pinco”, “Pischello” – sono generici e non prendono sin da subito una posizione. Semmai lasciano trapelare l’imbarazzo di venir giudicati in pubblico o, forse, l’incertezza delle proprie opinion. Ma già “Brucina Brucina”, una frase che si brontola a briscola o a tressette quando arrivano carte cattive, dimostra un esistenziale sconforto di fondo. Altri si presentano con un “nickname” di qualche pretesa culturale che però, alla radice, annuncia una visione maledetta della vita. Perché mai, ad esempio, chiamarsi “Axel Munthe”, lo psichiatra svedese che la pensava così: “Un uomo può sopportare molto finché riesce a sopportare se stesso”? E mi chiedo: lui si sopporta? E perché mai un altro si chiama “Mr. Xabaras” , il personaggio dei fumetti che interpreta la parte malvagia del padre di Dylan Dog? E perché uno si autoproclama “Jack Rayan” (meglio: Ryan), l’eroe dei romanzi – uno dei titoli: “Paura senza limite” – di quel Tom Clancy che possiede un poligono di tiro personale e si è fatto regalare dalla moglie un carro armato? E perché un altro si chiama “Moby Dick”, la balena che nel libro di Melville uccide tragicamente il capitano Achab? E dietro alla parola “travaglio” di “Marco Travaglio de Mc”non si può sospettare una persona amareggiata di sé per il travaglio paraginecologico di dover partorire figli, cioè idee, gravemente malformati?

Insomma, non ce n’è uno che a prescindere dal testo del sottostante commento si sia dato uno pseudonimo –  non so: “Dioniso”, il dio della festa, o “Apollo”, il dio della bellezza, o “Franz Lehàr”, quello delle allegre operette – che alluda a un minimo di fiduciosa apertura al futuro. Alcuni di loro scrivono benissimo, magari sono docenti di lettere. “Paoolo” cita addirittura le “Satire” di Orazio: “Quid vetat ridentem verum dicere?” (cosa impedisce di dire la verità ridendo?). Parla da una cattedra che fa soggezione e, in un certo senso, lezione. Poi si butta, pure lui, sull’afflizione cosmica. Un altro di ottima penna è “enossam”, che letto all’incontrario significa “massone”. Eccelle nello scrivere, ma perché celarsi dietro un artificio linguistico che nasconde e al tempo stesso rivela? La riservatezza dei cappucci, d’accordo. Ma non vedo la ragione di volervi ambiguamente sfuggire. Sto scherzando, ripeto. Ma anche qui, forse, un’idea cupa dell’esistenza, una specie di nero cappuccio sull’anima.

E, infine, un salto dalla cultura alta a quella bassa o bassissima, che spesso vien fuori nei commenti sulle rapine perpetrate dagli extracomunitari. Ne viene ammazzato uno? Ebbene “Patrik” – ancora un aggancio con l’aggressivo militarismo alla Tom Clancy – propone di far pagare alla famiglia dell’ucciso il costo della pallottola come risarcimento del danno economico subito dall’uccisore. Chi è dunque “Patrik”? Cosa ribolle dentro di lui? Preferisco lasciar perdere. E, da ultimo, “Maceratese Scorbutico”, non per il “nickname” ma per la foto a fianco, dove spicca uno che fa il gesto dell’ombrello: un “vaffanculo” universale e sistemico.  Conclusione? Da voi commentatori senza nome, e specialmente dai più bravi e dalla vostra maggiore responsabilità, mi aspetterei, almeno nello pseudonimo, qualcosa di più disponibile a non dannare il futuro. Ma questo è soltanto un mio opinabilissimo e scherzosissimo gioco. Allora? Beh, buona Pasqua pure a voi!



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