Ahinoi, povera politica
sempre più frammentata

Palermo e Macerata, sfilacciamento continuo. Il caso dell’Imu. Firme contraffatte e stato di necessità
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

Alle elezioni siciliane hanno concorso ventiquattro liste diverse e adesso quel parlamento regionale sarà composto (scomposto?) da undici gruppi, con l’inevitabile conseguenza di trattative sottobanco per raggiungere quella maggioranza (stabile?) che possa consentire (garantire?) la cosiddetta governabilità. Anche per questo, forse, più della metà degli elettori non sono andati a votare e il movimento di Beppe Grillo, col suo 18 per cento, è risultato il “partito” più grande. E allora mi chiedo se uno dei tanti mali della politica italiana non sia anche l’eccessiva frammentazione tra le forze che si propongono di tenerne le redini e guidarla verso prospettive di bene comune.

Le cause di questo fenomeno le conosciamo da almeno vent’anni e gli effetti li vediamo non soltanto nelle consultazioni elettorali ma, successivamente,  anche nello sfarinamento delle maggioranze che sono uscite dalle urne. Prova ne sia quanto è accaduto nella seduta del consiglio comunale di Macerata dell’altro giorno (leggi l’articolo), dove la giunta in carica è stata battuta, sia pure per un solo voto (18 a 19), sulla questione dell’aumento dell’Imu  per far fronte a un “buco” di risorse causato dai tagli del governo. La maggioranza che vinse le elezioni di due anni fa dovrebbe contare su sette gruppi e ventiquattro consiglieri ma durante il suo tormentatissimo cammino le sono già venuti meno, in pratica, i tre esponenti dell’Italia dei valori, i due dei Comunisti italiani e, martedì scorso, pure Luigi Carelli (Pd) che prima del voto si è allontanato dall’aula confermando in tal modo la sua nota avversione urbanistica a Carancini (Pd). Sei defezioni, dunque, che hanno ridotto da ventiquattro a diciotto la maggioranza votata dai cittadini e l’hanno fatta diventare minoranza.

  Ragioni? Torti? Lasciamo perdere. Basti rilevare che questi sono gli effetti del virus della disgregazione e del  frazionismo, con quali vantaggi per la città lo lascio giudicare alla cosiddetta gente comune. Solo una cosa, del dibattito consiliare di martedì, ha destato la mia sorpresa e riguarda l’affermazione fatta dai banchi del centrodestra secondo cui il proposito di aumentare l’Imu sarebbe “figlio di una cultura veteromarxista per la quale le attività private contengono in sé un peccato originale che va in qualche modo espiato”.  Come spiegare, allora, che contro tale aumento ha votato pure il gruppo dei Comunisti italiani? Delle due l’una: o i nostri veteromarxisti  si sono convertiti al liberismo capitalistico o quell’affermazione era del tutto priva di senso. Ma la spiegazione, forse, è un’altra, ossia che ci sono di mezzo non questioni ideologiche ma più mediocri rancori derivanti da perdite di potere personale. E anche questo, in fondo, è frutto del dilagante fenomeno della frammentazione.

  La situazione palermitana e quella maceratese m’inducono ora a riflettere sul fatto che per la prima volta a memoria d’uomo la magistratura maceratese ha messo gli occhi sopra la politica cittadina. Venuta fuori alla fine di settembre, questa notizia fece sobbalzare non pochi. “Sta a vedere”, alcuni sperarono e altri temettero, “che c’è di mezzo l’urbanistica”. Poi s’è capito che non era così. L’avviso di garanzia riguardava il reato di falso ideologico in atto pubblico commesso da otto persone che due anni e mezzo fa – e in diciotto casi su alcune migliaia – avrebbero autenticato, pur sapendole contraffatte, le firme di presentazione delle liste per l’elezione del sindaco. Intendiamoci, la un po’ reboante definizione del reato – “falso ideologico in atto pubblico” – è di quelle che oggigiorno, con l’aria che tira, fanno colpo. E qualcuno immaginò che si sarebbe potuta ripetere la ben più complessa vicenda che nel 2009 determinò l’annullamento delle elezioni provinciali e il ritorno alle urne. Ma no, queste imputazioni, posto che sfocino in sentenze di condanna, si riferiscono al comportamento di singole persone di varie parti politiche, si limitano a una ventina di casi, non alterano la competizione fra le liste in campo e non sono tali da inficiare quell’esito elettorale. La politica, insomma, non c’entra.

  Ma adesso, ripensandoci, mi sono convinto che la politica c’entra. E c’entra la società civile. Vediamo. Nella primavera del 2010 le liste che concorsero alla nomina del sindaco e si disputarono l’ingresso in consiglio comunale furono ben sedici e ben tredici di esse colsero il bersaglio (non ce la fecero quelle di Lanciani, della Lega e di Ranzuglia).  Da allora, quindi, la massima assemblea cittadina – quaranta consiglieri – si fraziona in tredici gruppi, sei dei quali formati da una sola persona. Vero è che in gran parte essi figurano nelle opposte coalizioni di centrosinistra e centrodestra, ma le vicende pressoché quotidiane degli ultimi tempi dimostrano che c’è frazionismo all’interno di entrambi gli schieramenti. Soprattutto, e clamorosamente, nel centrosinistra.

  L’evidente anomalia di tale stato di cose rispetto alle logiche dei decenni passati, quando la dialettica fra le forze cui gli elettori affidavano il governo della città si limitava a quattro-cinque gruppi, non  ha origine nel destino cinico e baro ma nella crisi – meglio: nella fine – dei partiti com’erano una volta e come, una volta, erano vissuti dalla gente. Perché tante liste? Perché tanti gruppi? Le risposte sono molteplici. Per un verso il proliferare delle “liste civiche” esprimeva – ed esprime – l’insoddisfazione o addirittura il disgusto dell’opinione pubblica per i modi autocratici, autoreferenziali e talvolta spregevoli con cui i politici svolgevano – e svolgono – il loro compito. Per un altro verso l’individualismo e il protagonismo personale, punti chiave della filosofia berlusconiana del potere, inducevano – e inducono – singoli soggetti a proporsi come artefici del “bene comune” (il mito dell’uomo solo al comando). Per un altro verso, infine, erano – e sono – gli stessi partiti a favorire la frammentazione, ritenendo che le liste cosiddette “civetta” potessero – e possano – arginare gli effetti del loro tramonto.

  Se questa era – ed è – la situazione (ma non ne vedo una diversa, anche a livello nazionale), a me pare che nel nostro caso chi ha perpetrato quel falso ideologico non meriti di essere punito perché, come prevede l’articolo 54 del codice penale, ha agito in “stato di necessità”. Sto scherzando? Certo che sto scherzando. Ma fino a un certo punto. Vediamo infatti che vento tirava in quei mesi. Quasi la metà degli elettori già meditava di non andare a votare o di votare scheda bianca, l’antipolitica aveva già messo radici, il movimento grillino già stava crescendo e l’immagine popolare legata alla parola “onorevole” stava già diventando la più “disonorevole” in assoluto. E in questo clima così negativo per la politica la legge imponeva che per presentare una qualsiasi lista si raccogliessero almeno duecento firme di persone comuni, di quelle che s’incontrano nei negozi, al bar, per la strada.

  Bene. Siccome le liste erano sedici, mettiamoci nei panni di quei poveri cristi che, in totale, dovevano trovare almeno 3.200 cittadini disposti a firmare di proprio pugno e con l’esibizione di un documento. Impresa difficilissima, specialmente per  le liste prive di un efficiente apparato organizzativo.

“Buongiorno, signore”.

“Buongiorno, desidera?”

“Una cortesia, firmi qui”.

“Cos’è, una cambiale?”

“No, è una lista per eleggere il sindaco”.

“Un altro che campa alle mie spalle?”

“No, il nostro candidato è onestissimo”.

“Onestissimo? Toh, questa è bella. Comunque d’accordo, la firma gliela metto. Ma quanto me la paga?”

“ Purtroppo mi son finito il budget destinato alla spontanea partecipazione popolare”.

“Ho capito, mi lasci perdere, io non voto per nessuno”.

Passano le ore, passano i giorni, passano le settimane, le duecento firme sono ancora lontane e chi s’è preso la briga di racimolarle comincia a sudare freddo. Telefona a un amico: “Firma, ti prego”. “Non posso, sto in vacanza a Parigi”. “Dammi gli estremi della carta d’identità che la tua firma, poi, ce la metto io”. Ecco il falso ideologico. Oppure: “Quello lo conosco, la pensa come me, la sua firma è sicura. Ma non riesco a trovarlo e allora faccio tutto da solo, tanto nessuno se ne accorge”. Ed ecco, più grave, un altro falso ideologico.

  Il reato, insomma, c’è. Ma, ammettiamolo, c’è pure lo stato di necessità. Qualcosa che sta al di fuori e al di sopra delle pur sacrosante regole del codice penale e riguarda, ahinoi, la disgregazione e lo sfilacciamento – attenzione: non solo nella politica – dei valori sui quali si regge il consorzio civile. Anzi, riguarda proprio il “falso ideologico”, ma inteso come “falsità” di certe “ideologie” assai diffuse, tipo quella di farsi i fatti propri e fregarsene degli altri. Sia chiaro: punire i reati è giusto. Ma quando è la società intera – istituzioni, corporazioni, professioni, imprese, commerci, clientele,squadre di calcio, famiglie, individui, tutti noi – ad essere malata e sembrare essa stessa un paradossale reato, allora su queste pur deplorevoli furberie vien voglia di scherzare. Lungi da me definirli cittadini esemplari, ma per questi otto mi sia consentito d’invocare clemenza.

 

 



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