“Colazione da Tiffany”, un cult del ‘900 al Lauro Rossi
di Walter Cortella
Tratto dall’omonimo racconto breve di Truman Capote, «Colazione da Tiffany» approda al «Lauro Rossi» nell’interpretazione di Francesca Inaudi e Lorenzo Lavia, nei ruoli di Holly Goligthly e William Parsons, ruoli che nella versione cinematografica del 1961 furono dell’indimenticabile Audrey Hepburn e del fascinoso George Peppard. La regia è curata da Piero Maccarinelli. La vicenda è ambientata a New York ed è lo stesso Parsons, aspirante scrittore, a rievocare in una sorta di flashback, la sua amicizia con l’affascinante Holly che circa venti anni prima, sul finire del secondo conflitto mondiale, era stata sua vicina di casa. Dai suoi ricordi emerge il ritratto di una ragazza inquieta, che non riesce a stabilire legami duraturi, né con le persone, né con i luoghi. Sul suo campanello di casa la scritta «di passaggio» ribadisce ironicamente la sua riluttanza a vivere un’esistenza tranquilla. È sempre stata una specie di animale selvatico. Appena quattordicenne, si chiamava allora Lulamae, sposa un veterinario texano, molto più anziano, dal quale fugge dopo qualche tempo per recarsi a New York, dove cambia il suo nome in Holly. Va ad abitare in una modesta casetta, in una zona popolata da una fauna umana al limite della sopravvivenza e della trasgressione. Intorno a lei ruotano diversi personaggi del mondo newyorkese, tra i quali Sally Tomato, mafioso italo-americano, Joe Bell, proprietario di un bar e José, avvenente diplomatico brasiliano del quale si innamora. Della sua vita si sa ben poco. Ufficialmente è una cover girl, ma incrementa le sue entrate «facendo toletta», un modo elegante per celare la sua attività di prostituta, ancorché di alto bordo, con tendenze bisessuali. Adora i gioielli e sogna di sposare un miliardario che possa aprirle le porte di Tiffany, il mitico negozio di oggetti preziosi di gran classe che da sempre esercita su di lei un potere ammaliatore e davanti al quale la mattina è solita fare colazione, dopo una nottata di divertimento. Holly è costantemente alla ricerca della propria identità. Alterna momenti di grande depressione a fasi di ilarità giocosa, è irresistibile, dolce ed eccentrica, fragile e vitale.
A far luce sul suo oscuro passato, è il marito che dopo anni giunge fino a New York con l’intento di riportarla a casa. Ma dovrà ripartire da solo. Holly, la gatta selvatica, ama la libertà. La sua esistenza è contraddistinta da legami più o meno importanti, dai quali si libera a suo piacimento, ma l’apparente spensieratezza è turbata da due grandi dolori: la morte in guerra dell’adorato fratello Fred e la perdita del bambino che aspettava dall’emergente e ambizioso diplomatico sud-americano, con il quale sognava di condurre una vita ritirata e quieta. Tutto precipita quando Holly, in procinto di partire per L’Avana con il suo uomo, viene accusata di complicità con il gangster Sally Tomato e arrestata. Il grande amore sfuma e Josè, per timore di uno scandalo, l’abbandona. Non le resta che partire da sola alla volta del Brasile, ma porta con sé un elenco dei cinquanta uomini più ricchi di quel ricco paese. E il gatto, suo unico compagno, che fine fa? Lo lascia al povero William. Ancora una volta Holly non si smentisce. La ragazza è un personaggio incantevole, con un fascino e una grazia incredibili. È indomabile, sicura di sé, sa ciò che vuole e sembra affrontare la vita con molta leggerezza. Una personalità complessa che emerge dall’interpretazione della brava e bella Francesca Inaudi, che ha voluto ispirarsi più a Marilyn Monroe, preferita da Capote per la parte di Holly, che alla più conformista Hepburn. Ma Lorenzo Lavia non è da meno. Riesce a caratterizzare in maniera precisa un personaggio controverso che cela in qualche modo il suo essere timido e impacciato. All’uscita dalla doccia, copre la sua nudità davanti ad Holly che invece in una scena quasi analoga non ha scrupoli a mostrare il suo splendido corpo. William ha bisogno forse di avere accanto una donna forte e decisa e pian piano si innamora di Holly che finisce per diventare anche la sua fonte di ispirazione. Ma il suo è un amore platonico. Accanto ai due protagonisti principali, un bel cast di ottimi attori. La scenografia di Gianni Carluccio ricrea perfettamente l’atmosfera di certi quartieri newyorkesi dell’immediato dopoguerra. I minuscoli ambienti si intersecano in un interessante gioco di volumi fatto di scale, soppalchi, ballatoi e grandi vetrate che proiettano lo sguardo sugli incombenti grattacieli. C’è anche il bancone a scomparsa del Joe Bell’s bar. Peccato quel tavolato troppo rumoroso sotto i piedi degli attori! Nostalgica per molti spettatori la colonna sonora che ci ha riportato indietro nel tempo, ai mitici anni ’60, con le musiche ballabili di Neil Sedaka e Paul Anka.
(Foto di Riccardo Ghilardi)

