Il rischio infinito
del Colle dell’Infinito

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di Giancarlo Liuti

 Se per Roma, per l’Italia e per il mondo il Colosseo è il simbolo materiale della grandiosità di un’idea di potenza e bellezza che ha lasciato impronte indelebili nella storia dell’umanità, per Recanati, per l’Italia e per il mondo il Colle dell’Infinito è il simbolo immateriale dell’insopprimibile bisogno dell’uomo d’immaginare dimensioni che lo elevino al di sopra delle concrete realtà della vita. Questi luoghi, l’uno da toccare con gli occhi e coi passi e l’altro da creare dentro di noi con le risorse della fantasia, possiedono entrambi una loro laica sacralità. E la sola ipotesi che vengano deturpati deve allarmarci come ci allarma un terremoto, un uragano, un delitto.
Nel piccolo poggio che si spalanca sulle colline maceratesi fino ai monti Sibillini, Giacomo Leopardi amava andare quasi ogni giorno per immergersi nella malinconia delle sue amare riflessioni sull’esistenza. Così, in un pomeriggio del settembre del 1819, lui, ventunenne, ebbe la sensazione che l’apparente infinito di quella distesa naturale divenisse ancora più infinito se pensato da dietro una siepe che dimezzando lo “sguardo dell’ultimo orizzonte” portasse l’animo suo a figurarsi “sovrumani silenzi”, “profondissima quiete, “interminati spazi” e, dunque, “l’eterno”. Al punto che “per poco il cor non si spaura”. Una immensità vertiginosa e sublime, dove “s’annega il pensier mio / e il naufragar m’è dolce in questo mare”.
  Anche i versi dell’Infinito, nei quali per la prima volta s’affacciava il nucleo della pessimistica concezione leopardiana del destino di vivere (l’unica forza che può aiutarci a sopportare il peso di essere nati è la forza delle illusioni), contribuiscono a rendere questo prodigioso figlio della nostra terra non solo uno dei massimi poeti italiani d’ogni tempo ma anche uno dei maggiori filosofi dell’Ottocento europeo. Non per caso, con un salto nella leggerezza dei costumi contemporanei, Dustin Hoffman li recita in uno spot televisivo che con successo sta facendo il giro del mondo per illustrare il fascino delle Marche.
Leopardi-GiacomoE’ per queste ragioni che ho appreso con timore le notizie di un possibile intervento edilizio sulle pendici del Colle dell’Infinito, con la ristrutturazione e l’ampliamento di cubatura di cinque vecchie abitazioni i cui proprietari hanno acquisito i relativi diritti edificatori in conseguenza del “Piano Casa”e, pare, di spiragli consentiti da certe recenti varianti al piano regolatore. Un rischio non nuovo, considerando gli appetiti cementizi che da decenni si manifestano su quest’area, con ripetuti – infiniti? – bracci di ferro fra i sostenitori del vincolo e gli assertori delle “magnifiche sorti e progressive” dello sviluppo urbanistico. Ora, a quanto sembra, il sindaco Fiordomo e l’assessore Galassi stanno tentando di convincere quei proprietari ad accettare soluzioni più rispettose dell’alto significato umano di quell’angolo di verde, ma non è affatto escluso che nell’infinito – sì! – intrico di leggi, revisioni di leggi ed eventuali ricorsi al Tar il Colle dell’Infinito debba infine rassegnarsi a subire questo oltraggio. Vero è che si son levate le proteste del Fai, di Italia Nostra e del Centro Studi Leopardiani e che potrebbe aver qualcosa da ridire anche la Sovrintendenza regionale. Ma sappiamo quanto sia impari lo scontro fra gli interessi legati al cemento e quelli legati alla storia, alla bellezza, alla cultura. Di parole ne girano tante, ma alla resa dei conti è probabile che nove volte su dieci vincano i primi (del resto, come ebbe a dire il ministro Tremonti, “la cultura non si mangia”). Beh, staremo a vedere.
  Questa storia, intanto, mi offre l’occasione d’immaginare come la penserebbe lo stesso Leopardi se potesse dirlo dall’alto della statua che troneggia nella piazza centrale di Recanati. Era il 1834, lui aveva trentasei anni, stava a Napoli, avvertiva l’approssimarsi precoce della morte, qualunque cosa scrivesse aveva il senso di un testamento lasciato ai posteri. E con la “Palinodia al Marchese Gino Capponi” compose una sferzante satira contro il mito di un progresso affidato esclusivamente ai beni materiali, un mito che quasi due secoli fa già cominciava a farsi strada nel fiducioso ottimismo di un’ideologia fondata anche sul fare, sul costruire, sul guadagnare, sul vendere, sul comprare e insomma – Giacomo mi perdonerà questa forzatura – sul mercato. Gino Capponi era un uomo di valore, fra i più acuti aderenti a un gruppo fiorentino cui appartenevano personaggi di notevolissimo spessore culturale. Leopardi, dunque, si prese gioco di lui (e lui, ricevuti quei versi, si sfogò con un amico: “Quel maledetto gobbo s’è messo in testa di coglionarmi”).
  In che modo lo “coglionò”? Prendendolo in giro sulle tendenze dell’abbigliamento: “Più molli / di giorno in giorno diverran le vesti / o di lana o di seta”. E dell’arredamento: “Tappeti e coltri / seggiole e canapè, sgabelli e mense, / letti e ogni altro arnese adorneranno / di lor mestrua beltà gli appartamenti / e nuove forme di paiuoli, e nuove / pentole ammirerà l’arsa cucina”. E sull’effimero chiacchiericcio dei giornali: “Ogni spazio / copriran le gazzette, anima e vita / dell’universo, e di sapere, a questa / ed alle età venture unica fonte”. E, udite udite, sulle droghe: “Schiere di pepe e di cannella / o d’altro aroma, o di melate canne”. E, udite udite, sui titoli bancari: “Ben molte volte / argento ed or disprezzerà, contenta / a polizze di cambio”. E, udite udite, sull’invadenza della pubblicità: “Al grido / militar di gelati e di bevande / ordinator fra le percosse tazze / e i branditi cucchiai, viva rifulse / agli occhi miei la giornaliera luce / delle gazzette”. C’entra la sbornia del consumismo? Chissà. Di sicuro, comunque, c’è l’incredibile vigore profetico di quegli endecasillabi, che allora era forse giusto criticare come negatori delle energie propulsive del nuovo ma che, letti oggi, sembrano scritti per noi di centosettant’anni dopo.
Leopardi ce l’aveva – e rispetto al suo presente poteva aver torto – con le nuove scienze dell’economia, della sociologia, della statistica e dell’informazione, da lui avvertite come nemiche degli universali e antichi principi che a suo giudizio avrebbero dovuto governare il mondo (“Mi viene un poco da ridere – scrisse in una lettera – di questo furore di calcoli e di arzigogoli politici e legislativi, e umilmente domando se la felicità dei popoli si può dare senza la felicità degli individui”). Però mi chiedo: aveva torto anche rispetto al nostro presente, ora che quel nuovo è cresciuto così a dismisura da minacciare la nostra qualità della vita? E ancora: non c’entrano nulla, quei versi, con le cinque case da far crescere di volume sulle falde del Colle dell’Infinito, dove tra l’altro si progetta di realizzare un agriturismo (“seggiole e canapè, sgabelli e mense”, e “nuove forme di paiuoli”, e “nuove pentole”, e “branditi cucchiai”, e “gelati e bevande”)? A me, modestamente, pare che c’entrino.



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