Muoiono le tortore
simbolo dell’amore

La domenica del villaggio
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di Giancarlo Liuti

Giorni fa, quando nel prato di un quartiere di Civitanova furono trovate due o tre tortore morte, la cosa, sul momento, non destò particolare impressione. Qualcuno, scherzosamente, immaginò che fossero state uccise a colpi di pistola da un vigile urbano per allenarsi in vista della dotazione di armi da fuoco – unico caso in provincia – alla locale polizia municipale. Qualche altro, a Macerata, ne fu informato dalla telefonata di un amico e avanzò l’ipotesi che quei poveri volatili dimorassero in Piazza Mazzini ma poi, non sopportando gli odoracci provenienti dal degrado del palazzo Ircer i cui lavori di ristrutturazione sono fermi da anni, avessero deciso di emigrare verso il mare in cerca di un’aria più salubre e lì fossero stati sopraffatti dalle polveri sottili.

Ma, poco dopo, cercando meglio fra i cespugli, si scoprì che le tortore morte erano parecchie di più, addirittura una ventina. E il pensiero corse subito alla morìa verificatasi la settimana prima nel Faentino e nel Modenese, dove il numero di quei cadaveri pennuti aveva superato le cinquecento unità. Che stava succedendo? L’umanità era dunque alle soglie di uno spaventoso stravolgimento degli equilibri naturali, comete, meteoriti, esplosioni solari? Si stava avverando la profezia di Alfred Hitchcok col suo terrificante film “Gli uccelli” del 1963? Aveva ragione l’antico calendario dei Maya che fissò la fine del mondo al ventuno dicembre del 2012? Insomma, la gente cominciò a preoccuparsi. A Civitanova, certo, ma, col diffondersi della notizia, in tutto il Maceratese.

Né fummo completamente tranquillizzati dalla scienza, quando gli esami di laboratorio accertarono che quelle tortore erano state sterminate non già da un’apocalisse planetaria ma dal virus della cosiddetta pseudopeste aviaria. Meglio così, pensammo. Tuttavia la parola “aviaria” ci ricordò l’influenza che negli anni scorsi si diffuse in ogni continente e oltre a far fuori milioni di polli e uccelli selvatici mandò al creatore centinaia di persone. Ma no, spiegarono gli esperti, la pseudopeste aviaria non ha nulla a che vedere con l’influenza aviaria e non si trasmette agli esseri umani. D’accordo, ma potevamo fidarci? E se, approfittando di questa storia, l’industria farmaceutica avesse escogitato di mettere in commercio un nuovo vaccino e ci avesse indotto a iniettarcelo? Non sarebbe stato un ulteriore motivo di apprensione per tutti noi?

Ma perché, poi, proprio le tortore e non gli altri uccelli che, avendo le ali, rientrano anch’essi nella categoria degli aviari? Non era strano? Così, a furia di pensarci, c’è venuta in mente una specifica ed esclusiva particolarità delle tortore, le quali, vivendo in inseparabili coppie e scambiandosi espressioni d’affetto con quel loro continuo e premuroso tubare, simboleggiano da sempre, nell’immaginario dei popoli, la bellezza della fedeltà e dell’amore. Per questo hanno affascinato i poeti – Palazzeschi, Ungaretti, Saba, Montale, Quasimodo – suscitando in loro sentimenti di serena e mite dolcezza. Allora ci siamo rivolti a un poeta di nostra conoscenza e gli abbiamo fatto la stessa domanda: “Perché muoiono proprio le tortore?”. Ecco la sua risposta: “Può darsi che ad esse non piaccia l’epoca attuale, così segnata da paure, egoismi, arrivismi, tradimenti, prevaricazioni. E non gli piaccia il paesaggio, così ingrigito da troppo cemento, da troppe auto, da troppe orribili case, da troppe scritte sui muri, da troppa monnezza e, adesso, anche dalle distese del fotovoltaico che vanno a coprire il verde dei campi”.

“Ma tutto questo”, gli abbiamo detto, “lo vuole il progresso, lo vuole l’economia, lo vuole il lavoro. Possibile che non se ne rendano conto?”. Il poeta ha allargato le braccia: “Magari hanno torto, ma non possiamo pretendere che la pensino come noi. Perciò, convinte che la loro missione di simboleggiare la bellezza della fedeltà e dell’amore sia diventata inutile, hanno deciso di fuggir via dalla vita. In che modo? Semplice. Gli basta bere un sorso d’acqua del Chienti inquinata dagli scarichi industriali e mangiare un po’ di carne alla diossina venuta dalla Germania”.



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