Trent’anni di ricordi
da Palazzo Leopardi

La contessa Anna, custode della memoria del poeta

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La Contessa Anna Leopardi e il sindaco di Recanati Francesco Fiordomo

di Maurizio Verdenelli

“Il poeta? Lo sento sempre vicino a me, vive ancora in questo Palazzo. E’ un Giacomo giovane legatissimo ai suoi fratelli…queste stanze, questi giardini sono ancora come quando ci abitavano i ragazzi Leopardi, con i loro scherzi, la loro voglia di crescere. E quando talvolta, nelle mie ricerche, m’imbatto in qualche traccia di lui, un inedito, un brano, una vicenda seppure minima della sua vita fino ad allora sconosciuta, è come rinvenire un autentico, grande tesoro”.
Lo diceva, anni fa, al ‘Messaggero’ Anna Leopardi di San Leopardo, custode e sacerdotessa della memoria leopardiana. Era un dialogo/intervista che lei concedeva alla giornalista Francesca Benadduci, facendo ogni volta un’eccezione per la figlia dell’amica, la contessa Benadduci di Tolentino. Ed ogni volta era sempre uno scoop grazie alla bravissima Francesca che strategicamente inviavo a Recanati conoscendo l’idiosincrasia di Anna Leopardi per giornalisti ed interviste.
Se, tuttavia, la contessa si comportava così con la stampa, identico trattamento riservava ai politici. Anche quelli molto potenti. Ricordo una foto di ormai 30 anni fa che la ritraeva mentre accompagnava con signorile ed algido distacco nelle sale della biblioteca l’allora onnipotente segretario nazionale della Dc, il pesarese Arnaldo Forlani. Mi fece una profonda impressione perché tutte le foto di Forlani nelle Marche mostravano in chi momentaneamente divideva con lui la scena in qualche cerimonia ufficiale, una totale soggezione, un rapporto d’ossequio totale. Lei no! La contessa (d’origine bolognese, nata Dal Pero Bertini) non si chiamava Leopardi per caso. E quando c’è sopra di te un’icona assoluta come il grandissimo Giacomo, tutto il resto ti appare in proporzione. Soprattutto la politica, anche quella con la P maiuscola avendo avuto la contessa molto da ridire a suo tempo sulla candidatura tra i Verdi del figlio Vanni, illustratosi agli occhi di Manconi & C. per una elogiatissima presa di posizione sui  ‘giganti’ Enel che deturpavano la prospettiva del Colle dell’Infinito.
Anna non s’intimidiva certo più di tanto se ospitava a Palazzo per il tè Presidenti della Repubblica come Francesco Cossiga ed Oscar Luigi Scalfaro. Non era forse stato, decenni primi, lo stesso Benito Mussolini, come documentato da un film LUCE, a mostrarsi ad una folla plaudente dal balcone di palazzo Leopardi tenendo in braccio il primogenito Giacomo (in famiglia poi Mimmo) per il quale aveva acconsentito a fare da padrino al battesimo?
Anche con il recanatese on. Franco Foschi, più volte sottosegretario di Stato, poi due volte ministro del Lavoro, la contessa non mostrò per nulla, per così dire, segni di condiscendenza quando lui succedette al defunto prof. Bosco alla direzione del Centro nazionale di studi leopardiani (CNSL). Pronta poi a riconoscere i meriti, davvero senza precedenti, dell’on.Foschi nel rilanciare il Centro a livello internazionale, diventando egli stesso protagonista poi della legge “Leopardi nel mondo” che diede a Recanati un’altra, indimenticabile (e pur necessaria) stagione d’oro nel nome del figlio suo più illustre.
Anna era sempre pronta a …prendere il fucile ma poi a deporlo, quand’era il caso. Così quando nel pieno di un’estate picchettò la piazzuola del Sabato del Villaggio! La notizia (un’esclusiva di Asterio Tubaldi,  corrispondente del Messaggero ed anima/motore della storica RadioErre) venne pubblicata sulla prima pagina del giornale romano. In polemica, se non ricordo male, con la Polizia municipale la Contessa aveva deciso tramite l’apposizione di paletti, d’impedire l’accesso ad un’area della Piazzuola (al cospetto della casa di Nerina) di proprietà della Famiglia. Un’area che però veniva abitualmente utilizzata a parcheggio pubblico! I paletti furono presto rimossi con soddisfazione di entrambe le parti.
La Contessa era sempre pronta a difendere la Casa. Pure dai giornalisti che qualche volta davano notizie che rasentavano il gossip. Protestò con il ‘nostro’ (intendo dire: del ‘Messaggero’) Sandro Abelardi che aveva pubblicato un pezzo intorno ad un’insufficienza rimediata in Italiano dal nipote Pierfrancesco (Piffi), figlio di Giacomo. Ed ebbe giustamente molto da recriminare, seppure con un sorriso, sulla ‘bufala’ peraltro inevitabile dati tempi e luoghi, da parte di un settimanale ‘rosa’ che aveva divagato, probabilmente con consapevole sproposito, su una molto presunta love story tra la dilettissima nipote Olimpia (figlia di Vanni ed ora felice madre di tre figli) e il principe Carlo d’Inghilterra. Il quale per una settimana era stato ospite a Palazzo. Per la verità, al ‘Messaggero’ (il ‘fiuto’ giusto fu ancora una volta quello di Tubaldi) eravamo venuti a sapere di una visita dell’Intelligence Service a Recanati: gli 007 di Sua Maestà Britannica doveva verificare la possibilità di fornire sufficiente sicurezza al soggiorno dell’Erede al Trono. I ‘nipotini’ di James Bond scelsero, dopo attento setaccio, la stanza del conte Vanni. Era il ‘maggio odoroso’ del 1988. Tuttavia quando ci preparavamo allo scoop, Anna Leopardi ci smentì in modo categorico. “Non scrivete, mi raccomando, fantasie: anzi non scrivete proprio nulla!”. E davanti al rischio di un incidente giornalistico, senza conferme dirette, deponemmo purtroppo la penna. La contessa, il giorno del congedo del principe di Galles da Recanati, di questo si scusò un po’ con me senza rinunciare però a manifestare la sua solidarietà a Carlo, attaccato ingiustamente da tutta la stampa del mondo e pure da me. Era accaduto infatti che qualche giorno prima, qualcuno dal Municipio mi aveva esternato la propria amarezza perché un tale Ospite si faceva vedere dappertutto nel Recanatese, non disdegnando pure locali caratteristici della campagna, ma non aveva fino ad allora ritenuto di far visita in Comune. ‘Sparai’ la notizia e Carlo, cuore d’artista, organizzò in poche ore un blitz cultural-diplomatico in piazza Leopardi. Visita al Lotto, abbraccio alla responsabile della Pinacoteca, la commossa Maria e ricevimento ufficiale nella Sala Consiliare. Tutti contenti e soddisfatti e chi qualche giorno prima si era mostrato con me pronto a criticare il Principe, alla fine si diceva completamente conquistato dalla simpatia e dalla semplicità del primogenito della Regina Elisabetta. “Un caro ragazzo, pieno di sensibilità, di affetto e nostalgia verso la famiglia” mi disse in piazza quel sabato di metà maggio di 25 anni fa, la Contessa Leopardi.  Rivelandomi un piccolo scoop: “Siamo stati ieri tutti assieme per la cena dell’arrivederci al piano terra del Palazzo (allora adibito a Cantina delle tenute Leopardi ndr). Una cena con piatti maceratesi, con una frittata di erbe che Carlo ha gradito particolarmente. E in quell’ambiente rustico, cosè lontano dai fasti della reggia di Windsor, il principe pareva che non avesse visto niente di così’ bello in vita sua, continuando ad esclamare ammirato e pieno di nostalgia: Come vorrei che fosse qui con me stasera mia moglie Diana, e i miei figli…”.
In quell’ambiente, rimosse le grandi botte, qualche anno dopo, la Contessa doveva realizzare con il CNSL, la grande mostra ‘Il giovane Giacomo’. Accompagnava all’inaugurazione tutti gli ospiti come un’affabile padrone di casa, una madre di famiglia, la ‘madre di Giacomo’ -in lei, stavolta consapevole del genio del figlio, aleggiava lo spirito protettivo della marchesa Adelaide Antici Mattei. Ebbi la fortuna di essere accompagnato dalla contessa negli ultimi metri della mostra. Mi rivelò: “Giacomo aveva una tale voracità negli studi ed una tale determinazione che non voleva assolutamente perdere tempo anche quando sembrava inevitabile. Studiava così i verbi inglesi durante la pausa necessaria perché si asciugasse l’inchiostro di ciò che scriveva per poi poter voltare pagina!”.
Giacomo era per lei – la giovane venuta da Bologna per sposare l’ultimo conte Leopardi, Pierfrancesco – un monumento da venerare. Sempre. Così quando scrissi sulle modalità della morte del poeta a Napoli (dopo un pranzo pomeridiano a base di squisiti confetti cannellini di Sulmona, una porzione abbondante di gelato acquistato da Paolina Ranieri dalla più rinomata gelateria partenopea: tutto innaffiato da un pesante brodo di carne) la contessa volle rettificare! Giacomo era deceduto per un improvviso arresto cardio-circolatorio. Per carità non si parlasse di presunte indigestioni con complicanze polmonari a causa della sua ben nota asma!
Ebbe da ridire anche il conte Vanni dalla leggendaria bellezza, sulle ‘chiacchiere’ tra il prozio ed Antonio Ranieri, ritenendosi poi soddisfatto dall’emergere della realtà storica che dissolveva il gossip ante litteram e soprattutto –mi disse- da una telefonata di Umberto Eco: “Caro Vanni, dobbiamo considerare i Grandi esclusivamente in base a quello che con il loro talento hanno prodotto destinandolo alla coscienza del mondo e al suo infinito progresso”.
Chi invece, almeno sulle prime, si ritenne offeso dalle sopracitate ‘chiacchiere’ fu l’indimenticabile Luigi ‘Gigio’ Flamini che per due volte era stato sindaco di Recanati. Il quale minacciò di portare in Consiglio comunale per un’esemplare querela (diffamazione) l’attore Carlo Verdone. Che in prima serata su RaiUno nei panni del ‘perbenista’, uno dei personaggi più riusciti, si meravigliava ipocritamente di ciò che ‘Il Messaggero’ aveva pubblicato nelle pagine culturali qualche giorno prima: le lettere tra Leopardi e Ranieri che appunto avevano fatto scaturire le storiche ‘chiacchiere’ a causa di un linguaggio settecentesco che caduto in disuso, sembrava fatto apposta per generare equivoci nel secol nostro.
In quegli anni i cellulari non c’erano e quindi telefonai a casa Verdone a Roma. L’attore si dimostrò addirittura terrorizzato dall’ipotesi di una denuncia da parte della città di Recanati. Mi chiese, anzi mi pregò di farmi parte diligente in quanto, sottolineò, il caso scoppiava proprio per la pubblicazione sul ‘Messaggero’ da cui aveva attinto. Si scusò più volte. Pubblicai a nove colonne le doglianze di Verdone: Flamini e il Consiglio si dichiararono soddisfatti e la ‘vertenza’ finì lì.
Chiudo questa lunghissima carrellata di ricordi – trent’anni di cronaca da Palazzo Leopardi e dintorni- con una piccola vicenda perfettamente in linea con la difesa dell’ortodossia alla fede per Giacomo. Erano anni in cui la trasmissione di Enzo Tortora (finalmente restituito ad integrum) cercava nelle immagini tramandate di donne famose del passato possibili ‘eredi’ contemporanee nei luoghi dove queste avevano vissuto. A Recanati Mamma Rai andò sulle tracce di Silvia/Nerina  -che, c’è da dire, nell’anagrafe attuale viene nella frequenza sorprendentemente dietro a Maria, Rita, Paola, Lucia, Sara ed Anna Maria.
Le porte di Palazzo Leopardi non s’aprirono, però, alla Tv di Stato. In fondo Silvia/Nerina andava cercata in quella casa mai in realtà abbandonata, della Piazzuola del Sabato del Villaggio dove all’apparir del vero Lei e Giacomo continuano a parlare senza infingimenti al nostro cuore.


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