Franco Janich: ricordando
la Corea, l’Inter e Gigi Meroni

19 Luglio 1966: quella sera maledetta a Middlesbrough
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janich

di Maurizio Verdenelli

Quando Fabio Cannavaro all’indomani di Italia-Slovacchia (2-3) ha ricordato che la sconfitta azzurra era da considerarsi una vergogna ancora più grande di quella subita al Mondiale inglese contro la Corea del Nord il 19 luglio 1966, esattamente 44 anni fa il ricordo di chi scrive è corso ad uno di quei protagonisti ‘anti-eroi’ di Middlesbrough: alla nazionale di Edmondo (il’ gemebondo’, scrissero allora i cronisti) Fabbri. Parlo di Franco Janich: campione d’Italia con il grande Bologna di Fulvio Bernardini all’epoca del dominio dell’Inter targata Helenio Herrera,  il difensore che in 450 partite di serie A non è andato mai in rete. Janich è stato in anni recenti (presidente Stefano Monachesi) direttore generale della Macerata in serie C.

A quei tempi lo ‘interrogai’ su quella sventurata Italia-Corea del ‘66 che rappresentò nel Belpaese un vulnus nella memoria della mia generazione di sportivi e non solo.

Intorno a quel dramma nazionale, sono state dunque consumate lunghe e dibattute serate presso il ristorante-pizzeria “Il Tarantino” a Colbuccaro gestito dal grande, comune amico Pino Ferretti, portiere della Maceratese degli anni d’oro e di squadre di A e B. Janich era lo stopper centrale dell’Italia sconfitta dai coreani che s’imposero con un gol del dentista dell’esercito Pak Doo Ik.

Franco come andò  quella sera maledetta a Middlesbrough?

“C’è da dire subito che il campo, un sabbione, era infame, l’illuminazione elettrica era carente e le tribune addirittura ancora di legno. Inoltre l’infortunio del mio compagno di squadra al Bologna, l’indimenticabile Giacomo Bulgarelli, ci tolse l’intelligenza tattica, restando inoltre in 10 per quasi tutta la partita. Non bastò Rivera a riequilibrare i conti. Poi i coreani erano davvero altrettante forze della natura, fortissimi e velocissimi. Il loro stopper, a pochi minuti dal fischio d’inizio si esibì in una rovesciata paurosa su se stesso nel tentativo di prendere palla: si abbattè sul sabbione urtando con estrema violenza la spina dorsale. Ci guardammo impauriti. Pensavamo fosse morto dopo un simile volo. Invece lui, niente! Si rialzò come una molla ed avemmo allora l’idea che i coreani fossero quasi indistruttibili!”.

pinoferretti

Pino Ferretti

Poi?

“Che dire? Ho sempre nutrito un forte seppur surreale sospetto: come se nel secondo tempo fosse entrata una Corea nuova! Sembrerà un paradosso, anzi di certo lo è, però a noi dieci azzurri sfiniti dalla fatica, sembrava quasi che quegli undici giocatori che avevamo davanti non avessero per nulla subito lo sforzo dei primi 45’, tanto correvano!”.

La responsabilità  del gol coreano venne da alcuni osservatori attribuita in particolare a Janich…

“L’azione in realtà si sviluppò alle mie spalle: era difficile che potessi correre all’indietro….la verità è che tutto fummo presi di sorpresa anche il grande Giacinto Facchetti che era un punto di riferimento per tutti noi della difesa”.

A proposito di Facchetti, il ricordo non può non andare allo spareggio-scudetto che vide il 7 giugno 1964 il Bologna battere 2-0 la favoritissima Inter, reduce dalla conquista della Coppa dei Campioni contro il Real Madrid…come andò?

“Il nostro presidente Renato Dall’Ara era morto appena 3 giorni prima, stroncato da infarto: eravamo dunque amareggiati ma pure caricatissimi. Volevamo quello scudetto per lui! Dall’altra parte c’era un Inter fortissima ma un po’ scarica dopo la conquista della Coppa ‘dalle grandi orecchie’. Venivano dalla fredda Vienna e si trovarono nella fornace dell’Olimpico romano, ai primi, forti caldi estivi. Basta pensare che Mazzola ed altri nerazzurri per ottenere un po’ di frescura si fecero sistemare dei cubetti di ghiaccio nei colletti cuciti appositamente delle divise di gioco…Il caldo fu il nostro alleato migliore oltre ai gol di Fogli ed Harald Nielsen che in Danimarca ora è un grosso personaggio della politica. Tra noi siamo rimasti infatti in contatto e qualche volta ci vediamo pure”.

Ritorniamo a due anni dopo: a Middlesbrough Franco Janich divideva la camera con un mito del calcio italiano: Gigi Meroni. La ‘farfalla granata’ cui è stata dedicata anche una canzone e nelle Marche (pure quest’anno) tante retrospettive fotografiche, mentre la Rai sta avviando la preparazione di una fiction sulla vita del giocatore.

Ricorda commosso Janich: “Gigi era una persona meravigliosa,sensibile, anticonformista e così generosa da donare il premio partita a chi aveva bisogno, magari incontrandolo casualmente lungo la strada di ritorno a casa dallo stadio . ‘Il capellone’ o il ‘George Best italiano’ definivano i cronisti quell’ala dai calzettoni abbassati e dal dribbling ubriacante. Ma era anche pure un fine intenditore d’arte. Un giorno mi fa: ‘Franco ho scoperto alla Biennale di Venezia un grande artista, si chiama Lucio Fontana. Un’altra volta mi indicò un altro: Manzoni. Consigliandomi giusti investimenti. E se ora ho una discreta collezione d’arte contemporanea, lo devo a lui! Gigi per me era come un fratello!”.

Dopo Middlesbrough, Meroni continuò nella sua carriera. Folgorante e purtroppo breve: un anno dopo quei Mondiali ‘maledetti’ per i colori azzurri, una domenica d’ottobre del ‘67 poco dopo Torino-Sampdoria, l’ala granata morì travolto da un’auto entrando di diritto nella ‘leggenda’ del calcio.



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