Upim Macerata
1942-2003

LA STORIA

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Le ex commesse dell'Upim festeggi con la torta che rappresenta la copertina del libro di Guido Picchio

di Giancarlo Liuti

Sessant’otto anni fa, nel pieno della guerra mondiale, Macerata compì  un passo nella modernità. E glielo fece compiere l’arrivo dell’Upim, il grande magazzino nato tre lustri prima della Rinascente della famiglia Borletti. E i maceratesi conobbero, primi nella provincia e fra i primi nella regione,  la brulicante realtà di un emporio dove si poteva vedere e comperare un po’ di tutto. La sede fu in Corso della Repubblica, nel Palazzo della Filarmonica, davanti all’Amministrazione Provinciale. Un ingresso monumentale e quattro ampie vetrine al numero 35, per l’abbigliamento. Un secondo ingresso e altre due vetrine al numero 33, per i casalinghi. E insegne vistose. Una, enorme, in verticale, lungo tutta la facciata. Molti uomini erano al fronte, le notizie dall’Africa e dalla Russia oscillavano fra il buono e il cattivo, ma già tendevano al peggio. Tuttavia, per Macerata, l’Upim fu un segnale di progresso, di fiducia nel futuro. Quasi un presagio di pace. Una pace ancora impossibile, purtroppo. Due anni dopo la città venne duramente colpita dai bombardamenti. Ma l’Upim tenne duro. E la grazia delle sue giovani commesse contribuì, simbolicamente, a far sì che la speranza non si spegnesse. Ci si veniva da tutta la provincia e pure da più lontano, ci si veniva non soltanto per gli acquisti ma anche per guardare loro. Erano tante, avevano un’aria premurosa, fresca, cordiale. Giorno dopo giorno l’Upim divenne una istituzione. Privata, certo, ma con un’anima pubblica. Una sorta di piazza al chiuso. Appuntamenti, incontri, nuove conoscenze, parole in libertà. Così il centro storico propose una ragione di più per essere frequentato e vissuto. Così l’Upim, favorendo l’occupazione soprattutto femminile, assunse una funzione pure sociale.
Ma il successo impose il bisogno di uno spazio maggiore. Venne il 1957 e fra non poche polemiche il Comune autorizzò lo sventramento e il rifacimento del settecentesco Palazzo Lauri, all’inizio di Corso Matteotti, dopodichè nel 1961, ultimati quei lavori, l’Upim vi si trasferì. Tre vetrine sul corso, cinque nella galleria, tre piani, scalinate interne, un gran numero di reparti, il boom economico, il consumismo, sempre nuove cassiere, sempre nuove commesse, sempre leggiadre. E gli studenti della vicina università, dopo le lezioni, entravano all’Upim per incrociare quei sorrisi.

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Passarono gli anni, dieci, venti, trenta. La modernità compì un altro passo. L’uso dell’automobile diventò un universale bisogno primario, l’accesso al centro storico si fece meno facile, residenti e uffici si spostarono in periferia, supermercati, ipermercati e centri commerciali sorsero a Piediripa, Tolentino, Civitanova. E l’Upim iniziò a perdere colpi. Finchè nel 2003, chiuse i battenti. La modernità, dicevo. Ma se per Macerata quella del 1942 era stata, con l’arrivo dell’Upim, una modernità di progresso, questa del passaggio dal vecchio al nuovo secolo fu, con la partenza dell’Upim, una modernità che fece pagare un prezzo non lieve al cuore antico della città. Ora quei locali sono deserti. In sette anni non si è riusciti a trovare una soluzione per riportarli alla vita. Di ipotesi ne sono circolate parecchie. Mensa universitaria, importanti ma vaghe iniziative aziendali, perfino l’idea di un punto d’incontro e ritrovo intitolato alle Winx di Iginio Straffi. Se sono rose fioriranno.
Ma Guido Picchio, l’ormai famoso reporter fotografico che al posto del cervello ha una macchina da centomila scatti al minuto, una sua personalissima rosa ha già deciso di farla fiorire: un libro di immagini interamente dedicate proprio alla storia dell’Upim e una mostra. Le foto sono moltissime, vanno dal 1942 al 2003, vengono da archivi privati, da album familiari, dalle cornicette apese ai muri di chi trascorse tanta parte della propria esistenza alle casse, alla vendita, all’allestimento delle vetrine, all’amministrazione, ai trasporti, alla pulizia, alla vigilanza. Sono foto di gruppo, con la luminosa allegria di decine e decine di ragazze. Sono foto di inaugurazioni, premiazioni, feste da ballo, cene, gite. Momenti felici, orgogliose esperienze individuali e collettive. Bravo Guido. Allora, in mostra, c’erano giacche, camicie, gonne, pentoloni, saponi, dentifrici. Adesso,  in mostra, vedremo una Macerata che non c’è più. Ma che, con un po’ di buona volontà, potrebbe tornare.

(Prefazione del libro di Guido Picchio “Upim 1942-2003“)

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