Adelio Bravi (Lista Ballesi):
“Più importanza ai servizi sociali”

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Da Adelio Bravi, candidato consigliere della Lista Ballesi:

Difficilmente i servizi sociali vengono sottoposti ad attenta valutazione dalle parti politiche, come avviene invece, ad esempio, per l’urbanistica o la viabilità. Normalmente ci si accontenta e ci si compiace dell’elenco dei servizi erogati e dei soldi spesi, l’uno e l’altro più sono meglio è. Tutt’al più, soprattutto o esclusivamente in campagna elettorale, ci si sbizzarrisce nell’auspicare interventi più massicci in questo o quel settore.

A noi sembra invece molto importante valutare soprattutto la qualità e l’efficacia degli interventi, secondo un tipo di approccio che non può e non deve accontentarsi di gestire l’ordinaria amministrazione, ma sia capace di corrispondere ad un modello in grado di innescare processi virtuosi.

Tralasciamo, per brevità e per amor di patria, la questione dell’utilizzo che troppo spesso si fa di questo settore quale mezzo per organizzare clientele o, quanto meno, consenso attraverso finanziamenti a pioggia, senza alcun riscontro sul piano della loro utilità. Concentriamoci sulle conseguenze che un modo tradizionalmente assistenziale ha sulla qualità del servizio.

Intanto constatiamo la mancanza di una programmazione basata su una mappatura e rilevazione dei bisogni approfondita e non approssimativa qual è l’attuale, attraverso un’indagine che consenta anche delle proiezioni attendibili per i prossimi anni. Ciò consentirebbe una realistica programmazione degli interventi su basi molto più attendibili. Ma soprassediamo anche su questo e veniamo al vero punctum dolens.

Uno dei padri di quella che negli anni sessanta era chiamata l’antipsichiatria, è stato il sociologo canadese Erving Goffman che, tra l’altro, pubblicò in quegli anni “Stigma. L’identità negata” che è stato uno dei testi su cui si è formata la mia generazione. Sono passati più di 40 anni ma il problema che Goffman denunciava resta di drammatica attualità.

Quando una qualunque persona presenta un problema tale da aver bisogno di aiuto, viene immediatamente inserita in una categoria che da quel momento, diventa un marchio indelebile, capace di annullare la sua identità. La struttura stessa dei servizi organizzati in uffici che si occupano in maniera esclusiva e spesso del tutto scoordinata di questo o quel problema (minori, immigrati, disabili, anziani, ecc.) è funzionale alla presa in carico, non della persona ma del suo problema, direi cioè del suo “stigma”. Si danno dei casi in cui un soggetto che intercetta più di una di queste competenze diverse, riceve assistenza da più uffici senza alcun rapporto tra loro ma soltanto per giustapposizione.

Ribaltare questo modello significa prendere in considerazione, non quello che manca, ma quello che rimane, in senso più o meno residuale, alle persone che hanno bisogno di aiuto. Se si parte dall’assunto che chiunque, per quanto disastrato, è in ogni caso portatore di una sua identità, di potenzialità o da sviluppare o, comunque, da consolidare, il tipo di aiuto sarà mirato alla valorizzazione e crescita di tali capacità, piuttosto che, come avviene adesso, alla mera “assistenza” che, di fatto, finisce per inibire l’espressione di tutto ciò che esula dal deficit, dal marchio.

Per questo un passo importante è quello di organizzare gli uffici secondo il modello per cui vengono attribuiti agli operatori, non un tipo di problema, ma un certo numero di utenti. Ciò consentirebbe di lavorare per progetti individualizzati e mettendo in rete i vari servizi, al fine di ottenere che siano gli uffici ad adattarsi alle esigenze delle persone e non il contrario.

Un interessante sviluppo potrebbe essere, laddove possibile, quello di promuovere le potenzialità all’interno dei servizi stessi. A puro titolo di esempio, ritengo un ragazzo down perfettamente in grado, ovviamente sotto supervisione, di offrire assistenza agli anziani, così come alcuni immigrati potrebbero essere di valido aiuto nell’affiancare i facilitatori linguistici, ecc.

Molto altro ci sarebbe da dire in merito, per esempio, all’ambito territoriale, alle associazioni, ai progetti di prevenzione ed alla loro efficacia, al problema dei minori stranieri non accompagnati ed altro ancora. Credo di aver già abusato dello spazio concessomi che non può consentire una vera e propria relazione, ma soltanto gli spunti di riflessione che ho cercato di dare”.


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