I ponti di Belforte del Chienti
Alla scoperta della nostra provincia
di Eno Santecchia
“Anche i ponti hanno un’anima” ha detto qualcuno. Da 12.000 anni, queste opere dell’ingegno umano non hanno mai smesso di originare nell’uomo un misto di ammirazione e di timore reverenziale. Molti progettisti, il giorno del collaudo del loro ponte, sono stati con il cuore in gola; qualcheduno è addirittura fuggito temendo per eventuali rivalse in caso di esito sfavorevole.
Possono essere rudimentali a corda o di pietra, sospesi, ad archi, a sesto acuto o moderni d’acciaio e cemento armato. I migliori sono un punto d’incontro tra stile e resistenza come il nuovo ponte Vasco de Gama a Lisbona, tanto lungo da svanire nella foschia del fiume Tago. Oppure come quello dalla skyline straordinariamente elegante detto ponte strallato (con funi) sull’autostrada del Sole a Reggio Emilia. Quest’ultimo è opera dell’architetto spagnolo Santiago Calatrava, con il quale (e altri due) ha conseguito di recente il prestigioso premio European Steel Design Award.
Essi uniscono ciò che la natura ha diviso e a volte anche l’uomo preferirebbe tenere separato, come quello di Mostar che divide due comunità dal differente credo religioso. I ponti ci fanno comprendere quanto è importante per lo sviluppo della società il rapporto dell’uomo con l’acqua. Ognuno ha la sua storia e tantissimi aneddoti da raccontare nascosti nelle pieghe del passato, naturalmente qualcuno meno lieto.
Chi li ama non può fare a meno di visitare Belforte del Chienti un paesino del medio corso del fiume Chienti che può vantarsi di avere oltre otto ponti. Tanto stretto è il suo connubio con il Chienti che anche il nome ne è stato influenzato: prima “Belforte sul Chiento”, cambiato nell’attuale con il D.P.R. nr. 498 dell’11 aprile 1955.
In alto vi è il capoluogo di Belforte del Chienti che di notte, quando è illuminato per le feste, da lontano sembra una nave sospesa tra mare e cielo con la prua rivolta verso l’Adriatico. Le pendici del colle sul quale è insediato il capoluogo nei secoli scorsi erano coltivate a viti, olivi e anche a grano, il bosco preesistente era stato lentamente dissodato. Sulla vecchia strada denominata “dell’Arme” che collega Borgo San Giovanni a Borgo Santa Maria, così chiamata per una lapide che ricorda il lavoro eseguito dal buongoverno del papa Benedetto XIV, nel 1848 fu costruito un muro di sostegno per evitare che grosse frane mettessero in pericolo il sovrastante abitato.
I collezionisti possiedono numerose cartoline in bianco e nero e colorate a mano con in bella evidenza qualche ponte. Dall’alto dei suoi cento metri il capoluogo ammira il corso sinuoso e tranquillo del Chienti e, più che attraversarlo semplicemente, vorrebbe abbracciarlo per non far defluire la preziosa acqua.
Seguendo l’ex strada statale 77 della Val di Chienti Foligno – Loreto troviamo quattro ponti, dove nei secoli XVII – XIX tanti personaggi famosi viaggiarono per questa vallata diretti a Roma o al santuario Lauretano.
A causa dell’utilizzo delle acque per scopi idroelettrici e della diminuzione delle piogge, il fiume Chienti non ha più la portata d’acqua che aveva nei secoli scorsi. Basta pensare che nel giugno del 1799 vi annegarono, trascinati via dalla corrente impetuosa, diversi soldati francesi provenienti da Caldarola che lo attraversarono per portarsi sotto le mura di Belforte a sloggiare gli insorgenti.
Seguendo l’ex statale 77 da monte a valle troviamo il ponte a quattro arcate di San Giovanni detto anche “di Pietra” per il materiale usato nella sua costruzione, il quale fu danneggiato da una grossa piena nel 1819 e rifatto.
Giovedì 3 settembre 1931 la nazionale non era ancora asfaltata, quando la motocicletta condotta dal dr Antonio Dojmi dei conti Delupis sbandò sul breccino andando a finire sulla scarpata sinistra che scende verso il corso del Chienti. Il motociclista 34enne di Lissa (attuale Croazia), medico veterinario condotto a Caldarola, morì in seguito alla frattura delle due gambe. Sul luogo fu apposto un ricordo marmoreo con base quadrata di 30 cm sormontato da una stele con la scritta del nome e cognome e la data dell’incidente. La stele, probabilmente spinta da qualcuno, è rotolata tra i fitti rovi; credo sia possibile ritrovarla.
Il secondo ponte denominato una volta di S. Maria ora di Belli è a unico arco a tutto sesto e alto circa 20 metri dal livello dell’acqua. Esisteva già un ponte di legno posto circa cento metri più a valle dell’attuale che collegava Belforte con la strada cosiddetta del Mulino diretta al molino ad acqua. Nel complesso idraulico fu avviata anche una conceria, una gualchiera, una fornace di gesso e persino una piccola macina per i colori utilizzati dai vasai belfortesi. Questo ponte era alto dall’acqua undici metri, eppure nel 1836 fu spazzato via da una forte piena del Chienti e del Fiastrone suo affluente. Nel 1850 fu dato il via alla costruzione del nuovo ponte a cura dell’impresa Belli di Macerata (dalla quale prese l’attuale nome), su progetto dell’ing. Prosperi alla fine costò 3.072 scudi e 60 baiocchi. Fu ricostruito nel dopo guerra durante il mandato del sindaco Silvio Rossi e inaugurato nel settembre 1947 dall’on. Umberto Tupini.
Superato il borgo di Santa Maria, prossimo a casa del prof. Emilio Betti troviamo poi il ponte sul Rio Chiaro soprannominato di Cimica, dal nome di una famiglia di proprietari terrieri che abitava nei pressi.
Proseguendo sulla strada nazionale in località Fornaci, troviamo il ponte che supera il fosso Filette, gonfio nella stagione piovosa. La frazione prese il nome da antiche fornaci circolari scavate sul terreno che risalivano al XIV secolo. Quando si dovette rialzare il livello stradale, fu rialzata l’arcata del ponte costruendone un’altra sopra.
Lungo la s.p. 7 per Caldarola, che collega anche Borgo San Giovanni alle Ville Case e Pianiglioli, c’è un ponte di mattoni a tre arcate sul Chienti costruito intorno al 1910. In precedenza ne esisteva uno di legno sistemato nel 1895 con progetto dell’ing. Adolfo Tambroni con un costo di 2.010 vecchie lire. Come accennato, prima della costruzione dei due invasi artificiali di Polverina e Caccamo il livello dell’acqua del Chienti era più alto e le lavandaie scendevano fino alle sue rive per lavarvi i panni e sui ciottoli bianchi stendevano i rotoli di panno da lenzuola per sbiancarli.
Sulla s.p. 49 verso Camporotondo di Fiastrone ci sono altri due ponti minori, di cui uno nei pressi dell’incrocio che conduce alla chiesetta della Madonna d’Antegiano (sec. XV) e l’altro in loc. Porcinara, entrambi costruiti dalla ditta Pacifico Ciappi nel 1869.
Il penultimo della serie e più piccolo si trova in direzione di Serrapetrona sul Rio Chiaro in loc. Colli.
Nei pressi del lato destro del viadotto “Belforte” (523 m) della superstrada si possono ammirare le acque del Fiastrone, almeno due gradi centigradi più fredde, che confluiscono a malincuore nel Chienti.
Fino agli anni ’50 dello scorso secolo, in località fonte Moreto, esisteva il “ponte a molle” di Micarellu (soprannome di una vicina famiglia Santecchia). Si trattava di una passerella di tavole sostenuta da due cavi d’acciaio che consentiva il passaggio di persone e di biciclette.
La citazione con la quale concludiamo ha riferimento anche con Belforte del Chienti: “A nemico che fugge ponti d’oro”. Le forze del C.L.N., il nuovo Esercito Italiano e gli Alleati non riuscirono a impedire la seguente distruzione. Mancava poco alla fine di quel sabato 24 giugno 1944, quando alle ore 23.30 completata la ritirata nella zona, i tedeschi, dopo aver obbligato alcuni anziani a scavare le buche per inserirvi i tubi di gelatina, non tenendo in alcun conto della loro età, fecero saltare indisturbati a uno a uno i quattro ponti principali.
(Foto per gentile concessione di Rossano Cicconi)






