Otto anni da comparsa:
Andrea racconta l’Opera

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andrea carmen

di Alessandra Pierini

Lo Sferisterio Opera Festival è storia, cultura, spettacolo ma anche tanta gente che nei mesi della stagione di opera lavorano intensamente. Ognuno ha il suo ruolo e il suo compito assegnato ed ogni pedina è indispensabile perchè il risultato finale sia il migliore possibile. Nel mese di giugno il lavoratori dello Sferisterio hanno esternato il loro dissenso verso la precarietà di questo genere di professioni e per la loro posizione, aggravata di tagli alla cultura che stanno penalizzando tutti i teatri italiani. Il lavoro allo Sferisterio, però, è irrimediabilmente precario poichè la stagione in un teatro all’aperto non può protrarsi oltre il periodo estivo ed è forse dovuta anche a questo elemento la suggestione che il nostro teatro riesce a provocare. Certo è che i 3000 spettatori che ogni sera assistono allo spettacolo, avrebbero ben poco da vedere se non ci fosse un “dietro le quinte” di tecnici, operai, sarti, costumisti, truccatori. Ci addentriamo in questo mondo, spesso invisibile, se non nei risultati, attraverso le parole di Andrea Pavoni, comparsa dal 1982 al 1989 in varie opere della stagione lirica che allora si chiamava Macerata Opera.
“Allora era molto diverso da oggi – esordisce Andrea – le comparse erano molto più numerose e la tendenza era quella di riempire il palco, eravamo anche 150 e c’era molta più disciplina e persino le multe se non si rispettavano le regole. Pensate che la truccatrice iniziava prestissimo a lavorare e mentre con le prime comparse era attenta e meticolosa, alla fine non ne poteva più e praticamente quasi lanciava in faccia il trucco ai mal capitati. E’ stata comunque una bella esperienza che mi ha lasciato tanti ricordi ed emozioni e soprattutto una passione musicale infinita.”
Come ogni evento, coloro che sono direttamente coinvolti, vivono in maniera più intensa l’esperienza che è sotto gli occhi di tutti. Andrea va poi avanti con dei racconti dissacranti che fanno scemare l’aura sacra che negli ultimi decenni ha rivestito lo Sferisterio, rendendolo non più teatro popolare quale era alla sua nascita ma simbolo di una cultura alta e inarrivabile che pregiudica la partecipazione delle masse. “Nel 1982 – va avanti Andrea – c’era una regista svedese molto corpulenta che ci chiamava ‘i miei ragazzi’ e al termine dello spettacolo ci riempiva di complimenti. Per la sua Aida le 150 comparse messe a disposizione non erano sufficienti, allora dovevamo uscire di scena, correre dietro al palco, cambiare l’arma che tenevamo in mano e rimetterci sempre correndo in coda alla fila per tornare sulla scena. L’artificio era piuttosto macchinoso e capitò che correndo una delle comparse, al momento di scambiare l’alabarda con l’arco si inciampò e cadde. La comparsa era l’attuale allenatore della Fulgor Maceratese, molto più bravo col pallone che con le armi.”

andrea aida

Gli episodi divertenti non finiscono qui e Andrea va avanti riportando alla mente i momenti salienti: “Mi ricordo un certo Floriano che insieme ad altre comparse portava un trono con una divinita’. Una sera furono chiamati all’improvviso in scena, Floriano  entrò senza il capello che avrebbe dovuto portare e, come se non bastasse, lo lasciò bene in vista appoggiato sulla statua. Nel 1985 ci fu ancora una Aida. C’era un mimo ballerino che rappresentava un serpente, simbolo del male e del tradimento di Radames verso la patria. Per tutto lo spettacolo doveva strisciare a terra da una parte all’altra, finchè un pomeriggio durante le prove, strisciando e strisciando non cadde nella buca del suggeritore scatenando le risa di tutti i presenti.”
Oltre agli aneddoti e al divertimento, l’esperienza “dietro le quinte” ha lasciato ad Andrea anche un bel bagaglio di emozioni: ” Due sono i momenti più emozionanti della mia carriera: il primo è stato quando Mario Zeffiri mi scelse tra 100 persona per interpretare Lilas Pastia nella sua “Carmen”, famosa e contestata per i pugili al posto dei toreri, il secondo atto partiva con un occhio di bue su me che spazzavo per terra. Un altro momento che non dimenticherò è stato  quando martinucci bisso’per due volte vincero’ in una Turandot emozionante del 1984. Sono stati momenti magici che mi hanno reso fiero di essere lì.”
Insomma da dietro le quinte non si gode forse il fascino dello Sferisterio che si trasfigura nella notte e si trasforma nella casa dell’Opera ma si vive l’emozione dello spettacolo autentico che si tocca con mano.

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