Il Treiese dell’anno
e una madre coraggio

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Un “Treiese dell’anno” davvero da standing ovation. Il dottor Gildo Coperchio, 23 anni in Bangladesh, da qualche mese alla Casa Madre dei Saveriani a Parma ha commosso i suoi concittadini che l’hanno acclamato a lungo al teatro cittadino dove si è svolta la cerimonia organizzata dalla Proloco presieduta da Francesco Pucciarelli e condotta dal dottor Umberto Patassini.

Sul palco padre Baldin, superiore dei Saveriani, il consigliere regionale Franco Capponi, Pucciarelli, il giornalista Maurizio Verdenelli (che ha intervistato Coperchio), il sindaco Santalucia, mons. Pio Pesaresi e don Giuseppe Branchesi, grande amico del medico.

A conclusione della cerimonia, un altro momento di particolare commozione. Un mazzo di fiori è stato consegnato ad Angela “Balilla” Coperchio, la madre novantaquattrenne di Gildo che fino allo scorso anno con un carrettino personalmente raccoglieva nella “sua” Passo Treia cartoni ed altri materiali per realizzare denaro da inviare al figlio perché meglio potesse aiutare i suoi malati in Bangladesh. Il medico, dal palco, ha ringraziato tutti i suoi concittadini che per 23 anni hanno inviato a lui perché li distribuisse, ogni tipo di aiuto ai poveri del Bengala, soprattutto a Chuknagar nel villaggio dei “fuori casta” dove ha lavorato per “due anni indimenticabili”. In quella terra dove Coperchio, a conclusione della sua missione a fianco degli anziani della casa madre dei saveriani, vorrebbe tornare.

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Sul palco, a domanda del giornalista Verdenelli, Capponi ha promesso da parte sua di attivare ogni possibile aiuto per la missione dei Saveriani in India (così come aveva fatto da sindaco di Treia). Coperchio ha ringraziato puntualizzando tuttavia che forse più dello stesso denaro, attualmente ancora più prezioso è l’apporto di risorse umane, di volontari da inviare sul posto, una delle frontiere più drammatiche dell’umanità nel mondo.

Ed ecco domande e risposte poste al “medico dei fuori casta”.

Per S.Agostino la Bellezza è “lo splendore del vero”, per Stendhal solo la Bellezza salverà l’umanità e per Gibran occorre seguire la Bellezza anche se varca un precipizio…Lei, la Bellezza l’ha trovata tra le case di fango dei “fuori casta” di Chuknagar, in fuga dal Fatima Hospital di Jessore…

Non è facile trovare la Bellezza, perchè un pò come le stelle è lontana. Ma può capi-tare che quel luccichio lontano generi nostalgia, generi il desiderio di raggiungerlo. Come scrivevo in una mia lettera nonostante i miei pazienti fossero bisognosi, ignoranti, ottusi, mai contenti, con la mano sempre tesa e solo raramente capaci di dire grazie eppure sembra proprio che siano stati scelti da Dio per essere i suoi figli prediletti .. Non chiedermene il perchè. Le esperienze di Dio ti vengono donate, ti è dato di esperiementarle. Poi niente più. Esse scompaiono e a volte fai tu stesso fatica a crederci che siano avvenute. Ne sei certo solo perchè ti hanno cambiato, ti hanno cambiato dentro.

Non so dirti quindi perchè la vita del villaggio mi abbia cambiato…certo è che tale mi sono ritrovato.

Ho imparato nel villaggio che non ha più senso parlare di morte, di dolore, di gioia, di eternità, di Dio stesso. Dio non parla mai di se stesso ma continua a parlare sempre dell’Altro. “Se non ami il tuo prossimo che vedi come potrai dire di amare Dio che non vedi?” L’ALTRO è il precipizio da varcare, perchè è nell’Altro che la Bellezza si è voluta nascondere.. E, in questa relazione con l’Altro, occorre diventare semplici e senza parole come il riso che cresce nelle sterminate risaie bengalesi o come la pioggia che cade…

Lo dico soprattutto a me stesso: “ si deve semplicemente ESSERE.”

Essere senza discorsi superflui.

Essere nell’assoluto dell’indigenza, del non potere, del non sapere.

Essere leggeri quanto una gracile spiga di grano o di riso, o come lo stelo di un tulipa-no, una pioggerella sottile, una impalpabile brezza del mattino, essere immensi quanto il cielo…….

Bisogna mollare gli ormeggi, le sicurezze, a cominciare dalle passioni che alienano, dalle paure che intrappolano ed umiliano, dalla collera e dallo spirito di vendetta, di rivincita, che logorano invano le forze di cui si dispone, dal disprezzo dalla indiffe-renza che sono solo travestimenti della pigrizia, e infine dall’odio che corrompe il cuore e la mente, li sporca e li fossilizza.

Essere, nient’altro, ma senza misura né concessioni.”

Ho ritrovato queste righe trascritte parecchi anni fa su un pezzo di carta. Ai tempi in cui non avevo il computer. Ma anche se è passato molto tempo esse colorano ancora il mio cammino.

Un altro missionario saveriano, padre Marino Rigon, anch’egli in Bangla-desh, in un’intervista ad un giornale bengalese ha detto che caso mai morisse fuori da quella terra, vorrebbe essere proprio sepolto là….anche lei vorrebbe un destino analogo? Ora è a Parma ma pare che abbia strap-pato ai suoi superiori un secondo pass per l’India…

E’ difficile dimenticare 23 anni di strada, di vita. E’ difficile dimenticare i volti dei tanti che ho incontrato. Un giorno nel bel mezzo della capitale Dhaka, 15 milioni di abitanti, mi sono sentito chiamare da una voce di donna. Mi sono guardato intorno ma non riuscivo a riconoscere nessuno.

Ad un certo punto mi sono visto chiamare da un babytaxi da cui stava scendendo una donna con un bambino di 4 o cinque anni. Ero disorientato. Non riuscivo a ricordare quel volto. E’ lei che mi dice: Ti ricordi di me? “Sei stato tu a farmi il cesareo e questo è il mio figlio”. Strani incontri davvero e strano davvero che una donna si ricordasse di me dopo 4 anni, e mi avesse riconosciuto in mezzo ad una folla di 15 milioni di abitanti.

Non so se morirò in Bangladesh. Il mio di desiderio è un pò diverso da quello di P. Marino. Se mai mi capitasse di morire in Bangladesh non mi dispiacerebbe essere bruciato e le mie cenere disperse nei fiumi del Bangladesh.

Il poeta bangladeshi Tagore, Premio Nobel nel 1913, ha scritto che “morire non è esaurire la vita, ma spegnere la lampada perché è arrivata l’alba” e che tutto bisogna ridare alla morte ciò che ciascuno ha afferrato alla vita…I “fuori casta”, i “paria” alla vita hanno strappato in fondo ben poco: lei in una lettera scrive che sono loro a mostrare il senso della vera croce. Dopo la sua esperienza tra loro che idea ha della vita e della morte? La prima può essere solo testimonianza e non riscatto, la seconda solo una liberazione dalla sofferenza?

E’ difficile rispondere a questa domanda. Non sono un filosofo. La vita e la morte sono così come le vogliamo vivere. A causa della mia professione medica in Bangladesh mi sono trovato a dover far nascere alla vita non pochi bambini e così pure sono stato spesso a fianco di persone nel momento in cui davano l’ ultimo respiro.

Considero la morte molto simile al travaglio di parto…dopo il dolore non potrà che esserci la gioia per un nuovo modo di vivere, per un nuovo inizio. Lo so che qualcuno può sorridere, ma non mi sembra poi così impossibile. La vita non è tolta, ma traformata si legge nella liturgia dei defunti.

Ai curiosi che vogliono saperne di più faccio spesso questo esempio: il feto non può saper, prima del parto che cosa lo attenderà dopo la nascità…così è per noi nei confronti della morte.

Circa poi il concetto di vita come testimonianza o riscatto e di morte come libera-zione penso che il pensarle in un modo o in un altro sia frutto delle culture in cui nasciano e viviamo. La esperienza della vita e quella della morte ci portano comunque ben al di là delle nostre stesse culture.

Nella tua domanda facendo poi riferimento a quanto scrissi in una mia lettera:mi chiedi come possano i poveri mostrarci il senso della croce.

Non è solo mia questa affermazione.

Sono i poveri, i paria del mondo che ci dicono la natura di Dio, un Dio che, come già poetava D. M. Turoldo ha rinunciato alla sua onnipotenza per amore di questa sua creatura. Noi, non sappiamo amare, i poveri sì.

Ce lo ha assicurato Gesù Cristo che ha posto i poveri primi nelle sue beatitudini:

Beati voi, poveri, perchè vostro è il Regno di Dio” (Lc.6,20)

E’ per questo poi, che egli ha creato la sua Chiesa: perchè evangelizzi i più poveri.

Guai dimenticarlo. E’ questo il segno stesso del Regno: “La buona novella è annunciata ai poveri” (Mt.11,5)

E’ per questo che la Chiesa non dovrebbe aver paura ad essere povera, attraverso una scelta tutta particolare, assicurando che la salvezza degli altri passa attraverso quella dei poveri perchè, come ultimo ricorso, quando tutti hanno mollato, sono loro i poveri che permettono alla salvezza di realizzarsi lo stesso.

“ho avuto fame, ho avuto sete, ero malato(Mt.25)…ciò che avrete fatto al più piccolo dei miei l’avrete fatto a me”(31,46)

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L’India è ormai una grande potenza economica mondiale, come testimo-niato in parte anche dal film superpremiato nella notte degli Oscar di Hollywood “The millionaire”: sarà una benedizione anche per i poveri del Bangladesh? Ha visto qualche, pur timido, progresso nella ridistribuzione della ricchezza e del reddito, c’è qualche luce in fondo al tunnel?

Non credo che il film menzionato sia o sarà una benedizione per l’India, anzi ci ha permesso di capire perchè non lo sarà. Già la vicenda del piccolo attore tornato a casa e picchiato dal padre che voleva a tutti i costi che si offrisse in pasto ai media per denaro ce lo fa capire.

La ricchezza e l’amore che guidano la trama del film sfociano in una bella danza tipica dei film indiani ma che sa poco di realtà. Il film è più reale nei flashback di Jamal Malik, una realtà che spero ci faccia capire anchequanto è lunga la strada

che porta alla danza finale.

Anche in Bangladesh i progressi ci sono, guai se non ci fossero, ma questo avviene grazie forse più ai poveri che ai ricchi e di questo pochi se ne accorgono.

Di progressi ne ho fatti anch’io in Bangladesh: ho imparato a sognare e a vivere

quell’amore che genera la nostalgia di Dio e l’ho imparato tra i poveri, i semplici,

i deboli, i fuori casta.

Mi chiedi se c’è una luce in fondo al tunnel: preferisco invitarti a guardare il cielo

dove ci sono tante piccole stelle. I poveri del mondo rassomigliano a loro.

In Murder in the cathedral di T.S. Eliot, l’arcivescovo Tommaso scaccia con grande felicità i primi tentatori in riferimento ai piaceri e al successo personale e politico nella vita. Viene però turbato dal quarto che rappre-senta la tentazione della santità. Tra gli ultimi della terra, lei come vive la sua missione?

Innanzitutto non penso alla santità come una tentazione proprio perchè alla santità non ci penso per niente. Credo che sia possibile vivere la vita con coerenza tentando di amare gli altri ad ogni costo alla luce dell’ amore di un Dio cercato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. La santità troppo spesso è un vestito che appicciamo noi agli altri. Guai se tentassimo noi di indossarlo… e di vestircene, diventeremmo veramente goffi.

Purtroppo non sono più tra gli ultimi della terra o forse si potrebbe anche dire che lo sono ancora… ma come me anche tanti altri lo fanno e, spesso dagli altri ho molto da imparare. Questa è un altra cosa molto importante: l’imparare a vivere questi valori insieme agli altri e non da soli… questa potrebbe essere la vera santità.

Martedì 17 marzo è tornato nella sua Treia che ha lasciato ad 11 anni, per essere premiato come “Treiese dell’anno”. Che rapporti tiene ancora con la sua città? Ci tornerà ora più spesso?

Treia, Passo di Treia, Macerata….? E’ stata una graditissima scoperta. Mi hanno voluto fin troppo bene. Mi hanno abbracciato con amore, ogni volta che sono tornato dal Bangladesh. Non sono pochi poi coloro che hanno voluto ascoltare di me e della mia vita, della mia missione. Mi sono sempre chiesto il perchè…. ma faccio fatica a trovare una risposta come non capisco perchè mi abbiano scelto come treiese dell’anno.

Comunque sia Tagore scriveva che Dio non ama i grandi regni ma i piccoli fiori. Spero che Treia mi consideri un suo piccolo fiore…

Tornarci spesso?

Sono solo pochi mesi che ho iniziato a Parma il mio nuovo impegno tra i missionari malati ed anziani della Congregazione a cui appartengo. Beh, ho già capito che il tempo a mia disposizione non sarà molto. Ma mi piacerebbe poter tornare un giorno a salutare voi e tutti coloro che mi vogliono bene prima del mio ritorno in Bangladesh.


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