Ricordo di Padre Vincenzo
dalla sua amata Pollenza

di Elisabetta Nardi
“Dio c’è”: questa verità di fede che leggiamo scritta su cartelli o muri lungo molte strade, Padre Vincenzo Zucca l’aveva …incarnata!
Piccolo di statura e di corporatura minuta, aderì giovanissimo alla chiamata del Signore nell’ordine francescano, e dal quel momento testimoniò per tutta vita la gioia di essere “figlio di Francesco”. Orgoglioso di indossare il saio francescano, Padre Vincenzo cercò sempre di imitare il santo d’Assisi in tutto e per tutto, tanto che un sacerdote, Don Oreste di Macerata, lo chiamava “la brutta copia di San Francesco”, appellativo che se di per sé ha una connotazione negativa, in questo caso era motivato solo da un profondo senso di rispetto verso il santo di Assisi.
Chi fosse Padre Vincenzo è presto detto. Era nato ad Arcevia, in provincia di Ancona, il 5 aprile del 1913. Vestì l’abito dei frati minori francescani l’8 settembre del 1928. Nel 1936 viene ordinato sacerdote a Zara, che in quel tempo ospitava la sede degli studi di teologia dei frati delle Marche. Dopo aver trascorso cinque anni, dal 1937 al 1942, nella comunità di Monbarroccio, in provincia di Pesaro, arrivò nel pieno della seconda guerra mondiale nel convento di Santa Maria del Trebbio a Pollenza.
Nel 1949 entrò a far parte della comunità francescana di Pollenza anche Padre Lino Tartarelli, più giovane di nove anni, che trascorse tutta la vita con lui. Padre Vincenzo visse a Pollenza ben 56 anni. Solo gli ultimi tre anni di vita li passò, sempre con P.Lino, a Grottammare (prov. di Ascoli Piceno), nel convento “Oasi Santa Maria dei Monti”, e qui il Signore lo ha chiamato a Sé il 4 giugno 2008.
Padre Vincenzo fece di Pollenza il campo del suo apostolato, mentre il fratello, Padre Francesco Zucca, anche lui frate minore, partì missionario per la lontana Cina, in cerca di anime da convertire in quella terra dove la Parola e l’amore di Cristo ha ancora difficoltà ad essere accolta. La vita semplice e umile di Padre Vincenzo, e il cuore generoso che tutti potevano sperimentare, stimolavano gli abitanti di Pollenza ad essere prodighi di offerte con lui, perché comprendevano che niente egli tratteneva per sé, ma che quanto gli veniva offerto si trasformava interamente in aiuto reale per sostenere la difficile missione del fratello. La Cina era sempre nel suo cuore e nelle sue parole, sapeva tutto di quel paese pur non essendoci mai stato, ed era un grande ammiratore di Padre Matteo Ricci, il gesuita che – dopo i primi tentativi proprio dei Frati Minori – per primo riuscì a giungere a Pechino, nel 1601, e a iniziare un’opera intelligente di evangelizzazione, nel rispetto delle tradizioni millenarie di questo grande popolo.

Padre Vincenzo era straordinariamente affascinato dalle vite di tutti i Santi, e parlava di loro come se li avesse conosciuti personalmente. Per lui il confine fra questo mondo e l’aldilà non esisteva, viveva con i piedi per terra e la testa in Cielo. Tra i Santi a lui più cari c’erano naturalmente quelli dell’ordine francescano. Aveva però una particolare venerazione per la “sua” Santa Laura. Nella chiesa di Santa Maria del Trebbio, nella cappellina di destra, c’era una teca contenente un corpo di cera di una martire romana. A Santa Laura Padre Vincenzo ricorreva nei momenti di difficoltà, incoraggiava anche i suoi fedeli a ricorrere a Lei nei momenti di sofferenza e necessità, e non si stancava mai di elogiare questa giovane e nobile cristiana che aveva aderito così pienamente all’ideale cristiano.
Un’altra figura cara a Padre Vincenzo era quella di Sante Saccone, un terziario conventuale proveniente da San Severino e morto in odore di santità a Pollenza.
Un giorno, chi scrive, presa da un attimo di sconforto, disse a Padre Vincenzo: “Padre Vincé, ma questi Santi ci aiuteranno veramente?” Padre Vincenzo era estremamente buono e tollerante, ma non accettava dubbi di fede: all’udire ciò prese a pestare i piedi a terra e disse: “E se no che ci stanno a fare Lassù, secondo te?” No! Con lui non si poteva assolutamente dubitare! Ribadiva con profonda convinzione che la nostra esistenza terrena è in “continuo dialogo” e in continua “mutua relazione” con l’esistenza che ci aspetta dopo quella che impropriamente chiamiamo “morte”, mentre è in realtà un “passaggio” ad un altra dimensione di vita, felice se cerchiamo quaggiù di vivere le “parole di Luce” del Vangelo di Gesù…

Il servizio alla Chiesa per Padre Vincenzo era continuo e incessante, non conosceva la parola riposo. Era sempre pronto a partecipare a qualsiasi cerimonia o processione che ci fosse in paese. Qualche volta concelebrava, ma il più delle volte si metteva a confessare, e davanti al suo confessionale c’era sempre una lunga fila, perché era noto che Padre Vincenzo sapesse ispirare fiducia e speranza.
Per tutta la vita Padre Vincenzo aveva praticato la virtù dell’umiltà in modo eccelso, tanto che i più lo scambiavano per una persona “semplice”, mentre in realtà Padre Vincenzo aveva una vasta cultura, che spaziava dalla storia all’agiografia e all’astronomia. Seguirlo nei suoi discorsi non era sempre facile, perché parlava velocissimo e usando sempre lo stesso tono di voce.
Altra virtù che praticava rigorosamente era la povertà. Il giorno che Padre Vincenzo compì il 50° anniversario di sacerdozio, gli fu donato dalle francescane un nuovo saio, perché quello vecchio era sì di “stoffa buona” – per esser durato cinquant’anni! – ma ormai le toppe lo ricoprivano tutto! Non indossava né calzini né scarpe invernali, e a chi voleva regalarglieli diceva che a lui bastava ciò che aveva.
Aveva il dono dell’amicizia. Sapeva entrare in contatto con tutti, gente di qualsiasi ceto e nazionalità, amava coltivare le amicizie. Prima fra tutte l’amicizia con Padre Lino, con cui Padre Vincenzo ha condiviso cinquantasei anni di fervido apostolato a Pollenza. Entrambi avevano fatto del convento di “Santa Maria del Trebbio” un luogo dove tutti coloro che fossero nel bisogno potessero accorrere in qualsiasi ora del giorno e della notte. Un sorriso e una parola buona, o anche qualche aiuto economico, non veniva lesinato a nessuno.
Padre Vincenzo era considerato “di casa” nella famiglia Marinozzi, sia in quanto confessore dei tre fratelli Marinozzi, Riccardo, Manrico e Remo, sia perché con il suo carattere gioioso e sempre ottimista era riuscito a creare un’amicizia fraterna e duratura con loro e le rispettive famiglie.
Nella bottega dei fratelli Marinozzi, Padre Vincenzo incontrava anche Manrico ed insieme parlavano dei più disparati argomenti. Padre Vincenzo stimava molto Manrico sia come uomo che come artista.
Tanta era la stima che aveva di Manrico che non tardò a rivolgersi a lui quando un suo confratello, nel tentativo di spostare l’affresco della navata centrale per allungare la chiesa, causò il suo sbriciolamento!
Padre Vincenzo contattò Manrico, il quale provvide subito al restauro dell’affresco e per terminare in tempo il lavoro non mancò di lavorare per tutta la notte.
Questo mite ma forte religioso ha lasciato una traccia profonda sia a Pollenza come tra quanti che altrove hanno avuto modo di conoscerlo. E’ significativo che per un certo periodo dopo le sue esequie, i manifesti che annunciavano il suo “transito” al Cielo non sono stati ricoperti da altri, un piccolo segno della stima e del rimpianto che ha lasciato in tutti noi, come è triste costatare il vuoto nel convento dove Padre Vincenzo ha condiviso la nostra vita per varie generazioni…
I Santi non sono certo solo quelli che la Chiesa ha canonizzato, e d’altra parte la “chiamata alla santità” è universale, e riguarda tutti, consacrati nei vari ordini religiosi e laici. Ora tra i Santi in Cielo c’è anche Padre Vincenzo, che non si dimentica certo di noi, ma anzi può esserci vicino e aiutarci in modo più efficace.
Altrimenti… “Che ci sta a fare in Cielo?…” parafrasando quel che egli stesso ebbe modo di ricordarmi con forza quando ancora percorreva le nostre strade.