Tutti i segreti
dell’Abbadia di Fiastra

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Abbazia di Fiastra

 

di Luciano Burzacca

Storia, arte e natura: godibile connubio a meno di 10 Km da Macerata, ideale per rilassarsi, rinfrescare la mente e fare un po’ di movimento, unendo l’utile al dilettevole. Quest’opera di rilevanza nazionale la dobbiamo al tenace impegno di un ordine religioso che ha avuto i momenti più gloriosi nel tardo medioevo: quello dei monaci cistercensi, arrivati nella Valle del Chienti nel 1142, provenienti dall’Abbazia di Chiaravalle, nei pressi di Milano.

I cistercensi, che usano una veste bianca a differenza degli altri ordini, mettono in pratica la regola di S. Benedetto basata su lavoro, preghiera, solitudine (Ora et labora). Alcuni monaci, detti conversi, erano addetti ai lavori necessari allo sviluppo dell’Abbazia e alla sussistenza: uomini che non avevano studiato da sacerdoti, ma avevano ugualmente accettato la vita monastica.

La storia dell’Abbazia è costellata sia da momenti felici sia infausti e vale la pena informarsi un po’ prima o durante la visita, per meglio assaporare le bellezze e capire l’importanza che ha avuto (e che ha ancora) nella nostra provincia questo centro di cultura e gioiello di architettura.

Cominciamo la visita dalla chiesa, la cui costruzione tipicamente in stile cistercense, con la base a forma di croce latina, è volutamente sobria per coerenza con le regole dell’ordine. L’architettura cistercense è un po’ più elaborata del precedente stile romanico, ma meno dello stile gotico sviluppatosi successivamente, tanto da essere considerata di transizione.

Accompagnati dagli echi dei propri passi per tutto il giro, ci immergiamo nella spiritualità di questo luogo , stimolati alla contemplazione. In fondo, alla base dell’altare, osserviamo un’ara romana, prelevata dalla Urbis Salvia (Urbisaglia), distrutta da Alarico nel V secolo dC, la cui presenza forse vuole testimoniare la vittoria del cristianesimo sul paganesimo. Data la sobrietà della struttura non aspettiamoci di trovare chissà quali meraviglie ornamentali: evidentemente quest’ordine monastico riteneva che un luogo di culto non dovesse distrarre il fedele, ma concentrarlo sulla sua spiritualità.

Come un cortile chiuso al mondo esterno, dove i monaci passavano e meditavano in silenzio, oppure leggevano, il Chiostro permette di ammirare altre bellezze dell’architettura cistercense. I giochi di luci e di ombre esaltano la maestosa bellezza del luogo e la luminosità, in contrapposizione ad altri ambienti poco illuminati, sembra voler favorire il misticismo rafforzando la comunicazione con Dio.

Al centro del Chiostro si fa ammirare il pozzo, che serviva per prelevare l’acqua piovana, raccolta e filtrata in apposite cisterne, opere idrauliche pregevoli, ma ovviamente non accessibili al pubblico. Le tettoie del chiostro presentano purtroppo un po’ di vegetazione spontanea (erbacce), che magari andrebbe rimossa, a meno che non si voglia considerare parte integrante della riserva naturalistica.

Entriamo nel Capitolo, all’interno del quale le pareti sono prive di intonaci: meglio così, perché sono visibili i mattoni e si può ammirare il modo in cui sono stati sistemati per dare forma alle arcate e alle volte. Ci rendiamo conto meglio del duro e del paziente lavoro della manodopera, ma anche dell’ingegno dei progettisti.

Sostando un po’ in “religioso” silenzio in questa stanza, viene spontaneo fare qualche considerazione, ispirata dall’ambiente saturo di religiosità, tanto che è considerato il luogo più sacro, subito dopo la chiesa. Immaginiamo di trovarci tra i monaci riuniti qualche secolo fa, guidati dall’Abate e intenti alla lettura della regola di S. Benedetto. Confessano apertamente e in perfetta armonia le proprie colpe e quelle degli altri, oppure dispongono le mansioni per la giornata. Diventa quasi tangibile la spiritualità che doveva regnare nell’atmosfera del tempo e che ancora oggi sembra aleggiare tra le mura centenarie. Questo mondo, ormai quasi del tutto alieno per la nostra epoca sempre più materialistica, in cui domina l’egoismo, va guardato con rispetto e indipendentemente dal nostro credo o dalla nostra sensibilità religiosa. Rispetto per il coraggio e per la forza con cui questi uomini hanno accettato definitivamente le molte privazioni imposte dalla regola, per coltivare l’innegabile aspetto spirituale della persona umana.

Che dire poi dell’insegnamento morale che ci hanno lasciato? La seguente frase, impressa in una lastra appesa ad una parete, non solo va letta, ma meditata: Parla poco, odi assai et guarda al fine di ciò che fai.

Interessanti sono altri due ambienti: il refettorio dei conversi e la sala delle oliere. Nel primo troviamo un particolare degno di rilievo: le colonne centrali che sorreggono la volta sono romaniche, prelevate dalla vicina Urbis Salvia. Non avendo guide a disposizione ci domandiamo le ragioni dell’uso: i monaci erano collezionisti d’arte o volevano risparmiare fatica? Grazie a loro, si sono conservate bene, ma, asportandole, hanno creato probabilmente qualche difficoltà agli attuali studiosi che cercano di ricostruire la struttura del sito archeologico.

Nella sala delle oliere, adibita a conservare l’olio in anfore, troviamo ancora segni dell’ingegno dei monaci, per mantenere pulito l’ambiente ed evitare perdite del prezioso alimento; si fa ammirare inoltre anche una numerosa raccolta di reperti archeologici provenienti sempre dalla vecchia Urbisaglia.

Visitiamo le grotte, sotterraneo che arriva a più di 5 metri di profondità e scavato nei depositi alluvionali di sabbia e di ghiaia, che fungeva da “frigorifero” dell’Abbazia. E’ un ambiente suggestivo, quasi un labirinto che fa venire in mente il mito del filo di Arianna e di Teseo, anche se qui non c’è nessun minotauro in agguato: solo qualche vecchia e innocua anfora posta nelle nicchie, dove i monaci conservavano il vino e altre derrate deperibili. L’unico pericolo è il fondo un po’ malandato, ma l’ambiente è illuminato artificialmente e si può vedere bene dove mettere i piedi.

Dopo la visita alle strutture architettoniche, si può accedere al giardino inglese (senza aiuole), dove si può ammirare una maestosa quercia da sughero (l’unica delle Marche) e fare lunghe camminate per la riserva, Area Floristica Protetta dove vivono alcuni esemplari di capriolo: il nostro sistema circolatorio e quello respiratorio ne saranno grati.

Interessante sapere, per i patiti del computer, che tutta la zona è coperta da Wi-Fi. Col portatile ci possiamo sedere in una panchina o in un prato e navigare gratuitamente. Immersi nell’atmosfera pulita, quasi del tutto priva di inquinamento acustico, ricca di serenità e in compagnia di alcuni gatti, per nulla intimoriti dalla nostra presenza, ci si può sentire come in un’isola al centro del mondo, circondati però da un mare … di onde elettromagnetiche!



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