Solidarietà senza confini:
la storia dei fratelli Tacconi
tra Nepal e Tagikistan
Pronti a rinunciare a tutto per aiutare le popolazioni più bisognose, Luca Tacconi (nella foto) e suo fratello Emanuele hanno in comune una vera e propria vocazione. Per seguirla sono finiti in Nepal il primo e in Tagikistan il secondo. Ma cosa vuol dire decidere un giorno di partire e ritrovarsi dall’altra parte del mondo? Cosa comporta per una famiglia qualsiasi trovarsi a gestire rapporti intercontinentali?
Ce lo racconta Luca, attualmente in Italia ma pronto a ripartire. Ci parla del Nepal e della situazione del vicino Tibet, del rapporto con suo fratello e di quello che significa vivere dove tutto quello che consideriamo scontato-la libertà, l’uguaglianza e la giustizia- viene meno.
Sia lei che suo fratello avete lasciato l’Italia e Macerata per trasferirvi in paesi estremamente diversi dal nostro per storia, cultura e condizioni attuali. Cosa l’ha spinta a partire per vivere in Nepal?
“Io sono un dipendente dell’Italgas di Macerata. Ho deciso di prendermi un’aspettativa dal lavoro perché da anni sentivo il bisogno di fare qualcosa in più del lavoro di impiegato. Avevo già avuto esperienze da volontario in Africa e in altre zone dell’Asia, per questo ho sostenuto diversi colloqui e mandato molti curriculum finché ho trovato quest’opportunità in Nepal. Tra tutte mi è sembrata la più tranquilla e interessante”.Come era la sua vita in Nepal? Di che cosa si occupava?
“Lavoravo in un complesso di scuole in cui c’erano più di 2700 bambini. Mi trovavo nella parte bassa del Nepal, proprio di fronte all’Everest, non molto lontano dal confine con l’India. In questa zona c’è una grande pianura, in cui viene coltivato solo riso e regna la povertà assoluta. Quasi la totalità delle persone vive in capanne di argilla e bambù. Il sistema dei trasporti è molto arretrato. Non ci sono strade asfaltate, ci si muove per lo più per strade sterrate. Nella stagione delle piogge per fare anche solo pochi metri si impiegano ore. Le nostre scuole erano nate per insegnare agli indigeni come coltivare e costruire utensili e abitazioni. I nepalesi si nutrono, infatti, solo di riso e dahal, un misto di lenticchie e riso, a colazione pranzo e cena”.
Il Nepal è un paese conosciuto per le vette altissime dei suoi monti e per i paesaggi incontaminati. Cosa ci può dire invece delle tradizioni e del modo di vivere della popolazione nepalese?
“La popolazione del Nepal è divisa in moltissime caste. Ognuna di esse lotta per la sua indipendenza e arriva a combattere per strada con le altre. La polizia non è in grado di fare nulla. Ho visto in prima persona che per uccidere bastava un litigio a scuola tra bambini di caste diverse. Il Nepal confina con l’India e la Cina, in particolare con la regione del Tibet. Nella parte Himalayana ci sono moltissimi tibetani sfuggiti alla situazione del loro paese alla ricerca di una vita per quanto possibile migliore. Ci sono anche molti indiani, che emigrano in Nepal per cercare lavoro, visto che nonostante la crescita attuale, l’India continua ad avere grandi problemi. Continuano, infatti, a non esserci rapporti tra la media ricchezza e la media povertà e i non abbienti purtroppo soccombono. Ho ricevuto diverse minacce dagli indiani e negli ultimi tempi ho visto morire il preside della mia scuola, indiano, proprio per mano dei suoi connazionali. Questo popolo non riesce a confrontarsi e ad accettare le altre religioni, l’opposizione è principalmente contro i musulmani. A me avevano detto di stare tranquillo in quanto bianco e occidentale, ma nell’ultimo periodo ho visto sparare a bruciapelo a chiunque. Sono tornato perché non potevo più uscire di casa, il pericolo era diventato altissimo, non ce la facevo più”.
Il Nepal confina a nord-est con il Tibet, oggi nell’occhio del ciclone a causa della politica repressiva della Cina verso i monaci buddisti che protestano per l’indipendenza del paese. Ha avuto modo di visitare il paese e di venire in contatto con questa situazione?
“Per mesi ho chiesto all’Ambasciata il permesso di entrare il Tibet, ma mi è sempre stato negato. A Katmandu i nepalesi, legati ai cinesi, massacravano di botte i monaci tibetani che protestavano per l’indipendenza davanti all’Ambasciata cinese prima delle Olimpiadi. Ho visto con i miei occhi persone prese a bastonate dalla polizia e portate in prigione. Ho saputo dal Nepal che in Tibet andavano anche oltre alle bastonate, di tutto questo non si sapeva nulla in Occidente. Dopo questa esperienza ho cambiato idea sulla Cina e credo che l’occidente abbia delle responsabilità visto che permette tutto questo”.
Cosa più l’ha colpita della spiritualità e dell’antichissima cultura tibetana?
La cultura tibetana è una cultura molto particolare. Ho cercato più volte di incontrare il Dalai Lama anche quando era in India, ma non ci sono mai riuscito. Il Tibet è un paese fantastico, sulla sua storia e la sua cultura ho letto diversi libri. Quello che più mi ha colpito è che i Tibetani vogliono rimanere nella semplicità, non hanno interesse verso il progresso. La loro è una terra ricca, ma continuano a vivere umilmente non interessandosi della prosperità che potrebbero avere. Non vorrebbero neanche essere sfruttati da altri”.
Come vive un occidentale, che può quasi dare per scontate le libertà individuali, la politica repressiva cinese?
“Pur essendo molto interessato alla cultura e alla storia della Cina, credo ormai di essere contrario a tutto quello che, come paese, sta facendo negli ultimi decenni”.
Cosa voleva dire vivere in Tibet sotto il periodo delle Olimpiadi, quando gli occhi del mondo erano puntati sulla Cina?
“Quello che più emerge credo che sia la contraddizione tra lo sfarzo di Pechino e la situazione nel Tibet. Negli ultimi anni la Cina ha “distrutto” la storia del paese, costringendo i più alla fuga e chi è rimasto ad una vita che non gli appartiene. Hanno negato ai tibetani perfino l’accesso alle Olimpiadi. Il Tibet ha una sua cultura, una sua bandiera, la sua storia e tra l’altro non ha affinità con la Cina”.
Nel periodo in cui è stato lontano quanto era forte il legame con le sue origini? La vita a Macerata come le appariva dal Nepal?
“Stavo bene, nonostante le problematiche che ho incontrato. Ho conosciuto parecchia gente e mi ha dato grandissima soddisfazione lavorare con i nepalesi. Basta pochissimo a noi per aiutarli. Lo stipendio di un professore è di 15, 20 euro, ma con questa cifra si riesce a mantenere una famiglia di 4 o 5 persone. Non sono ancora riuscito a reinserirmi nella vita a Macerata, ne ancora mi sono riabituato al lavoro diverso che svolgo qua”.
Suo fratello Emanuele in questo momento è in Tagikistan in missione per l’Onu. Di cosa si occupa esattamente?
“Siamo sempre in contatto via Skype, anche se ancora non riusciamo a farlo usare ai nostri genitori (il padre Ivano è consigliere comunale di Macerata, ndr).
A lui mi sono rivolto spesso per avere consigli visto che ha più esperienza di me, sono moltissimi anni che sta fuori. Lui è in missione con l’Onu, si occupa in particolare del settore sanitario, fornisce medicinali. È ormai fuori da quasi 25 anni. Torna ogni tanto ma non per molto tempo. Lavorava anche lui per l’Eni, ha chiesto un’aspettativa ed è entrato nel settore delle Ong (Organizzazioni non governative;) e da li ha iniziato ad avere numerose proposte in vari paesi. Per chi fa questo tipo di esperienze e dimostra di poter vivere in queste condizioni, le opportunità nel mondo sono moltissime”.
Entrambi avete deciso trasferirvi lontanissimi da casa e di venire a contatto con realtà del tutto estranee, secondo lei da cosa è nata questa vostra comune scelta di vita?
“Non lo sappiamo in effetti, ce lo siamo chiesti moltissime volte. In particolare nostro padre si chiede spesso perché: per un genitore non credo sia facile avere due figli non solo lontani, ma anche in zone rischiose. Per ora io sono a casa e questo già è qualcosa”.
Da quanto tempo non vi vedete?
“L’ultima volta quando sono tornato. Volevamo essere a casa tutti e due negli stessi giorni, così da fare un regalo ai miei. Purtroppo non abbiamo trovato voli compatibili e ci siamo visti solo per un’ora prima che lui ripartisse di nuovo”.
Beatrice Cammertoni
