Un diavolo femmina approda a Loreto
Applaudita esibizione del Teatro dei Picari
Al 1° Festival regionale di Loreto
di Walter Cortella
Ma niente paura: il diavolo in questione è nato dalla fervida fantasia di Dario Fo. E poi, neanche a dirlo, Loreto gode della potente superprotezione Celeste. Dopo la tragedia shakespeariana, torna la commedia con il suo carico di comicità. «Il diavolo con le zinne», diretto da Francesco Facciolli, ci porta indietro nel tempo, al periodo post comunale, epoca in cui nelle nostre città lebbrosari, chiese e ospedali venivano divorati con una certa frequenza da violenti incendi e al loro posto sorgevano banche, cattedrali e palazzi signorili, i nuovi centri di potere, all’interno dei quali si annidava e prosperava la speculazione e la corruzione.
Viene spontaneo fare il paragone con ciò che accade ai giorni nostri, senza nemmeno più ricorrere all’opera devastatrice del fuoco. La commedia tratta della giustizia, delle trappole, delle vessazioni e, in particolare, della corruzione politica e sociale come male incarnato nella nostra tradizione. Il personaggio centrale della vicenda è il giudice Tristano (Francesco Facciolli), vero e proprio castigamatti per quanti esercitano il potere in maniera poco ortodossa. È un uomo di legge integerrimo, un moralista assolutamente inattaccabile da parte dei suoi avversari. Nella sua vita morigerata, quasi monacale, non c’è posto per le donne. Vive con Pizzocca Ganassa (Scilla Stinchi), una fedele e rozza serva di origine longobarda che non ha nulla di femminile. I potenti non trovano il verso per fare breccia nella moralità del magistrato. A meno che non ci si metta di mezzo il diavolo. Esiste una sola via per arrivare a lui: possederne l’anima. Siamo nel tardo medioevo, epoca di diavolerie e stregonerie. Allora, ci pensa Francipante, demonio esperto, a portare a termine il diabolico piano servendosi del giovane Barlocco, diavoletto ansioso di ben figurare. Ma questi, per errore, si introduce in «formato supposta» nel corpo della serva-perpetua, liberando una insospettabile femminilità ed un ardente sentimento amoroso nei confronti del suo padrone. Scoppia così uno torbido scandalo che, strumentalizzato a dovere, porterà l’inconsapevole giudice sul banco degli imputati.
Il povero Tristano da inquisitore diventa inquisito. Per sua fortuna, malgrado le testimonianze avverse di personaggi potenti e corrotti, viene assolto da ogni accusa di corruzione, tuttavia il potere «deve» in qualche modo condannare un uomo onesto e scomodo per tutti e lo fa colpendolo nel suo unico «tallone d’Achille»: il peccaminoso e «diabolico» amore per la Pizzocca, inaccettabile secondo i canoni del comune senso del pudore dell’epoca. E questa è la morale della storia. Inutile dire che la vicenda è in chiave grottesca, con un tripudio di sghignazzi, frizzi, lazzi, qui pro quo e doppi sensi divertenti e sempre di buon gusto. L’azione, sostenuta costantemente da un buon ritmo, è movimentata da canti e balli popolari che, unitamente ad un linguaggio reinventato, fatto di suoni onomatopeici e grammelot, rimandano alle origini culturali delle diverse regioni italiane. In questa sorta di babilonia linguistica e di sonorità coinvolgenti, Scilla Stinchi si supera dando ancora una volta prova di notevoli qualità artistiche. Un piccolo «capolavoro» la trasformazione da insignificante e simpaticissima sguattera a sensuale «zoccola». È l’indiscussa protagonista della scena insieme a Francesco Facciolli che da par suo dà vita ad un personaggio serio e misurato, ma anche molto divertente. Ottime anche le prestazioni di Lucia De Luca (Francipante), Leonardo Gasparri (Barlocco), Stefania Colotti (la «maceratese» Jacoba Stareffa) e Gigi Santi, nei panni dell’ambiguo cardinale Ambone, tutti dotati di prorompente vis comica. Scenografia e costumi, curati da Facciolli, hanno entrambi uno stile particolare: il loro disegno ha un che di infantile, di fiabesco, con quelle linee mai perfettamente verticali che richiamano la routine deformata in cui siamo costretti a vivere. Un tocco di originalità che conferisce al tutto un quid di classe. Il teatrino dei burattini sulla scena e i fantocci in platea, elementi tanto cari al regista, stanno a significare che nella società odierna siamo come pupazzi alla mercé di coloro che gestiscono il potere. È una metafora molto eloquente. D’effetto anche i costumi delle due guardie. Coinvolgenti e ben scelti i movimenti coreografici di Michela Paoloni e le musiche di Giuseppe R. Festa. In complesso, una performance di elevata qualità artistica che tiene alto il livello del 1° Festival regionale di Loreto


