Il viaggio dell’anima di Fiorella Mannoia
incanta lo Sferisterio con De André e Fossati:
«L’arte deve essere sempre provocatoria»
MACERATA - La cantante ha celebrato i trent'anni di Anime Salve trasformando il concerto in una riflessione su guerra, salute mentale e diritti. Il messaggio finale contro la violenza: «Quando una donna dice no, è no». Sui migranti: «Ai miei tempi almeno i politici erano colti e sapevano che la Spagna non confina con l'Italia»

Fiorella Mannoia sul palco dello Sferisterio
di Giulia Sancricca (foto di Massimo Zanconi)
Per lei è stato un viaggio dell’anima, come annunciato all’inizio della serata. Per il pubblico è stato un viaggio dentro se stessi, dentro la società, dentro le storture del mondo, grazie alle parole di due grandi cantautori italiani, Fabrizio De André e Ivano Fossati. Il concerto di Fiorella Mannoia allo Sferisterio, nell’ambito della rassegna Sferisterio Live+ ha celebrato infatti i trent’anni di Anime Salve, il disco di De André scritto con Fossati.

E, come fanno i grandi, Fiorella Mannoia ha lasciato soltanto alla fine spazio ad alcune delle sue canzoni più celebri. Prima, per quasi tutta la serata, ha messo la propria voce al servizio di quelle parole, trasformando lo Sferisterio in un luogo di riflessione ed emozioni. Non è mancata la sua battaglia, quella che porta avanti da sempre, contro la violenza sulle donne. Ma Mannoia ha dimostrato anche un’altra cosa: le grandi donne non parlano soltanto di solidarietà femminile, la mettono in pratica.

Così l’apertura del concerto è stata affidata a una giovane artista che Mannoia ha voluto fortemente sul palco, Elena D’Elia, finalista di Amici 2025. Una scelta che è già un messaggio: dare spazio al talento, sostenerlo e accompagnarlo. «Una novità: ad aprire il mio concerto un’artista che stimo moltissimo e spero piaccia anche a voi. Ecco a voi Elena D’Elia». La giovane cantante fiorentina ha proposto quattro brani tratti dal suo primo Ep, Non è mica fantasia. Prima di iniziare ha raccontato l’estate che sta vivendo: «Quest’anno ho vissuto esperienze incredibili che mi hanno portato a conoscere persone fantastiche. Le canzoni che sentirete questa sera fanno tutte parte del mio primo Ep “Non è mica fantasia”. Sto vivendo l’estate più incredibile della mia vita, sto vedendo posti bellissimi, ma un posto del genere io davvero non l’ho mai visto. Vi devo fare i complimenti». Poi, rivolgendosi al pubblico dello Sferisterio: «Vi giuro che quello che vedrete stasera sarà un viaggio incredibile».

Il viaggio di Fiorella Mannoia è iniziato con Dolcenera di Fabrizio De André. «È sempre una felicità venire in questo posto speciale – ha detto Mannoia -, che non ce n’è uno uguale in tutta Italia, ma forse nemmeno in tutto il mondo. È un privilegio, grazie». Poi il cuore della serata: «Sono trent’anni del disco di De André, Anime Salve, scritto con Fossati e per me questo non è un concerto, ma un viaggio dell’anima. E grazie di essere qui, perché sono canzoni straordinarie che meritano di essere sentite».

La successiva è Smisurata preghiera. E Mannoia affida al pubblico il messaggio del testo: «Non sempre la maggioranza ha ragione, ma noi dobbiamo avere il coraggio e la forza di andare nella direzione ostinata e contraria». Poi la storia di Fernanda, una donna transgender brasiliana che non si riconosceva nel proprio corpo e che si trasforma nella persona che sceglie di essere, diventando Princesa. Una storia che la porta anche in Italia, nella comunità di Don Gallo, dove probabilmente De André e Fossati ebbero modo di conoscerla. «Mai giudicare – il monito dell’artista -, perché è facile andare sui social e scrivere, ma noi le storie degli altri non le conosciamo». La canzone è Princesa.

Mannoia torna quindi sul significato dell’arte: «Ho sempre pensato che l’arte non debba essere consolatoria, l’arte non deve accondiscendere, ma provocare un pensiero critico, una curiosità, un’emozione. Comunque deve essere una provocazione». E la provocazione arriva con Khorakhané (A forza di essere vento), la canzone che De André e Fossati hanno dedicato alla cultura rom. «Fabrizio e Ivano hanno scritto una canzone sui Rom, che noi chiamiamo zingari. Io ho scoperto che questa cultura è molto antica. Il ceppo è indiano, ma su di loro non c’è una storia scritta. È stata affidata al vento». Il viaggio dentro l’attualità si fa poi doloroso. «Non avrei mai pensato di ritrovarmi alla mia età e sentire di tutti questi venti di guerra. Chi ha la mia età si ricorderà che da giovani ci avevano creduto, che il futuro sarebbe stato meglio di quello dei nostri genitori. Invece è peggio».

Parla delle guerre di oggi e del rimpianto di De André, che si rammaricava di aver scritto tante canzoni contro la guerra senza riuscire a fermarla. «Nessuno di noi pensa che una canzone possa cambiare il mondo, ma credo che la guerra vada vista a terra, come ha fatto Fabrizio». E arriva La guerra di Piero. Le ultime strofe, quelle dei «mille papaveri rossi», sono affidate a uno Sferisterio ormai completamente coinvolto e commosso.

Nessuna introduzione. Riparte la musica con C’è tempo di Ivano Fossati. Poi ancora De André con La canzone di Marinella.
Mannoia affronta quindi un altro tema ancora troppo spesso accompagnato dal pregiudizio: la salute mentale. «Oggi sentire parlare di disturbo mentale è ancora un tabù, nonostante se ne sappia molto di più del passato. Facciamo ancora fatica a capire che il cervello, così come un altro organo, si può ammalare. Ma noi, nei giudizi facili, parliamo della depressione come se fosse facile ed etichettiamo chi soffre come matto, folle».

Cita Alda Merini, «grandissima poetessa, che certi luoghi della follia suo malgrado li ha abitati», e la sua idea della follia come una delle cose più sacre sulla terra. «La follia diventa dolore, sì, ma diventa anche poesia», dice prima di introdurre L’uomo coi capelli da ragazzo di Fossati.

È quindi la volta di Fiume Sand Creek, con il racconto del massacro del 1864, quando circa 500 soldati arrivarono di notte sul fiume Sand Creek, in Colorado, compiendo una strage di nativi americani. «Stupri, massacri e carne da macello su quella povera gente. Ci fu un grande sdegno per quell’inutile massacro e si indignarono parecchio, ma il generale non fece nemmeno un giorno di galera. Quel criminale non fu mai condannato». Ecco il parallelismo con il presente: «Io penso che la storia si ripeta sempre. Credo che il parallelismo tra i nativi americani e i nativi palestinesi sia inevitabile farlo. Perché entrambi sono stati cacciati dalle proprie terre e soprattutto perché il criminale di guerra è ancora in giro e nessuno lo arresta». Il viaggio prosegue con Lindbergh di Fossati. Mannoia racconta la storia del primo uomo capace di attraversare l’Atlantico in solitaria a bordo di un piccolo aeroplano, un’impresa compiuta in 33 ore.

«Io ho sempre pensato: a cosa avrà pensato? Senza strumenti, solo con una bussola. Penso che questa canzone di Ivano, ispirata a quell’impresa, non raccontasse quel viaggio, ma il viaggio della nostra vita su questa terra». Da un viaggio sopra l’Atlantico si torna quindi con i piedi per terra, dentro un carcere e dentro una delle più amare fotografie dell’Italia. Pasquale Cafiero, brigadiere del carcere di Poggioreale, «un uomo delle istituzioni», confonde il diritto con il favore e arriva a chiedere favori a un camorrista detenuto. «Perché chiede favori che dovrebbero essere diritti? Perché quando lo Stato è assente, è la criminalità organizzata che si prende il territorio e decide a chi vanno le case o i lavori – le parole di Mannoia -. Non è colpa del brigadiere, ma dell’assenza dello Stato. E quando lo Stato fallisce, poi falliamo tutti noi». Allora canta Don Raffaè.

A questo punto Mannoia racconta perché, per lei, questo concerto è così speciale. «Io dico sempre che sono nata due volte. La prima quando sono nata, poi a 14 anni, quando per la prima volta sentii la voce di Fabrizio De André con il disco “Tutti morimmo a stento”. A 14 anni si è in quella fase di mezzo, non sei bambino ma nemmeno adulto, e sentire una voce così autorevole e raccontarmi quelle storie di un’umanità che io ancora non conoscevo, un’umanità di cui non parla nessuno e di cui a volte ci si vergogna, mi folgorò. Da quel momento in poi ho cominciato a guardare il mondo con occhi diversi e se oggi sono quella che sono lo devo anche a quegli insegnanti lì. Mi ha insegnato a non giudicare, ad avere compassione, empatia, a guardare dove spesso togliamo lo sguardo e a tendere la mano». Poi Fossati: «Ivano è venuto molto dopo, mio fraterno amico. Ha segnato la mia carriera. Ci conosciamo dal 1988 e non ci siamo poi persi di vista. Ha scritto tante canzoni per me».

Tra queste Lunaspina, che Mannoia sceglie di regalare al pubblico dello Sferisterio. Ancora De André con Amore che vieni, amore che vai. Poi una parentesi ironica: le serie televisive per introdurre un altro brano. «Non so se voi, come me, amate le serie. Io quando posso me ne vedo tantissime. Alcune sono belle e la maggior parte brutte. Ma io anche quelle brutte voglio sapere come vanno a finire. Però la maggior parte delle vostre serie non finiscono, o a volte finiscono che ci resti male. Allora vai su Internet e vai a vedere se la produzione ha deciso di fare una stagione finale». Da qui arriva Panama, che Mannoia collega proprio a una richiesta fatta a Fossati: «Quando Ivano è venuto a Genova gli ho detto che avrebbe dovuto scrivere il seguito di questa canzone per dire come andava a finire. Ma pure ’sta canzone è finita come le serie». Poi il tema dei migranti.

«Se ne parla tutti i giorni, tutti si riempiono la bocca, ma nessuno ha la soluzione. Mi sembra che siano solo acchiappa-like o acchiappa-voti». E ancora una critica alla politica: «Ormai la politica, invece di mettersi insieme per capire come risolvere questo problema, sono tutti separati e fanno politica sui social, ma nei luoghi dove la politica dovrebbe essere discussa non ci va nessuno. Sarà che io mi ricordo i politici di una volta. Non è che erano santi, ma almeno erano colti. Ora non sanno nemmeno la geografia e non sanno nemmeno che la Spagna non confina con l’Italia. Io la ricetta non ce l’ho, faccio un altro lavoro, ma vorrei che non stessero parlando di animali o di cose astratte, ma di esseri umani». È Mio fratello che guardi il mondo.

Poi tutto d’un fiato Bocca di rosa e La mia banda suona il rock. Il tempo di presentare gli artisti sul palco e lo Sferisterio torna a scaldarsi con Il pescatore. «Tornando da dove siamo partiti, abbiamo detto che celebriamo i trent’anni di Anime Salve. Ecco la canzone che dà il titolo al disco». È Anime salve. Mannoia lascia al pubblico una frase che sembra anche il congedo della serata: «Finché continueremo a emozionarci per canzoni come questa, la nostra anima sarà salva». Sembra finita. Ma lo Sferisterio non ci sta. E arriva Sally, la canzone di Vasco Rossi che il pubblico aveva chiesto poco prima e della quale Mannoia ha inciso una celebre cover. E un momento ancora più personale, legato al territorio.

«Mamma mia è nata qua, a Castel Santa Maria di Castelraimondo. “Jimo là lu campu?”, mi diceva nonna». Un richiamo alle proprie radici che il pubblico maceratese accoglie con particolare affetto. Torna la giovane Elena D’Elia. «Dopo tanti anni di carriera, ogni volta che mi capita di vedere un talento io lo fiuto – dice Mannoia -, perché l’esperienza è tanta. Io ho scoperto il talento che avete visto all’inizio del concerto e che voglio incitare qui e a cui voglio augurare tutto il successo che merita e una carriera più lunga della mia. È un piacere averti qui con me – le dice -. Qui c’è un pubblico esigente e io ho sentito come ti hanno accolta e questo mi ha fatto molto piacere». Insieme cantano Mariposa. Gli applausi accompagnano quindi Quello che le donne non dicono. Ma la battaglia di Mannoia contro la violenza sulle donne non si ferma alla canzone.

Prima del saluto finale arriva un messaggio rivolto soprattutto agli uomini. «Tutte le sere do questo consiglio a tutti i papà, zii, nonni, fratelli più grandi: dite ai vostri bambini, parlateci voi, perché noi lo abbiamo già fatto troppe volte e per troppo tempo. C’è una nuova narrazione che dice che le femministe odiano gli uomini. Io sono femminista e non è una parolaccia e non odio gli uomini. Io vorrei solo che riuscissimo a fare questo percorso insieme, perché se vogliamo cambiare la mentalità non solo degli uomini ma anche delle donne, questo percorso lo dobbiamo fare insieme. Solo insieme ci riusciremo. Diteglielo: il rifiuto di una donna non è un insulto alla sua virilità. Quando una donna dice no, in qualsiasi contesto, condizione e vestito, quando una donna dice no è no».

Così il viaggio dell’anima di Fiorella Mannoia si chiude, dopo aver attraversato la guerra, la discriminazione, la salute mentale, la criminalità organizzata, le migrazioni, i diritti, la memoria e la violenza di genere. Un viaggio fatto di canzoni scritte trent’anni fa, ma capaci di parlare ancora, e con forza, al presente.
Il viaggio di Sferisterio Live+ riprenderà invece martedì sera con l’atteso concerto dei Pooh.




