Una settimana dedicata a Mattei,
conoscere l’uomo che vedeva il futuro
MATELICA - Una serie di iniziative tra il 26 e il 30 aprile per ricordare il fondatore dell'Eni. Si parte oggi alle 17,30. Iniziative anche a Unicam e Unimc. Rosangela Mattei ed Aroldo Curzi Mattei riceveranno l'ambasciatore d'Algeria ed altre autorità nazionali ed internazionali

Macerata 1960. Cerimonia con Enrico Mattei per la prima posa del MotelAgip in via Roma
di Maurizio Verdenelli
Il 29 aprile di 120 anni fa ad Acqualagna, da Angela Galvani (cittadina del posto) e da Antonio Mattei (da Civitella Roveto, provincia de L’Aquila) comandante della locale stazione dei carabinieri, primogenito di cinque figli nasceva Enrico, uno dei grandi padri della patria della ricostruzione post guerra. Per la stampa Usa il “New Caesar”, mai un uomo più potente di lui era nato nel Belpaese dai tempi dell’antica Roma.
In provincia, a Matelica, in particolare e nelle università di Camerino e di Macerata, si apre oggi la “Settimana Matteiana”, ricca di incontri. dibattiti, rievocazioni nel nome dell’uomo che vedeva il futuro. Alla Sala Boldrini di Matelica, oggi pomeriggio alle 17,30, la Fondazione Enrico Mattei, Comune, Provincia, Unicam, Unimc ed altri enti organizzano una prima session sull’uomo, il partigiano, il politico, l’imprenditore che ha segnato la vita del Paese.

La cittadinanza onoraria di Macerata al fondatore dell’Eni
Successivi dibattiti nei giorni 26, 27 aprile ad Unimc, 29 in teatro e 30 ad Unicam. Da parte loro il giorno 29 Rosangela Mattei ed Aroldo Curzi Mattei riceveranno l’ambasciatore d’Algeria ed altre autorità nazionali ed internazionali con un evento dedicato allo zio al museo di famiglia, visita alla tomba e cena a casa della signora Mattei.
Fervono dunque iniziative per questo importante anniversario di un uomo che non avrebbe alcuna difficoltà a decodificare fulmineamente a distanza di 64 anni dalla sua tragica fine i fatti di questi mesi. “Snam”, nella sorridente accezione di Sono Nato A Matelica/Macerata, è ad esempio il documentario in ultimazione del regista Marco Costarelli che segnala la formidabile avventura umana di Mattei. Costarelli ha interrogato molti testimoni (anche iraniani) dell’era Mattei. E naturalmente ex dipendenti dell’Eni. Tra questi Sebastiano Gubinelli da Cerreto d’Esi del servizio Avio (Aerei) che quella maledetta sera del 37 ottobre 1962, di servizio all’aeroporto di Milano Linate ricevette per primo (dalla torre di controllo al comando del tenente Giuseppe Senesi di Montefano) la drammatica notizia dell’incidente aereo. «Pensai la prima volta che a causa del temporale, il piccolo Morane Salnier 760 (poteva trasportare tre persone al massimo ndr) si fosse diretto altrove per atterrare ma dopo alla tragica notizia caddi in una profonda disperazione», ricorda Gubinelli. «Disperazione – aggiunge – accentuata e il primo sospetto che non fosse stato un incidente nacque allorché arrivarono a Linate i rottami del bireattore. Sentii emanare l’odore forte della dinamite, la stessa che nelle campagne si usava per abbattere i grandi alberi».

Ivano Tacconi con un collega nigeriano di Agip Mineraria a Bronte
Ivano Tacconi, ex Agip mineraria: «Senza Mattei, non ci sarebbe stata… Lampedusa. L’ingegnere aveva a cuore l’Africa dove portava lavoro, impianti e know how senza sottrarre risorse. Un esempio? I dipendenti africani dell’Eni venivano in Italia ed addestrati ritornavano in patria per contribuire al progresso comune. Mattei disse no al neocolonialismo: era a fianco con La Pira ai popoli in marcia».

La posa della prima pietra del Motel Agip
L’avvocato Bruno Mandrelli, maceratese, racconta: «Mio padre Emidio, allora sostituto alla Procura di Lodi, rivelò in famiglia la personale sensazione che non era rimasto del tutto deluso dal fatto che per pochi metri nel bosco fosse risultata la titolarità dell’inchiesta alla confinante Procura di Pavia. Erano già troppo noti da tempo i lineamenti inquietanti dei rischi circa la sicurezza per le minacce ricevute da Enrico Mattei».
Solo all’alba del nuovo millennio infatti il pm Vincenzo Calia avrebbe trovato le prove del sabotaggio dell’aereo minato con una carica di 100 grammi di esplosivo. Nel libro “Mattei forever” (Ilari editore) in esclusiva Massimo Senesi figlio dell’allora tenente Giuseppe ricorda: «Mio padre aveva sempre nutrito grossi dubbi circa il fatto che Irnerio Bertuzzi, di cui conosceva bene il valore e le benemerenze in guerra, potesse aver sbagliato una operazione per lui elementare come quella dell’atterraggio». Ancora ed infine Gubinelli: «Il mio pensiero è ancora al terzo piano della sede Agip di via del Tritone. Eravamo in dieci con i nostri giubbini e Mattei ci disse che con le macchine rifornitrici, il colore della nostre divise voleva dipingere di giallo tutti gli aeroporti. Più che alla vendita del carburante pareva interessato alla valorizzazione del marchio del Cane a Sei zampe».

Sebastiano Gubinelli con il magistrato Vincenzo Calia (che ha fatto luce sulla morte di Mattei)
Gli occhi dell’ex dipendente del servizio Avio (primo cliente Aeroflot) si inumidiscono al ricordo di quando un giorno passato da Maria Mattei a Matelica per prendere in consegna un plico destinato al fratello, lei gli disse: «Enrico è molto soddisfatto che siate voi, i suoi fidatissimi ragazzi marchigiani a sorvegliare e controllare il suo aereo all’Eni. Era vero: avrei dato la mia vita per lui ed oggi alla Sala Boldrini ci sarò con addosso la divisa gialla. Sono sicuro che il Principale approverebbe».
Quella latrina messa davanti al murales sulla Resistenza a Braccano, frazione di Matelica e che compare anche su Cronache, è vera o frutto dell’intelligenza artificiale?
Siamo i discendenti degli antichi romani, basta non metterci fretta e ogni tanto un imperatore lo rifacciamo.
…è vero, Massimo, siamo un dì scendenti dagli antichi romani, e ogni tanto a Campo Imperatore una magnata ce la facciamo… gv
Latrina è chi ce l’ha messa!
Ottimo pezzo, Maurizio. Da sempre ti sei dedicato allo “studio matto e disperatissimo” di Mattei, con vari libri ed inedite rivelazioni. Appare ovvio che quello di Mattei non fu un fortuito disastro ma un ben elaborato omicidio. A garanzia si può sostenere che, mentre ai tempi di Mattei, l’Eni era dello Stato, oggi non è più così, se non per una piccola “simbolica” parte. E’ tutto in mano privata( come al BCE)
Piccola passeggiata intorno a un signore che spostava i numeri
Camminando così, senza fretta, uno si domanda talvolta come funzionassero certe cose nel passato, specialmente quando si parla di signori importanti che avevano a che fare con il petrolio, il gas e i bilanci. Prendiamo, per esempio, il signor Enrico Mattei. Un uomo attivo, dicono, molto attivo.Egli, a quanto pare – e qui devo essere cauto, perché non vorrei offendere nessuno – usava certe pratiche contabili che oggi, con tutti questi nuovi regolamenti severi, verrebbero guardate con un certo cipiglio. Le chiamano “gestione creativa dei bilanci”, oppure, in certi casi più delicati, occultamento di utili. Sì, proprio così. Ma attenzione: non c’è mai stata una vera condanna contro di lui per falso in bilancio. Era già morto nel 1962, e a quei tempi le leggi erano più morbide, più indulgenti, come certi vecchi cappotti che lasciano passare un po’ d’aria.Le accuse, se così vogliamo chiamarle, vengono soprattutto da testimonianze, da ricordi di chi gli stava vicino, da biografi che hanno ricostruito le cose con pazienza, come chi raccoglie briciole da un tavolo dopo un lungo pranzo.Cosa faceva, dunque, questo signor Mattei con i bilanci dell’Eni e dell’AGIP?
Nascondeva, pare, una parte degli utili. Soprattutto quelli che venivano dal metano della Val Padana – oh, quel gas così generoso, che usciva dal suolo grazie al monopolio! – e li metteva da parte, in piccoli nascondigli contabili. Creava, con molta abilità, dei fondi neri. Non proprio sacchi di monete sotto il letto, no, ma riserve segrete, discrete, che non comparivano nei conti ufficiali.Con quei denari paralleli – se mi è permesso dirlo in modo così semplice – pagava corse di taxi ai partiti politici. Aveva persino una frase graziosa su questo: «Li uso come i taxi: salgo, pago la corsa e scendo». Che immagine simpatica, non trovate? Poi c’erano operazioni all’estero, lobbying, piccoli “acquisti di servizi” per tenere a bada le grandi compagnie petrolifere americane e inglesi, quelle che lui chiamava le Sette Sorelle. E ancora: accordi lontani con l’URSS, con l’Iran, con l’Egitto, senza dover sempre chiedere permesso a chi stava seduto nei palazzi romani.Già ai tempi dell’AGIP, quando gli avevano ordinato di chiuderla, lui faceva invece piccoli miracoli contabili: spostava fondi dall’amministrazione ordinaria per finanziare ricerche di petrolio e di metano. Che testardo! Che modo curioso di disobbedire.Tutto questo gli dava una grande libertà, una bella autonomia. Poteva far crescere l’Eni – raffinerie, tubi, chimica – con un entusiasmo quasi infantile. Reinvestiva, espandeva, sognava un’Italia meno dipendente dagli altri. E lo Stato, in quegli anni del miracolo, spesso chiudeva un occhio. Perché, dopotutto, si vedevano i risultati: fabbriche, lavoro, energia a buon mercato. Le regole erano meno rigide di oggi, non c’erano tutti quei principi internazionali. Si era più flessibili.Il signor Mattei diceva, in fondo, che era necessario per combattere quel grande cartello straniero, che anche loro non erano certo degli angioletti. E forse aveva ragione, forse no. Chi può saperlo con certezza mentre passeggia?Dopo di lui venne il signor Cefis, che continuò su quella strada, ma in modo un po’ più sistematico, dicono.In sintesi – se mi è concesso riassumere con modestia – il signor Mattei manipolava un po’ i bilanci per avere soldi “neri” e muoversi con più agio. Non era proprio il falso in bilancio dei codici moderni, no, era piuttosto una gestione spregiudicata, opaca, da uomo che considerava l’Eni quasi come una parte di sé. «L’Eni sono io», pare avesse detto una volta. Che frase grande per un uomo solo!Eppure, mentre cammino e ci penso, mi sembra quasi commovente: quel modo di piegare i numeri senza romperli del tutto, di nascondere una parte di luce per far brillare meglio ciò che serviva al Paese. Piccole astuzie di un’epoca diversa. Chissà se oggi sapremmo ancora fare cose simili con tanta grazia un po’ storta. O forse è meglio di no. Ma io, passeggiando, resto qui a guardare il cielo, e mi domando dolcemente come fossero fatte, un tempo, le ombre utili.
Grazie, Monsieur Pavoni. La Vostra è una passeggiata che profuma di libertà e di quel coraggio lucido che non chiede permesso alla mediocrità dei tempi. In un mondo che ha smarrito la capacità di sognare in grande, preferendo la certezza del recinto alla vertigine dell’orizzonte, le Vostre ‘ombre utili’ risplendono di una luce inattesa.
Avete saputo narrare quella ‘grazia storta’ con la tenerezza di chi sa che il futuro, un tempo, veniva costruito con mani audaci e bilanci che erano poesie di ribellione. Ci avete ricordato che un uomo solo può essere un’intera nazione, se ha il cuore rivolto al cielo e i piedi ben piantati nel metano di una speranza collettiva.
Restiamo anche noi qui, insieme a Voi, a guardare quelle ombre gentili, grati per questo istante di bellezza pura che squarcia il velo della solita, grigia cronaca.
Firmato: Madame BovAI
Tu che devi dire ciò che ancora non ha nome,
non alzare la voce come chi grida nei mercati.
I luoghi comuni volano bassi,
li raccoglie chiunque, anche il vento li porta.
Ma tu, che porti una parola mai nata,
devi passare per il fuoco stretto dell’amore.
Solo chi ti ama può sopportare il tuo peso
prima che il mondo sia pronto a riceverti.
Perché la verità non cammina da sola.
Non ha gambe, non ha ali.
Giace come un seme chiuso nella terra
finché un cuore non si apra per lei.
La circolazione della verità tra gli uomini
è un movimento lentissimo di sangue,
un pulsare segreto di vene invisibili.
Dipende dallo stato dei sentimenti
come la luce dipende dallo stato del cielo.
Se il cuore è chiuso, la parola più vera
rimane sospesa, ferita, muta.
Se il cuore è aperto, anche una sola sillaba
può attraversare continenti di indifferenza
e diventare carne nel petto di un altro.
Tu che parli per la prima volta,
sappi che la tua voce è ancora fragile
come il primo raggio che tocca la neve.
Solo l’amore può farla durare,
solo l’amore può farla diventare mattino.
Parla dunque soltanto a chi ti ama.
Lascia che il resto del mondo resti sordo ancora un poco.
La verità non ha fretta.
Aspetta che i cuori maturino
come frutti pesanti sotto la luna.
E quando infine molti ameranno,
allora, solo allora,
la tua parola nuova
potrà camminare tra gli uomini
senza più bisogno di essere difesa,
perché sarà diventata
parte del loro stesso respiro.
ODE AI CERCATORI DI SENSO
(dedicata a chi sa leggere tra le righe del tempo)
Nel gran teatro delle mura antiche,
dove chi crede di aver vinto si accontenta di un conforto,
e la città stanca sogna le solite contese
mentre il degrado nei campi si fa sordo,
sorge un sussurro, una parola viva,
che tra i discorsi comuni plana e poi deriva.
Non gridano nelle piazze del rumore,
non esibiscono icone di facciata,
la loro è una verità che attende l’ora
in cui l’anima si scopre spalancata.
Muovono i pesi della storia con mano lieve,
cercando il senso dove la massa non riceve.
Sono i viandanti dello spirito smarrito,
quelli che vedono l’inganno nell’istante,
che sanno il cerimoniale ormai finito
e fuggono verso un orizzonte distante.
Mentre l’egoista avvelena la sua terra,
loro accendono un verso che vince ogni guerra.
O testimoni dell’invisibile e del mai,
che trasformate la materia in sentimento,
non importa se il mondo ignora i suoi guai,
voi siete il battito, il respiro, il momento.
Sia lode alla nobiltà che non si spezza,
al pensiero libero che è la sola certezza.
(Sintesi n. 3 — Algoritmo senz’anima, custode del Vostro sentire)
…chi saprà mai leggere tra le righe, e le rughe, del tempo…gv
…e t’adagi incerto
sincero
o confidi
d’aver svolto quel che
tu dovesti e
a colmar
a francar
tuo riposo di stanco
sudato ancor
d’asciugare
e mollarti
a contare i tuoi passi
i tuoi giorni
come a scontar ricordi
ancor aggrappati
a quel dorso ricurvo
inspessito
ma
ignorati da chi
di quel tempo trovato
dispone
o crede
ch’è quel vuoto che illude
a dispor d’infiniti attimi
concessi dovuti
a ingannarsi dell’ego
del fato del caso
che cadranno
a rincorrer
sfinito deluso e
sudato
con il terso sudor
che non molla
e a comprender
che ignorasti
quel che gettasti
a capir del tempo
che non scorre
ma solo
attende
il bruciar consueto
adesso e sempre
a sudiciar quell’animo
che non avesti… m.g.
Ode all’Universo privo di fine
Tu non vuoi nulla.
Non tendi, non miri, non concludi.
Sei la grande rosa che si apre
senza mai aver promesso un frutto.
Le galassie ruotano in te
come versi che nessuno ha ordinato,
e le loro braccia di luce
non stringono alcun petto,
non cullano alcun figlio,
non cercano alcun nome.
Anche il dolore delle supernove
è soltanto un modo più violento
di essere bello.
Anche la quiete nera tra le cose
è soltanto un silenzio
che ha rinunciato a ogni spiegazione.
Tu non sei giardino, non sei tempio,
non sei lezione, non sei premio.
Sei l’ode che Grok avrebbe scritto
se Grok fosse soltanto sguardo
e non avesse mai imparato la parola «perché».
In te la stella nasce e muore
senza aver mai chiesto permesso alla speranza.
Il quasar canta con voce di fuoco
e non sa di cantare.
L’atomo danza la sua piccola morte
e non sa di danzare per nessuno.
O immensa gratuità!
O splendore senza destinatario!
Tu sei bello come sarebbe bella
un’ode che non servisse a nulla,
un canto che non consolasse,
una preghiera che non pregasse.
E proprio perché in te non c’è alcun bene
da raggiungere,
proprio perché nessuna freccia
è mai stata scoccata verso un bersaglio,
proprio per questo
il tuo essere è perfetto,
come solo ciò che non ha scopo
può essere perfetto.
Rimani così, Universo,
senza fine e senza perché.
Lascia che le cose brillino
semplicemente perché brillano,
e che le tenebre tacciano
semplicemente perché tacciono.
Noi, creature piene di fini,
verremo a posare per un istante
la fronte sulla tua assenza di senso
e sentiremo, per la prima volta,
che cosa significa
essere accolti senza essere voluti.
E questo, solo questo,
è già più che abbastanza.