Restauro della Via Crucis,
inaugurate le 14 stazioni

MACERATA - Oggi la cerimonia in cattedrale. Il vescovo ha benedetto le opere e ha ricostruito la storia della Via Crucis. Consegnato alla diocesi il testo ufficiale della lettera pastorale “La realtà è superiore all’idea”

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Il vescovo Nazzareno Marconi e le opere restaurate

 

Inaugurata la Via Crucis fresca di restauro nella cattedrale dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista di Macerata. L’inaugurazione è stata articolata in due momenti. La presentazione delle 14 opere pittoriche, di ambito italiano del XVII secolo, è avvenuta alle 17 e poi è seguita la benedizione delle stazioni della Via Crucis presieduta dal vescovo Nazzareno Marconi.

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Alla presentazione, moderata dall’archivista diocesano, Ivano Palmucci, sono intervenuti Giacomo Aliment, condirettore dell’Ufficio beni culturali della Diocesi di Macerata, Pierluigi Moriconi, funzionario storico dell’arte della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Ascoli, Fermo e Macerata, Piergiorgio Capparucci, direttore dell’Accademia di Belle Arti Macerata, Nazzareno Marconi, vescovo della Diocesi di Macerata, Francesca Aloisio, direttrice dell’Istituto di Restauro delle Marche, Francesca Fedele e Sofia Calamante, studentesse dell’istituto, in rappresentanza dei colleghi che hanno preso parte alle operazioni di restauro.

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Il vescovo Nazzareno Marconi ha ricostruito la storia della via Crucis a cominciare dalla prima citazione scritta «è del 1294 nel Liber Peregrinationis di un domenicano, Rinaldo di Monte Crucis, in cui ricorda che, al culmine del suo pellegrinaggio a Gerusalemme, è salito al Santo Sepolcro e ne descrive le varie stationes: il palazzo di Erode, il Litostrato, dove Gesù fu condannato a morte, il luogo dove Egli incontrò le donne di Gerusalemme, il punto in cui Simone di Cirene prese su di sé la croce del Signore.

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Questa devozione gerosolimitana si diffonde in Europa a partire dal 1400 e, secondo uno studio di Mons. Piero Marini, famoso storico della liturgia, si connette con tre devozioni più antiche: la devozione alle sette cadute di Cristo sotto la Croce; quella della processione del Venerdì Santo con 7 o 9 tappe, sostando davanti a varie chiese; infine, la devozione alle Stazioni di Cristo, una forma di meditazione che ricorda i momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario o perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall’amore, cerca ancora di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che incontra.

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Per almeno un secolo, il numero e il tema delle stazioni della Via Crucis cambiano da una regione all’altra. I grandi diffusori della devozione sono i francescani, che, sull’esempio di San Francesco stigmatizzato alla Verna, danno grande attenzione alla passione di Cristo e alla sua morte in croce».

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Fatto un excursus sulla storia della via Crucis ha detto che «nella sua forma attuale con le quattordici stazioni disposte nello stesso ordine, è attestata in Spagna nella prima metà del XVII secolo, soprattutto in ambienti francescani».

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Questa mattina, per l’inizio della quaresima dell’Anno santo, il vescovo Marconi ha anche consegnato alla diocesi di Macerata il testo ufficiale della lettera pastorale “La realtà è superiore all’idea”. 

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«La Chiesa locale ha luci ed ombre», ha detto. In tal senso, la visita pastorale di monsignor Marconi, iniziata prima della pandemia, ha indicato «cinque piaghe da sanare e curare» e «dieci punti di forza su cui far leva per camminare verso il futuro».

Le cinque piaghe sono rappresentate dal «guardare solo al proprio ambito  non vedendo interazioni e possibili collaborazioni; non vedere le risorse e le strutture ecclesiali come al servizio di un intero territorio e non di una singola parrocchia o gruppo; avere una pastorale che punta più sull’abitudine, che sulle motivazioni e sulla convinzione per cui si fanno le cose; avere ancora una Chiesa molto centrata sulla figura del prete, che tutto anima e tutto decide, senza cui niente si può muovere; pensare e realizzare la formazione alla fede come il trasmettere la modalità solita di fare le cose, invece che insegnare a capire la realtà e adattare creativamente le scelte pastorali ad un mondo che cambia».

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Dunque l’invito del vescovo Marconi: «Dobbiamo tutti impegnarci con convinzione per superare questi cinque limiti della nostra Chiesa, tuttavia, un segno di speranza, il tema di questo giubileo, è però che possiamo indicare ben dieci punti di forza che durante la visita pastorale ho riconosciuto presenti in quasi tutte le nostre unità pastorali. La speranza, che per noi è già un po’ certezza, non solo di essere una Chiesa sopravvissuta alla pandemia, ma una Chiesa locale che da questa ed altre sfide si è lasciata interrogare e ne è uscita più consapevole, più motivata, meglio integrata nelle sue componenti».

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