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Le firme della cliente erano falsificate,
banca condannata a restituire 30mila euro

SENTENZA - Il processo si è svolto in sede civile al tribunale di Macerata. La donna, di Montelupone, aveva chiesto di avere indietro 50mila euro che erano stati dati a garanzia di un mutuo. Il legale: «Il deposito era stata spacchettato, in parte in una polizza e per il resto era stato fatto un atto integrativo di pegno. Ma non era stata la mia cliente a fare queste operazioni e abbiamo fatto causa»

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L’avvocato Alessandro Baldoni

di Gianluca Ginella

Banca condannata a restituire 30mila euro ad una cliente, «è risultato che sono state messe delle firme false, non sappiamo da chi, per spacchettare un deposito di 50mila euro a garanzia di un mutuo. Trentamila euro sono finiti in una polizza Eurovita, e gli altri 20mila è stato fatto un atto integrativo di pegno» dice il legale della donna, l’avvocato Alessandro Baldoni. I fatti sono stati presi in esame nel corso di un processo civile che si è svolto al tribunale di Macerata davanti al giudice Silvia Grasselli. La sentenza è arrivata nei giorni scorsi. Tutto comincia nel 2013 quando la donna ha depositato 50mila euro alla banca, con scadenza fissata il 17 gennaio 2017 a garanzia di un mutuo per lo studio commerciale del marito.

Nel giugno 2019 la donna, una monteluponese, ha chiesto lo svincolo dei 50mila euro. «Ma non riceve risposta dalla banca – continua l’avvocato Baldoni -. Si è rivolta a me e ho fatto istanza di accesso agli atti e ho chiesto il motivo per cui non venisse restituita, almeno in parte, la somma. La banca ha risposto che deposito è stato spacchettato: 30mila sono stati messi su una polizza Eurovita, e gli atri 20mila sono rimasti a copertura del mutuo con un atto integrativo di pegno. Ma le firme non sono della mia cliente e abbiamo fatto causa».

Nel corso del processo sono stati sentiti due periti calligrafici. Decisiva per la sentenza è stata la seconda perizia, chiesta dalla difesa e disposta dal giudice. «In parziale accoglimento della domanda» della cliente della banca, scrive il giudice nella sentenza, «rilevato che le firme oggetto di contestazione nell’atto di citazione non sono riconducibili a lei, stante l’assenza di sottoscrizione dell’ “Atto integrativo per il pegno di titoli e valori” del 12 luglio 2018 e del documento “Eurovita” del 10.07.2018 da parte della cliente, alla luce delle condizioni dell’originario contenuto del pegno del 2014 e della scadenza dell’originario certificato di deposito ad esso accluso al 17 gennaio 2017, condanna la Banca a restituire 30mila euro» a cui si aggiungono le spese legali che ha sostenuto. I restanti 20mila euro restano in deposito nella banca. «Su questo ci riserviamo di fare ricorso» aggiunge l’avvocato Baldoni. Il giudice ha inoltre trasmesso gli atti alla procura per valutare l’ipotesi di reato di falsa testimonianza in merito a quanto ha detto una dipendente dell’istituto nel corso del processo «aveva riferito – aggiunge il legale – che la mia assistita aveva messo le firme davanti a lei».


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