di Maurizio Verdenelli (foto di Anna Maria Cecchini)
Prima di lui sei pontefici, l’ultimo dei quali Celestino. Dopo di lui, a distanza di 598 anni, Benedetto XVI. Il suo nome, Gregorio XII, è uscito dall’ombra quando Joseph Ratzinger pronunciò il suo “gran rifiuto” il 28 febbraio 2013, per ritornare poi rapidamente nell’oblio. «Inutilmente ho sollecitato chi di dovere per commemorare nel 2017 il seicentesimo anniversario della morte di Gregorio – racconta il vicario emerito Pietro Spernanzoni. – In quanto parroco della cattedrale di San Flaviano di Recanati, dove la salma del papa dimissionario riposa, mi sento un pò il custode di questa memoria.
Ma il mistero che avvolge tuttora la figura di qusto pontefice, che pure ha vissuto a lungo essendo nato a Venezia intorno al 1335, forse anche prima, ha di fatto impedito ogni commemorazione. Peraltro anche le scritte in latino sulla sepoltura che, spinto dai cronisti giunti a Recanati quel giorno di 6 anni fa, andai a compulsare non rivelano un granché. Si parla del ‘due volte’ Pastore, ‘detto uomo santo da Sant’Antonino e, a motivo della grande costanza nelle avversità, paragonato a Santo Stefano…’. Una descrizione ch peraltro contrasta con la figura delineata dai manuali di storia che lo presentano come cinico ed opportunista».
Quel vuoto, finora sul papa “recanatese” che dopo essersi dimesso era tornato a ‘fare’ il delegato pontificio nella nobile città marchigiana, è stato adesso colmato da Giuseppe Sabbatini. Il suo volume “Sulle tracce di Gregorio” è romanzo storico, ma sopratutto frutto di una ricerca appassionata e sul campo inseguendo Angelo Correr poi Gregorio XII (1406-1415) in fuga perenne anche dalla ‘sua’ Venezia barcamenandosi addirittura, lui pontefice romano, tra due antipapa. E che trovò a Recanati la sua patria, e politicamente a Rimini la propria temporanea sicurezza protetto da Carlo Malatesta. «Poi al concilio di Costanza, ecco il momento dell’addio e il ritorno a Recanati, dove visse altri due anni ancora. E’ l’epilogo della vita tormentata di un uomo che sicuramente credeva in Dio, come Celestino. E come lui, che èstato diffamato da Dante, non lasciò per ‘viltade’. Tutt’altro».
Parola dell’autore, l’avvocato Sabbatini che da ex aviatore (presidente onorario dell’attiva sezione Am di Macerata) è volato letteralmente, alla maniera di uno scrittore investigativo, da Lucca a Cividale del Friuli, dove il Nostro tenne un poco frequentato concilio malvisto dalla Serenissima, da Gaeta a Pisa, da Popoli ad Alvito. Traendo informazioni di prima mano sul concilio di Costanza, oltre che su quelli, minori, di Pisa e in Friuli. «A Lucca ho fatto anche una fortunata scoperta: la presenza di Gregorio a Lucca nel 1408 in coincidenza con l’ultimazione in Duomo dell’opera famosa di Jacopo della Quercia in memoria di Ilaria del Carretto» ha raccontato Sabbatini alla presentazione del volume (128 pgg, 25 euro, Etabeta editore) al Claudiani. Un evento curato dall’Accademia dei Catenati, presenti lo stesso mons. Spernanzoni, Angiola Maria Napolioni, Luciano Magnalbò, Alessandro Guzzini presidente Ucid Macerata (Unione cristiana imprenditori e dirigenti) che ha patrocinato l’opera, e chi scrive. Laura Sabbatini ha letto passi del libro.
«Mi sono appassionato all’avventura di questo povero cristiano, per rubare la definizione celestiniana di Ignazio Silone, perché lo sento profondamente come del nostro territorio, lui veneziano ma in realta recanatese anche se alla fine ignorato pure da questa città. Che nella sua storia all’ombra della Serenissima, ha avuto nobili famiglie veneziani incardinarsi stabilmente al suo interno: i Nina, i Colloredo-Melz, i Venieri e gli stessi Correr. Un uomo che amava questa terra e che ammirava dal suo alloggio un panorama stupendo che è pure il mio nel buen retiro della piccola villa ereditata da mio padre a due passi dalla cattedrale che contiene la salma del successore di Celestino e predecessore di Ratzinger. Ma lui, papa emerito non diventò, anzi arretrò nella scala gerarchica tornando a fare l’arcivescovo. Tuttavia si può tranquillamente dire che Recanati è certissimamente la citta di Giacomo Leopardi, di Beniamino Gigli, ma anche un pò del veneziano Angelo Correr»
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Veramente non era recanatese per niente, Recanati è stata la sua casa di riposo soltanto nell’ultimo decrepito anno della sua lunghissima incasinata vita…
Convengo perfettamente con il nostro cortese lettore. Angelo Correr, alias papa Gregorio XII, non era recanatese di nascita, ma veneziano. Nella citta’ che molto, molto piu’ tardi sarebbe stata di G. Leopardi, poi di B. Gigli, Correr fu affezionato arcivescovo _prima e dopo l’elezione al Soglio di Pietro.
Dall’articolo non si era tuttavia capito?
http://www.treccani.it/enciclopedia/papa-gregorio-xii_%28Dizionario-Biografico%29/
Ci sono gretti conservatori confidenti più nella Treccani che in Cronache Maceratesi…
Gregorio XII c’entra poco con le rinunce di Celestino V e di Benedetto XVI. Le sue dimissioni, peraltro arrivate di fronte al fatto compiuto del suo isolamento e del concilio di Costanza, per di più dopo l’ottenimento di varie garanzie, più che provocare e favorire il processo di ricomposizione dello scisma d’occidente, si limitano a certificarlo. Su Celestino V, se Dante effettivamente si riferisce a lui nel III canto dell’Inferno, a proposito del “gran rifiuto” e della “viltade” (perché poi una certezza non c’è; e come potrebbe esserci?), egli non compie una diffamazione ma esprime un giudizio legittimo (con la libertà, la poesia, l’umore di Dante), tagliato con l’accetta non più di quanto non faccia (altrettanto discutibilmente) nei confronti di Bonifacio VIII, al quale tuttavia mette in bocca, nel XXVII canto dell’Inferno, tramite Guido da Montefeltro, un altro giudizio su Pietro da Morrone, stavolta di inequivoco indirizzo, meno liquidatorio, più indicativo, altrettanto corrosivo: “Lo ciel poss’io serrare e disserrare,/come tu sai; però son due le chiavi/che ‘l mio antecessor non ebbe care”. Tornando a Recanati, Gregorio XII perdonò i cittadini per le precedenti sbandate in quel tourbillon di papi e antipapi; non perdonò invece il vescovo Nicolò Saraceno da Cascia, che aveva partecipato al concilio di Pisa come generale degli Agostiniani (nel quale erano stati dichiarati deposti sia Correr che l’ “avignonese” Benedetto XIII; ed era stato eletto Alessandro V, cui poi sarebbe succeduto Giovanni XXIII, il quale aveva affidato Recanati e Macerata appunto a Nicolò) e che poi si rifiutò di passare con Gregorio per conservare la nomina, una volta che Recanati era tornata all’ovile grazie a Malatesta, e partì. Quanto aveva lasciato, tra cui una preziosa biblioteca, fu fatto confiscare da Gregorio che, stando a Monaldo Leopardi, chiamò Nicolò “Figlio di iniquità ma nulladimeno fra li Recanatesi la di lui memoria restò in molta benedizione”.