La fronna de moru
(il gelso, le foglie e le more)

LA DOMENICA con Mario Monachesi
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Mario Monachesi

 

di Mario Monachesi

“Lu moru (gelso) ogghj adè ‘na pianta quasci scordata”. Le sue foglie, nei tempi passati, furono piu che importanti per la coltivazione “de lu vacu (baco) da seta”. Non c’era famiglia, contadina o di paese, che non li allevasse su graticce sistemate ovunque. Le foglie erano così ricercate che un proverbio recitava: “Se va vène li vaci, paghimo la fronna”. La produzione del baco, chi non aveva locali e ripiani adatti utilizzava anche i letti, era un modo per guadagnare qualcosa in più da spendere poi per l’acquisto di stoffe o “pe’ lu corredu de’ le vardasce”. Con l’avvento poi delle fibre sintetiche, sicuramente più economiche, la bachicoltura perse di rilevanza, per sparire del tutto dopo la 2a guerra mondiale. “Li mori” vanno però ricordati anche perché il loro fogliame, “la fronna”, ha costituito per anni e anni un’ottima e abbondante fonte di foraggio rinfrescante per l’allevamento bovino. Un vecchio detto recitava: “Pe ‘ngrassà’ li manzi ce vò’ la fava e la fronna de moru”. Sostituiva, senza svantaggio alcuno, i foraggi ordinari anche nelle bovine da latte. Al confronto con le graminacee e con “l’erba mèlleca”, le foglie del gelso hanno una composizione chimica più ricca e sono più digeribili. “Seccate e po’ macenate co’ lu tritaforaggi”, c’era chi le utilizzava anche per l’alimentazione suina.

gelso“D’istate sia l’ommini che le donne, chj ci-avia tempu, a la matina pe’ lo frisco o la sera prima de la calata de lu sòle, java co’ lu saccu e la scala a fa’ la fronna pe’ ‘acche e manzi. Più se ne facia e più se sparagnava lo fié’, che invece putia sirvì’ pe’ l’inguernata”.  Racconta Adele de Jomu: “De luju e d’agustu adesso se va a lu mare, ‘lla orda noantri jamo a fa’ la fronna. Però eriamo contente li stesso, anzi ce cantiamo pure: “Fiore de gelso / vurrio che la finestra se rraprèsse / vurrio che il mio bene se ‘ffacciasse / e un suspiru d’amore lu gradisse”. “Fiore de gelso / te vojo tanto vè’, te lo confesso / se tròo un atru amante a te te lasso / se lu troi tu poi far lo stesso”. Poi, il più delle volte, tornavano a casa con i sacchi sulle spalle.
Fino agli anni ’60 / ’70 i gelsi si trovavano ovunque, lunghe file delimitavano i confini dei campi, occupavano i greti dei fossi, le fiancate delle gabbe e le aie delle case coloniche. La loro chioma bassa e larga era piuttosto ombrosa, sostarvi o “magnacce de mete o de vatte sotto quilli ‘ccanto ‘ll’ara”, era una vera delizia. La loro frescura è ancora ricordata con nostalgia. Le foglie erano grandi, sorrette da un picciòlo robusto, percorse da fitte nervature con il margine leggermente dentellato. Ad aprile già apparivano sui rami: “Voja non voja / a San Marco (25 aprile) c’è la foja”.”
Gabriele D’Annunzio così scrive ne “La sera fiesolana”: “Fresche le mie parole ne la sera / ti sien come il fruscio che fan le foglie / del gelso ne la man di chi le coglie / silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta / su l’alta scala che s’annera / contro il fusto che s’inargenta / con le sue rame spoglie…”

gelso-2-325x232Anche Dante Alighieri, tratteggiando “Le Metamorfosi” di Ovidio, cioè l’amore contrastato e finito tragicamente tra Piramo e Tisbe, ricorda questa pianta nel suo Purgatorio: “…Come al nome di Tisbe aperse il ciglio / Piramo in su la morte, e riguardolla, / allor che il gelso diventò vermiglio…”.  L’albero del gelso, nome scientifico “Morus”, appartiene alla famiglia delle “Moracee”. Le principali specie presenti in Europa sono due, il gelso bianco (Morus alba) e il gelso nero (Morus nigra). Il gelso bianco è originario della Cina, la sua storia è da sempre collegata a quella dell’allevamento del baco da seta. Arriva in Europa intorno al 1146. Quello nero arriva invece dai paesi che si affacciano sulle coste orientali del Mediterraneo. Si diffonde in Europa prima dell’epoca romana. I loro frutti, le more, bianco giallastro per quello bianco, rosso nerastro per quello nero. Queste seconde sono più zuccherine delle prime. Due haiku così le descrivono: “Sui rami nudi / del gelso ricche gemme / dolce promessa”. “Maggio goloso / maturano i gelsi / cibo degli dei”. Molto più “casareccio” lo stornello che segue: “Fiore de more / lu spizià’ fa l’acqua de dore / pe’ dalla a Nina quanno fa l’amore”.

Con le more, frutto gustoso, dolce e rinfrescante, di quei pochi “mori” rimasti, si possono fare marmellate, granite, sorbetti a basso apporto calorico (43 calorie ogni 100 g). Sono invece ricche di vitamina C, ferro, potassio, magnesio e manganese. Rallentano l’invecchiamento cellulare, le malattie del sistema nervoso, diabete e infezioni batteriche. Pare che le donne romane e greche, con il loro succo si tingessero a mo di trucco le guance  Orazio diceva: “Colui che mangerà alla fine del pasto, delle more raccolte al levar del sole, starà bene tutta l’estate”. Il medico greco Galeno considerava le more come un frutto “di piccolo nutrimento”, astringenti se immature, lassative se mature.  Lo scenziato romano Plinio le raccomandava con miele, zafferano e mirra, insieme diventavano una mistura efficace per combattere il mal di gola e i disturbi di stomaco.  Il suo succo previene anche la carie dei denti. In medicina si usavano e si usano anche le foglie.

Il gelso è detto “Moro”, in dialetto maceratese “Moru”, perchè il primo ad importarlo nelle campagne lombarde fu Ludovico il Moro, signore di Milano. Sempre Plinio lo definiva “albero sapientissimo”, perchè in primavera è l’ultimo a sbocciare ed il primo a maturare la frutta. In questo modo evita i danni del freddo intempestivo. Una volta piantato, ha crescita lenta e longevità elevata. L’età “de un moru de un metru de larghezza adè più o meno de 170 anni”. Sembra che Papa Sisto V, con apposita bolla del 28 maggio 1586, ne abbia ordinato in tutto lo Stato Pontificio la piantagione per incrementare l’industria della seta. Intorno al 1840 anche Gregorio XVI decise di elargire notevoli sovvenzioni ai proprietari terrieri che ne coltivavano nei loro poderi.  Il gelso era tenuto in grande considerazione anche da Carlo Magno, che lo aveva incluso nella propria lista delle piante utili. Con le sue more si facevano vinì e grappe. Sue rappresentazioni sono state trovate negli scavi di Pompei, precisamente nella “Casa del Toro” e in un mosaico proveniente dalla “Casa del Fauno”. Il suo legno era ed è adatto per la fabbricazione di botti e recipienti per il vino. Chi se lo ricorda, sa che era una delle piante usate nella coltura della “vite maritata”, cioè la vite veniva sorretta, lungo i filari, dal suo fusto piuttosto che da un palo come oggi.



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