Il giorno dei morti

TRADIZIONI di Mario Monachesi
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L’ingresso del cimitero di Castelraimondo

 

di Mario Monachesi

Il culto dei morti con l’omaggio dei fiori e le preghiere, nella ricorrenza del 2 novembre, risale a san Odilone, abate di Cluny dal 994 al 1049. Nel 1915 Benedetto XV concede per questo giorno il privilegio di poter celebrare tre messe, una per un’intenzione a scelta, un’altra per i defunti e la terza per il Pontefice. A questa “festa” un tempo erano legate un’infinità di “costumanze”. Una molto antica voleva che a Macerata buona parte delle famiglie agiate e le parrocchie con Legati sorti a tale scopo, distribuissero in questo giorno il “pane dei morti”, un pane fatto con farina a “tuttu stacciu”, cioè non “sfiorata”, non depurata del tritello, ovvero di crusca e altro. Una seconda voleva che mangiando fichi freschi in questa data non avrebbe più sentito freddo ai piedi per l’intera invernata. Una terza riguardava le “castagne dei morti”. Il 2 novembre era tradizione lessare o arrostire castagne, cospargerle di zucchero, bagnarle di alcol puro o cognac, bruciacchiarle e quindi mangiarle.

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Il cimitero di Civitanova Alta

L’usanza che invece ancora resiste è quella delle “fave da morto” o “dei morti”, oggi conosciute come “amaretti”. Il significato che le accompagna, seppur con qualche aggiunta al loro antico simbolismo, rimane una comunione tra vivi e defunti, uno scambio matetiale tra mondo terreno e regno della morte. Ovidio, nel libro V dei Fasti, narra che gli antichi romani mangiavano fave sulle tombe dei loro cari. Ne “Le inchieste napoleoniche nei dipartimenti delle Marche”, scopriamo che nel maceratese, dopo un funerale, “I parenti si assidono alla merenda” e vi è certezza che non vi mancassero le fave. È invece del tutto dimenticata la “processione dei morti”, quella che il 2 novembre, al crepuscolo, partiva dal centro del paese e, con grande affluenza di confraternite e di popolo recante ceri e candele accese, raggiungeva il cimitero, sulle cui mura di cinta, “padelle” alimentate da sego, olio o cera, emanavano una luce rossastra, mentre ovunque si spandeva il suono delle campane rigorosamente “a mortu”. Un’ennesima tradizione voleva che nei primi nove giorni del mese venisse cantata per tutte le contrade “La pasció de ll’aneme sande”, un canto poetico che narra le sofferenze delle anime del purgatorio, sollecitandone i suffragi, composto da ventinove strofe, che i canterini, due più un suonatore di organetto, eseguivano per ben due volte.

Cimitero-Treia-1-450x300Le prime quattro quartine recitano: “Sia lodato Jisù Cristo / bona jende del Signore, / perdonateme di buon cuore / s’io vi vengo a ‘ncomodà’. / Son povero peccatore, / che da Dio mannatu qua, / pe’ la strada e pe’ la via / me ne sto sempre a spettà’. / Tu te ne stai tutto contento / non pensi mai la fine: / pensa bene ch’hai da morire, / da venire l’eternità. / Ne voce par ch’io senta: / la tua mamma sta a chjamà, / ‘n purgatorio si lamenta, / che si sente spasimar / ecc ecc. Uno dei due cantori portava a tracolla la “catana”, una cesta di vimini con coperchio per mettere le uova ricevute in dono.

cimitero-1-300x225Durante l’ottavario nelle chiese le messe venivano celebrate al mattino presto. Le società esistenti, compresa la banda, si recavano a deporre fiori sulle tombe dei soci scomparsi. A Macerata l’Amministrazione comunale ancora depone corone su quelle dei Sindaci scomparsi, il giro, con tanto di gonfalone, viene effettuato al termine della messa celebrata dal Vescovo sullo spiazzo principale del cimitero. Un’ultimissima tradizione, stavolta interamente agricola, voleva che il 2 novembre venisse seminata la fava. Se però in quel giorno pioveva, la semina subiva uno spostamento al 7 o 17 o 27, questo legato al fatto che ogni gambo di fava porta generalmente 7 baccelli.



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