Natale al centro container (Foto)
CAMERINO - Il racconto delle festività trascorse da circa trecento persone, le cui storie si sono incrociate negli spazi comuni delle “caserme container”, diventate la loro nuova casa dopo il terremoto


di Monia Orazi
E’ festa anche tra gli sfollati del centro container di Camerino, a Vallicelle. Divise in due blocchi poco meno di trecento persone, vite sospese di camerti, giovani e anziani soli, ma anche studenti Unicam, le cui storie per caso si sono incrociate negli spazi comuni delle “caserme container”, diventate la loro nuova casa dopo il terremoto. Nel blocco B vivono un’ottantina di persone, pochi studenti universitari che non sono rientrati a casa per le feste, diverse famiglie, anziani soli che nell’emergenza del terremoto hanno trovato una nuova famiglia, che li assiste con cura ogni giorno, fatta dai coinquilini più giovani. Sulle lunghe tavole apparecchiate con tovaglie a scacchi verdi ci sono centrotavola tipicamente natalizi, portacandele in legno di pigne, con al centro la classica candela rossa. I due addetti alla mensa indossano gli immancabili cappellini rossi da Babbo Natale. In fila davanti alle lasagne, le penne alla norcina, l’agnello arrosto, il pollo ed altra carne fritta, le olive all’ascolana, i cremini fritti, le verdure pastellate, tutti attendono pazientemente il loro turno, per consumare il pasto della festa. In alto pendono dal soffitto decorazioni di carta rossa e bianca, a simulare fiocchi di neve. Dal grigio delle pareti, in fondo, un grande telo bianco pieno di firme ricorda il campo base delle Calvie, con il centro sportivo diventato il quartiere generale dell’emergenza, con centinaia di persone che hanno dormito sotto le volte sicure dei palasport, mentre dal lato opposto campeggia un cartello colorato con scritto “Grazie Cri”, a ricordo del grande impegno della Croce Rossa Italiana, a Camerino, che ha fatto spostare la grande colonna mobile del Centro Italia, sin dalle prime ore dopo lo scorso 26 ottobre.
La fila di chi attende il pranzo è quieta, l’aria quella riposata del giorno di festa. Ci sono due famiglie con figli piccoli, poca la voglia di parlare. L’unica è una cinquantenne, che chiede di non riprendere i volti dei commensali per le situazioni delicate, ma che si ferma volentieri a fare due chiacchiere informali. Racconta della grande generosità degli italiani, della tantissima roba giunta da ogni parte d’Italia, generi alimentari, asciugatrici, lavatrici. L’ultimo regalo, proprio stamattina, una lavatrice donata dal Rotary Club di Cervia e Cesenatico, dei buonissimi dolci donati il giorno di Natale da alcuni privati. La voce della signora camerte racconta di un anno ormai trascorso tra quelle mura, in attesa della Sae, dell’aiuto che ci si scambia l’un l’altro, i più giovani verso gli anziani, del vassoio che sta per portare in camera ad uno studente universitario con l’influenza che non riesce ad alzarsi per pranzo. Chiede, la signora a nome di tutti, che chi può vada a trovarli, per un sorriso, due chiacchiere, un po’ di compagnia che interrompano lo scorrere cadenzato delle ore in questo spazio sospeso. Nel villaggio container B in cui la vita è organizzata in stile comunitario, come una grande caserma, o una casa di accoglienza, la privacy è limitata, non si hanno spazi per riappropriarsi dei gesti quotidiani, come cucinarsi un pasto, farsi una doccia in un bagno tutto proprio, al contrario dei container individuali del terremoto del 97, dove la gente ha vissuto in difficoltà, anche per diversi anni, tenacemente attaccata al territorio, avendo la possibilità di ripartire dalla propria famiglia, cosa negata in questa dimensione ospedalizzata dell’emergenza. Eppure bastano la solidarietà, l’umanità, lo spirito di adattamento, la voglia di stare insieme, l’alberello di Natale, i festoni della mensa, i cappelli rossi dei due ragazzi addetti alla distribuzione dei pasti e quei centrotavola, per avere anche qui l’aria della festa di Natale.







