Leopardi, Didimi e ’il giallo’
della dedica al campione
testimonial del Risorgimento
SCOPERTA - Rinvenute lettere nelle quali il grande letterato apirese Giovanni Mestica chiedeva notizie sul famoso giocatore treiese del Bracciale. Il prof. Alberto Meriggi, ex presidente dell'Accademia Georgica, autore della clamorosa indagine che fa il punto su una delle più controverse questioni della poesia mondiale: “Il Giovane Favoloso, allora sconosciuto, utilizzò la fama del n.1 dello sport più popolare del tempo per lanciare messaggi precisi, facendo breccia tra i suoi coetanei e nella società d’allora”
di Maurizio Verdenelli
Un’eccezionale scoperta letteraria, alla vigilia della Disfida a Treia e alla vigilia del convegno che la illustrerà, ad Apiro (entrambi gli eventi domenica prossima) emerge dai poderosi archivi dell’Accademia georgica che s’affaccia sull’Arena dove fu Cannibale (nel senso attuale: di vittorie) il Campionissimo amato dal Giovane Favoloso colse i primi allori. Per poi irrompere in tutti i ‘campi’ del Centro Italia. “La vuol sapere una cosa? L’unico ritratto di Carlo Didimi si trova a Perugia, dove esisteva un’Arena più bella anche di quella maceratese (di cui resta malinconicamente soltanto mezzo muro visibile dalle scale mobili per il centro cittadino). L’immagine di lui –sicuramente oltre che fortissimo era di bell’aspetto e nobile e patriota – è stata formata in base alla descrizione di Augusto Pettarelli, segretario della storica istituzione treiese” dichiara il professor Alberto Meriggi, autore in collaborazione con Ivano Palmucci del prezioso rinvenimento di alcune lettere.
Grazie alle quali il grande Giovanni Mestica, apirese risolse “in via risolutiva” la spinosissima questione della dedica al Didimi della canzone leopardiana ‘A un vincitore nel pallone’, di cui il poeta non aveva mai infatti mai segnalato l’identità” dice Meriggi. Che alla questione ha dedicato un ponderoso capitolo all’interno del libro “Per non dimenticare: Mariotti e Mestica all’ombra di Leopardi” a cura di Francesco Musarra (il grande amico di Roberto Benigni, che ad Apiro apprezzò qualche anno fa paese e ciauscolo), Gilberto Piccinini, Nadia Sparapani e Pacifico Ramazzotti. Il libro, che sarà presentato al teatro apirese domenica, raccoglie gli atti del convegno tenutosi il 24 aprile 2015 nella stessa splendida cittadina al confine con la provincia di Ancona.
Tutto nasce dal ‘corrispondente’ della Georgica, il celebre Mestica che da Palermo dove insegnava, scrisse una prima lettera, il 19 aprile 1883 al Pettarelli per chiedere notizie su un certo Didimi, giocatore di pallone: girava infatti allora nell’ambiente letterario italiano il gossip che Leopardi avrebbe dedicato a questo atleta, celebre mezzo secolo prima, una poesia. “Queste notizie –scrisse il Mestica- occorrono per parlare di una poesia scritta probabilmente per lui. Ho scritto al prof. Didimi ma non ho avuto risposta, forse egli non ricevette la mia lettera che diressi a Campobasso (risultò proprio così ndr)”. “Fatemi il piacere di raccogliere quelle notizie che potete e in particolare data della nascita e della morte, sua fattezza, condizione della famiglia…”. E soprattutto, il Mestica chiede, …”il tempo in cui giocò a Recanati (credo fra il 1820 ed il 1824)…”. La questione era centrale per capire se il Giovane Favoloso avesse avuto diretta contezza di Didimi per poterne poi fare il dedicatario di quella che sarebbe stata una dei suoi componimenti lirici più noti (e di recente tradotti anche negli Usa, con un travisamento sulla natura storica del gioco del pallone che la ‘nostra’ Donatella Donati ebbe modo amabilmente ma efficacemente di correggere).
Anche l’informazione sui tempi recanatesi, come vedremo, fu fonte di equivoco sviando in un primo momento l’indagine. Scrive Meriggi: “Il dono straordinario che inconsapevolmente Mestica ha fatto a Treia e a tutti gli appassionati del mondo del bracciale, sta nella risposta del 27 aprile di Pettarelli. Una risposta che rappresenta il documento più prezioso che abbiamo su Carlo Didimi: “Bello e aitante nella persona, manifestò singolare attitudine nella ginnastica, sicchè egli era valente giocatore di bigliardo ma nel giocare al pallone emulò e superò i più distinti del suo tempo…”. E più avanti: “Non ho potuto avere una fotografia del Didimi perché smarrita e mi riesce difficile addittarvene le fattezze”. Eppure Pettarelli l’aveva conosciuto, e il campione era morto appena sei anni prima, nel 1877, di quella lettera in Sicilia e il segretario della Georgica era già anziano. Infatti più avanti scrive così al Mestica: “Egli era alto e snello, di colorito vivo, fronte poco spaziosa, occhio castagna chiaro, naso alquanto aquilino, mento rilevato, assai gentile nelle maniere. In volto non ha mai tenuto barba. Benchè di natura risentito, manteneva viva l’amicizia. Non era molto istruito”. Dalla nobile Casilde Broglio aveva avuto inoltre 6 figli, 4 femmine, 2 maschi.
Ma alla domanda cruciale del Mestica se Didimi avesse giocato a Recanati prima del 1821, cioè prima dell’anno della stesura della canzone “Ad un vincitore nel gioco del pallone”, Pettarelli rispose che a lui risultava che vi avesse giocato prima del 1827. Ed ecco il giallo ‘leopardiano’ che rischiò di ingarbugliare tutto. Mestica infatti risponde, il 22 maggio 1883, …se il Didimi in Recanati giocò a pallone per la prima volta nel 1827 la poesia non può applicarsi a lui: bisognerebbe che vi fosse stato a giocare tra il 1819 e il 1824 circa”. Sottolinea Meriggi: Mestica dunque in un primo momento escluse la possibilità della dedica a Didimi. A 62 anni dalla stesura della poesia non vi era dunque certezza della dedica che pure negli ambienti letterari di Palermo era al centro del dibattito.
Mestica però qualche dubbio circa la solidità della testimonianza ‘recanatese’ del segretario della Georgica lo nutriva: tra il 1818 e il 1824 erano stati infatti numerosi i derbies nel gioco Bracciale tra Treia e Recanati, con Didimi presente. Così l’investigatore andò in fondo. Ed ebbe ragione. Ricorda ancora Meriggi: “Il professor Adamello Promisqui, corrispondente della Gazzetta dello Sport, nel 1978, nel centenario (con un anno di ritardo) della morte del Didimi, mostrò volantini che pubblicizzavano partite giocate a Recanati dal campionissimo. Tutto ciò, seppure ex post, è andato nel tempo a confermare ciò che intanto era oggetto dell’indagine del Mestica: senza di lui comunque nessuno avrebbe osato accostare il nome di Didimi a Leopardi. A me il carteggio tra il grande apirese a Palermo e il Pettarelli mi aprì gli occhi e mi buttai a capofitto sulla fonte delle certezze di quella dedica, che peraltro restava improbabile dopo la lettera del segretario treiese. Così scoprii che il Giovane Favoloso era un appassionato del Pallone e vi aveva fatto riferimento più volte nelle sue opere. Un esempio: nelle Operette Morali, il Dialogo d’Ercole e di Atlante”. Una passione che regnava a Casa Leopardi: Luigi, un altro fratello di Giacomo, era morto nel 1828 per un incidente di gioco nel Bracciale.
Tuttavia solo due anni dopo quella corrispondenza sulla via Palermo-Treia e ritorno, e cioè nel 1885, Giovanni Mestica riuscì a sciogliere tutti i suoi dubbi circa la dedica. Ma trascorsero altri tredici anni prima che ne scrivesse su la Rivista d’Italia. A risolvere il giallo fu Venanzo Broglio, figlio di Saverio funzionario del Tribunale di Macerata, Saverio Broglio d’Ajano che aveva procurato pur inconsapevolmente il passaporto al Leopardi per il tentativo di fuga nel Lombardo-Veneto. Proprio Venanzo, “amicissimo” e collaboratore del poeta, offrirà la testimonianza più sicura sul caso-dedica. Facciamo ancora un salto in avanti, quando finalmente il Mestica, superati i problemi postali, riesce finalmente a parlare con Piero Didimi, insegnante nella scuola tecnica comunale, nipote del campionissimo. Che raccontò d’aver avuto da giovane come insegnante l’anziano Venanzo Broglio che gli aveva ricordato come lo zio Carlo era stato celebrato da Giacomo in una ‘altissima’ poesia. Non solo a Recanati aveva visto giocare Didimi. Una testimonianza che si avvaleva di uno scritto: a Piero Didimi la questione della dedica era stata rivelata infatti dal suo ex insegnante in una lettera di congratulazioni da lui ricevuta per un successo scolastico. Insomma l’amico di Leopardi rivelava inoppugnabilmente al nipote del campionissimo come Giacomo avesse dedicato a questi la sua ormai celebre Canzone. La via familiare, così tradizionale nella cultura marchigiana, aveva aperto la luce sul più controverso giallo nella storia della poesia mondiale! “Venanzo Broglio è l’autentico illustratore del canto di Giacomo Leopardi” scriverà Giovanni Mestica che proprio nel 1898, nel primo centenario leopardiano, a Recanati, rivela ufficialmente la sua scoperta che poi pubblicherà sulla Rivista d’Italia. “Chi credesse che ‘il garzon ben nato’, vincitore nel gioco del pallone, sia una persona inventata dal poeta, sarebbe in errore”. E così sia!
Eppure come in tutti i gialli che si rispettino, c’è un finale a sorpresa dove emerge un Campionissimo, testimonial del Risorgimento. Scrive infatti Meriggi: “Quando nel 1821 Leopardi scrisse la Canzone era ancora sconosciuto e cercava una gloria lenta a venire mentre già abbastanza conosciuto e famoso era Carlo Didimi. Leopardi scrisse quei versi per lanciare messaggi ben precisi, esortazioni soprattutto ai giovani d’Italia ai quali non poteva additare come esempio da seguire un personaggio che incarnava valori tanto importanti ma che di fatto come non esisteva realmente. Leopardi aveva bisogno di un uomo immagine e questi non poteva che essere Carlo Didimi, il più acclamato dalle folle di allora. A me dunque pare che all’inizio Leopardi avesse bisogno di Didimi per utilizzarlo come cassa di risonanza, affidandogli la propria immagine. Più tardi, quando la luminosità dell’astro del campione, per l’età si affievolì, Leopardi con la sua Canzone trascinò Didimi verso l’immortalità”.




sarebbe anche opportuno ricordare che per un grecista didimo è sinonimo di test.icolo.
Molto interessante, credo però che l’istituto comprensivo maceratese del centro storico sia intitolato a Enrico Mastica, non a Giovanni.
Di complessive 2100 pagine su due colonne, realizzato dopo un ventennio di «grave fatica» e dedicato a B. Mussolini, il Dizionario di Enrico Mestica venne pubblicato dall’editore E. Lattes; la forte impronta filofascista, evidente fin dalla pagina dedicatoria, ne avrebbe determinato, nel dopoguerra, un momentaneo accantonamento. Nella Prefazione – in cui spiegava di aver adottato un metodo per cui non aveva sempre seguito «il rigoroso ordine alfabetico», raccogliendo in parte i vocaboli di comune formazione e riportandoli al termine originario (p. IX) – si sosteneva la decisa superiorità della lingua italiana, accompagnata da nette critiche nei confronti del francese, definito una lingua povera e tipica di un popolo portato per natura «all’esagerazione» (p. X); si dichiaravano, poi, la convinzione che il fascismo aveva arricchito la lingua «per nuove invenzioni e istituzioni» e l’«intendimento educativo» di comunicare ai giovani gli «alti e nobili sentimenti di Religione, di Famiglia, di Patria» che il regime intendeva propugnare «con le sue opere di redenzione e grandezza» (Wikipedia)