“L’opera è anche la mia droga
Micheli? Ha reso Macerata una polis”

MACERATA - In occasione della première al teatro Lauro Rossi di Shi (si faccia) intervista al giornalista de “La Stampa” Alberto Mattioli, un “operoinomane” doc

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Alberto Mattioli

Si apre domani la stagione 2017 del Macerata Opera Festival, che ha scelto il tema Oriente come fil rouge per i titoli in cartellone di quest’anno. Alle già famose Turandot, Madama Butterfly e Aida si aggiunge una nuova opera da camera, ispirata alla vita di Padre Matteo Ricci: SHI (si faccia). In occasione della première al teatro Lauro Rossi dello spettacolo composto da Carlo Boccadoro, per la regia e il libretto di Cecilia Ligorio, abbiamo incontrato il giornalista de “La Stampa” Alberto Mattioli, un “operoinomane” DOC, per parlare dell’imminente stagione lirica maceratese e del panorama operistico di oggi.

Da amante dell’opera, quali devono essere, le aspettative di un Festival operistico oggi?
“Ci sono diversi modelli di Festival, con obiettivi conseguentemente differenti. Macerata ha una vocazione pop, una connotazione nazionalpopolare. La scelta dei titoli, che devono essere di grande impatto per uno spazio atipico come quello dello Sferisterio, non è banale; gli spettacoli combinano alla scelta di un repertorio popolare di grande richiamo un’attenta cura del dettaglio, che rendono la realizzazione non banale e molto apprezzabile. È importante, e vorrei che si recuperasse, questo ruolo sociale e politico del teatro d’opera, che è sempre stato una caratteristica italiana”.
Il Macerata Opera Festival decide di aprire la sua 53° stagione con una nuova opera: SHI (si faccia). Come vede questa decisione?
“Sono favorevolissimo a questa scelta. Al giorno d’oggi, si dà poco spazio alla creazione contemporanea, specialmente in ambito operistico. Credo anche che lo spazio del teatro Lauro Rossi sia adatto per un’opera come SHI (si faccia). D’altronde, si parla di un’opera da camera, un genere che è di casa al Lauro Rossi. Grande momento di vita sociale in questo paese e di vita politica perché il teatro nasce per discutere”.
Francesco Micheli è ormai conosciuto sia in Italia che all’estero per le sue regie e i suoi progetti legati alla divulgazione del patrimonio operistico italiano. Quale pensa sia il suo apporto al mondo dell’opera in Italia?
“Come regista, è uno dei più interessanti. Viene da una generazione di italiani che tentano di pensare a un modo di presentare il repertorio più libero e spregiudicato, senza dimenticare la grande tradizione del melodramma italiano. Come direttore artistico, ha due qualità importanti: riesce sempre a mettere in relazioni le città dove opera con i festival di cui si occupa. È un aspetto chiave perché è fondamentale mantenere rapporto con la comunità locale. Ha trasformato Macerata in una polis dove la collettività partecipa. Altra caratteristica è la sua capacità di mettere insieme cartelloni, (quando anche obbligati) con una serie di intrecci, di intersezioni, di rimandi stimolanti. Francesco è stato capace di presentare l’opera in modo meno ingessato e di far partecipare la popolazione ai Festival con forme nuove”.
Il tema di questa stagione lirica è Oriente e il 20 luglio lei sarà ospite a Macerata per una conferenza sui topoi dell’opera cinese e di quella italiana. Riesce a vedere qualche aspetto in comune tra questi due generi di teatro?
“Credo che ci siano dei punti di contatto. Il principale è la convinzione da parte del pubblico di credere a ciò che è in scena, per quanto assurdo sia. Tu accetti il pugnalato che canta, invece di morire. Tutto il teatro si costruisce su questo, e l’opera ancor di più. Poi la grande capacità del teatro di permettere al pubblico di riconoscersi negli spettacoli e mai in maniera scontata o uguale”.
L’opera è una forma d’arte e, come tale, è soggetta a una continua evoluzione. Come pensa stia cambiando il panorama operistico oggigiorno?
“Il compito dell’interprete oggi non è quello di replicare all’infinito quel determinato modo di mettere in scena o di eseguire l’opera. Io sono favorevole alle regie moderne perché riescono a trovare nel passato aspetti che nel presente ci parlano più che mai. Bisogna cercare la contemporaneità nel passato. È una grande sfida che vede in primo piano i registi. Molto difficilmente in Italia si riesce a capire questo concetto; si pensa che l’opera sia una cosa molto nostra, che sia un prodotto italiano inventato da italiani, che in qualche modo tende a far prevalere la tradizione. In realtà, però, il pubblico in Italia storicamente è stato attento alle novità e all’originalità. Se ci fissiamo sul fatto che il bello dell’opera sta nel fare le cose come si sono sempre fatte, si blocca l’opera. È una cristallizzazione del melodramma, una musealizzazione del belcanto. E invece, non deve essere così: l’opera non è un reperto da mettere sotto teca, mentre il mondo fuori cambia e si trasforma. Le performing arts (il teatro, il balletto, l’opera) hanno senso soltanto se sono contemporanee. Negli anni ’70, con la rinascita del teatro lirico, si è aperta una stagione di grande creatività, con una moltiplicazione di scuole e di tendenze, che hanno fatto sì che oggi il panorama sia estremamente interessante e che il repertorio sia molto più amplio, con una lettura contemporanea. Non ha alcun senso la riproposizione: il teatro che non fa discutere è un teatro morto”.
Il prossimo tema del Macerata Opera Festival è: la mia droga si chiama opera. È d’accordo con l’affermare che il melodramma è simile a una sostanza stupefacente? E soprattutto, la sua droga si chiama opera?
“È un tema fatto apposta per me. Credo che l’opera sia un’esperienza totalizzante. È lo spettacolo più assurdo e affascinante inventato dall’uomo, un tipo di teatro dove convenzioni insensate si ammassano (basti pensare che i personaggi cantano invece di parlare). In nessun altro ambiente, si vedono tante professionalità diverse collaborare. È uno spettacolo difficile da realizzare e proprio per questo è una passione totalizzante. Uno non va all’opera così, perché non ha niente da fare. Non è un hobby ma una passione. Per me, si chiama così”.


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