Luci della ribalta (segreta)

DAVOLI A MERENDA - Quando vedo una persona ben vestita, cerco di far caso ai calzini che porta. Quando entro in un locale pubblico guardo in che condizioni sono i "calzini" del luogo, ossia la toilette
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di Filippo Davoli

Io, quando vedo una persona ben vestita, cerco di far caso ai calzini che porta. Perché sono convinto che l’eleganza non stia tanto nell’insieme quanto nella sobria consonanza degli accessori. Lo stesso criterio lo uso quando entro in un locale pubblico: guardo in che condizioni sono i “calzini” del luogo, ossia la toilette.

È vero che troppo spesso una moda sempre più incomprensibile (e, a volte penso, studiata di proposito per prendere in giro chi la segue con grande convinzione, quasi che un capo di abbigliamento dovesse stare a pennello su qualunque corporatura, per principio…), una moda – dicevo – spesso ai limiti della follia elimina sin dalle prime battute il desiderio di sbirciare i calzini: quei pantaloni col cavallo basso che mostrano le mutande o quegli altri con strappi che spesso sono voragini (che, se mi metto a vendere i miei usurati, divento milionario), o quelle pantacalze attillatissime che su alcune figliuole sembrano fasciature contro la flebite.

Che vuoi immaginare calzini o sbirciare lo smalto delle unghie? Non ci arrivi, ti devi fermare prima e molto spesso tenere il fiato. Beh, ci siamo capiti su cosa voglio dire. Eravamo rimasti che entro in un locale e sono convinto di poterne decretare l’alta qualità da come tengono la toilette.

Anche nelle moderne toilettes ai nostri giorni c’è una moda che impera selvaggiamente: tutto “bianco e splendente” (come recitava un noto spot televisivo degli anni ’50), con accessori all’ultimo grido: lo spray che ti sorprende nel più privato silenzio con una spruzzatina dall’oltretomba per rinfrescare gli animi (e l’atmosfera); il sapone di ultimissima generazione che ti cade sulle mani solo ponendole sotto l’accricco preposto; a volte un aggeggio per asciugartele subito dopo, che sembra la bocca della verità, non limitandosi a emettere fiotti di aria calda ma mettendo in atto un aeromassaggio che in un battibaleno le prosciuga (e tu contemporaneamente pensi “meno male, non me le ha mangiate…”); piccola nota dolente – e diffusissima, ahinoi… – una carta igienica sempre più millimetrica e ridotta di dimensioni, di quelle che ovviamente non fanno strap (sennò sarebbero guai seri…) ma che tuttavia lasciano addosso una sensazione di insicurezza e di precarietà che non promette nulla di buono.

davoliDici: e se quello che sporge è l’ultimo frammento disponibile? Ti sovviene una sorta di voce della coscienza verde che rivendica la biodegradabilità del fazzolettino (“Mamma, dammi quel fazzolettino…”) e l’assoluta igiene del supporto, al che replichi con facilità (perché è servita su un piatto d’argento): tante storie e poi manca il bidet? Uno dice: perché mai non più quei bei rotoloni, quei dieci piani di morbidezza che andavano di moda una volta e che rasserenavano all’idea che non dovessero finire in nessuna maniera? Se ne consumano troppi? E qui mi rispondo, infastidito: perché, uno non può consumare 400 tovagliolini di questi contemporanei in un colpo solo?

Ma non finisce qui: l’orrido intervento del bon ton di ultimissima generazione prevede anche una sgraditissima sorpresa: la luce a tempo. Appena entri ti sembra un maggiordomo in livrea che ti accoglie accendendosi in tutto il suo splendore; poi, sul più bello… puff!

davoli-2-325x297Uno deve spiegarmela: un locale al fulmicotone, pieno di luci e lucine, insegne di ultima generazione, arredi all’ultimo grido, frigoriferi con ogni ben di dio, e vai a risparmiare sulla luce del gabinetto? Sul più bello di qualunque evoluzione, trac: la luce si spegne (e puntualmente sono bagni privi di finestre, con la ventola). Allora, con la mano che volteggia nel buio speri di intercettare la fotocellula che ti renda giustizia. Non è detto che la trovi, però. Ma già devi mettere in conto che, se anche la trovi, il secondo giro è sempre più breve di quello introduttivo: praticamente sei costretto a una palestra per la muscolatura delle braccia ogni minuto scarso. Il che – penso ai più “difficoltosi e vaghi” (per riadattare a largo sproposito un bellissimo verso di Vincenzo Cardarelli…) – non aiuta certamente lo svolgimento delle pie pratiche, per le quali – mi dicono (io non ho quel problema lì…) – è necessaria una grandissima tranquillità e un’altrettanto delicatissima concentrazione.

Per una volta l’odiatissimo cellulare, in questi giorni al centro di virulente polemiche, diventa invece un salvatore gradito, con la sua luce alternativa e miracolante. Ma – continuo a chiedermi snervato e anche un po’ incattivito – ci si deve ridurre così? Dopo una cena o una bevuta con tutti i crismi mi vai a scivolare su una simile buccia di banana?

Io li detesto, tutti questi che dall’abbigliamento in poi (per capirci…) si rendono ridicolmente schiavi delle mode. La vita ha già le sue complicazioni: perché aggravarne la misura?



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