Le donne in magistratura
hanno superato gli uomini
dopo 50 anni di pregiudizi

MACERATA - Il primo concorso che ha aperto la strada al femminile per i posti da giudice e pm risale al 1965. Rosanna Mancino, ex pretore del Lavoro di Macerata, attuale Consigliere di Cassazione, ha ricordato il lavoro h24: “All’Inps di Macerata ero diventata un caso, perché baby sitter e colf andavano e venivano a casa mia: non resistevano ad un tale ritmo". La testimonianza ad un convegno che si è svolto nel capoluogo. Presente il procuratore distrettuale di Ancona, Elisabetta Melotti

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Il magistrato Sara Pitinari

 

di Maurizio Verdenelli

“Fatua, leggera, impulsiva, testardetta anziché no” ammoniva, ancora nel 1957, Eutimo Renelletti, presidente onorario della Corte di cassazione. Fu uno degli ultimi teoretici ‘sbarramenti’ alla donna in magistratura prima del concorso che nel 1965 designò le prime otto giudici in toga e gonnella. Erano passati cento anni esatti dal codice Albertino che per primo aveva aperto le porte al genere femminile in un collegio di probiviri. Una rivoluzione culturale? Sembrerebbe, visto che un paio d’anni nei ‘Palazzacci’ della Penisola compreso quello maceratese, la presenza delle donne pm e giudicanti hanno superato in percentuale quella maschile: 51 a 49.

In realtà poco è cambiato visto che la prima donna magistrato, Maria Gabriella Luccioli, classe ’40, ha avuto modo di dichiarare: “Da mezzo secolo sfido ancora i pregiudizi degli uomini nella mia professione”. A Macerata bene, allora, hanno fatto a (sotto)titolare al modo di Jane Austen, ‘Orgoglio e pregiudizio’ gli organizzatori del convegno ‘La donna in magistratura’: Unimc ed Alam – associazione laureati ateneo maceratese. Infatti quando la scrittrice inglese faceva stampare all’inizio del 1813 il libro suo più celebre, l’accesso da parte del ‘sesso debole’ agli ordini giudiziari poteva apparire una fantasiosa irridente iperbole. Seppure la Giustizia fosse femmina (cfr la celebre iconografia con la bilancia), il Potere restava infatti saldamente maschio. Il dottor Mario Paciaroni, già procuratore capo al Tribunale di Macerata ha mostrato una conoscenza profonda sulla storia tribolatissima, ante ed ex post della Donna in magistratura. Ad ergersi contro lo storico tsunami del ‘no’ – ha ricordato Paciaroni- furono solo Piero Calamandrei e Giovanni Leone.

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Elisabetta Melotti

In parte, però. “Le donne in magistratura? Perché no? ma solo per certe materie”. Tuttavia il muro non fu sfondato, neppure da Teresa Mattei, ‘madre’ Costituente e alla quale si deve la ‘Mimosa’, la ricorrenza dell’8 marzo. Una narrazione, ricca e brillante, tutta spesa dalla parte delle donne, quella dell’ex procuratore, venuta dopo i saluti del rettore Adornato. Una narrazione alla quale, per restare nei tempi, la professoressa Daniela Gasparrini, organizzatrice e moderatrice del convegno, ha imposto un doloroso limite, accelerando sui fatti del post fascismo che relegava la donna alla ‘generazione’ e non ad altro. Un tale, copioso contributo storico non dovrebbe comunque andare perduto, ma recuperato in una pubblicazione. Con l’eccezione, a nostro modo di vedere, di un successivo intervento del dottor Paciaroni il quale ha dichiarato (qualche imbarazzo è serpeggiato a quel punto) che “i cronisti giudiziari non capiscono punto o nulla di Diritto”. Sostenendo così, l’ex procuratore, la necessità di uffici stampa nei Palazzi di Giustizia. Ipotesi formulata dalla dottoressa Rosanna Mancino, ex pretore del Lavoro di Macerata, attuale Consigliere di Cassazione sottolineando storture interpretative riguardo alle decisioni di recente prese dalla Suprema Corte sul caso Englaro.

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Daniela Gasparrini e Rosanna Mancino

Molto del convegno è ruotato attorno alla dottoressa Mancino (appartenente ad una grande famiglia della politica e della magistratura italiana) da anni a Roma ma che resta legata fortemente al territorio avendo sposato un musicista maceratese e con “figli che quando parlano al telefono con la nonna tirano fuori a sorpresa qualche influenza linguistica del posto”. Stimolata dalla professoressa Gasparrini, l’ex pretore del Lavoro ha ricordato il lavoro 24 h e i problemi, naturalmente, di coesistenza con il dover anche provvedere alla famiglia. “All’Inps di Macerata ero diventata un caso, perché baby sitter e colf andavano e venivano a casa mia: non resistevano ad un tale ritmo di lavoro. Una volta mi andò peggio per aver chiesto ad una di queste lavoratrici, una giovane, se qualcuno della sua famiglia avesse problemi con la giustizia: fatto che data la mia professione mi avrebbe messo in imbarazzo. Il padre di lei me ne disse di tutti i colori… come mi permettevo? Non bastò dirgli che vi ero costretta”. Chi scrive ricorda, molti anni fa, un altro episodio. Quando su ordine della stessa dottoressa Mancino, si dovette presentare a lei accompagnato dai carabinieri (in precedenza ero risultato ‘assente’ a causa di un disguido di notifica) per rispondere sulla richiesta di una collaboratrice che chiedeva un determinato, temporale riconoscimento professionale. Fu un interrogatorio molto rigoroso da parte del giudice del Lavoro su un caso che data l’esiguità, allora, degli ‘addetti’ impiegati nelle tre redazioni locali non era certo tra quelli che si esaminava tutti i giorni. Rosanna Mancino mostrò invece una profonda dottrina anche in quel campo poco battuto al palazzo di giustizia maceratese. Ora quell’ex collaboratrice del ‘Messaggero’ è tra le prime donne del Giornalismo italiano, vice direttrice di un Tg nazionale.

Il convegno ha avuto altre due relatrici d’eccezione, la dottoressa Elisabetta Melotti, Procuratore distrettuale di Ancona, prima donna in Italia ad assumere un così alto incarico in un capoluogo di regione e la dottoressa Sara Pitinari, magistrato ordinario del tribunale di Vicenza, da poco felice mamma-bis. “E’ difficile far coesistere le due sfere, ma è possibile” ha detto. Insomma anche in questo il fascismo aveva torto. Il convegno avrà una coda importante. “A settembre ci sarà un confronto, tutto fra donne: magistrati ed avvocati” ha annunciato la professoressa Gasparrini, avendo già accordo ed adesione con la presidente dell’Ordine forense, Maria Cristina Ottavianoni, in prima fila tra il pubblico. In pubblico non foltissimo, non per discriminazioni sessiste, ma a causa del caldo e dell’inopinato cambio di aula (da gialla e verde) nel labirintico polo Pantaloni.


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