La folle idea di far emigrare
i nostri capolavori dell’arte
Ci ha provato la Regione con la Mole Vanvitelliana di Ancona ma tutto sembra rientrato. Definitivamente? Qualche dubbio in proposito. La "solidarietà pelosa"
di Giancarlo Liuti
Tempo fa mi capitò di parlare dei due modi d’intendere la solidarietà, una parola, questa, che ha avuto grande spazio negli organi d’informazione per i danni causati dal terremoto nel Maceratese e per i soccorsi prestati alle famiglie che sono state costrette ad abbandonare la loro casa. Due modi, dunque. Il primo si riferisce alla “solidarietà altruistica”, che consiste nell’aiutare chi ne ha bisogno senza calcolare di guadagnarci sopra. Il secondo alla “solidarietà egoistica” – o “pelosa” – di chi presta soccorso ma specula sul bisogno altrui allo scopo di fare gli interessi propri. In entrambi i casi la parola “solidarietà” non è fuori luogo, giacché si tratta pur sempre di dare una mano a qualcuno. Ma nel secondo caso la vera solidarietà va a farsi friggere ed è sostituita da altre parole: compromesso, mercimonio, il classico motto latino “do ut des” (io do una cosa a te affinché tu ne dia una a me) o addirittura sciacallaggio.
La questione di cui oggi mi occupo riguarda le opere d’arte – affreschi, tele, sculture – situate nelle chiese, negli edifici pubblici e nei musei di quei centri che essendo stati colpiti più di altri dal terremoto e avendone riportato danni più gravi sono in attesa degli interventi di recupero della loro identità storica, civile ed estetica, interventi che sotto il profilo finanziario fanno capo allo Stato, alla Regione e ai rispettivi Comuni. La qual cosa comprende anche le opere d’arte, autentici tesori che vanno protetti come se fossero persone.
Per farmi meglio capire ricorro a un’ipotesi del tutto fantasiosa e cito due capolavori di Lorenzo Lotto: l’Annunciazione (1527) nel museo civico di Recanati e la Crocifissione (1531) nella chiesa Santa Maria della Pietà di Monte San Giusto. Entrambe queste opere meritano che si vada ad ammirarle. Ma andarci significa anche entrare pur brevemente in contatto con l’atmosfera umana – usi, costumi, tradizioni, gente – dei centri che le ospitano e scoprire un misterioso rapporto fra quest’atmosfera e quelle opere. Recanati, insomma, ci parrebbe “un po’ meno” Recanati se non avesse la sua Annunciazione e Monte San Giusto ci parrebbe “un po’ meno” Monte San Giusto se non avesse la sua Crocifissione. Cervellotiche ragioni culturali? Forse. Vero è, del resto, che la parola “cultura” la si ritiene “elitaria”, ossia monopolio di pochi eletti, ma questo è sbagliato. A prescindere dagli istituti scolastici che si sono o non si sono frequentati, infatti, ciascuno di noi ce l’ha dentro di sé, una “cultura”, cioè un insieme di valori immateriali che gli derivano dalla famiglia, dalle esperienze di vita e da una propria concezione del mondo. La cultura della cosiddetta “civiltà contadina”, della quale tutti noi siamo figli, non ci proviene da professori in cattedra ma da gente che spezzandosi le braccia per lavorare la terra ci lasciò in eredità solidi principi esistenziali.
Perdonerete questa premessa, ma torno subito al punto iniziale: la “solidarietà pelosa”. Fra le nostre “città d’arte” più danneggiate dal sisma figura certamente Camerino, dove nel Quattrocento la scuola dei suoi Arcangelo di Cola, Angelo di Giovanni e Olivuccio di Ciccarello assorbì e allo stesso tempo influenzò il “gotico fiorito” di Fabriano, dell’Umbria e di oltre l’Umbria. Ne fanno fede, nel centro cittadino, la pinacoteca e i musei civici. Cos’è accaduto col terremoto? In ogni modo si è cercato di salvarle, quelle opere d’arte, proteggendole o spostandole altrove. E non sono mancate iniziative di solidarietà a livello regionale da Ancona, da Pesaro, da Urbino. “Fatele venire da noi”, è stata la ‘generosa’ proposta. Solo temporaneamente o col malcelato desiderio che ciò divenisse definitivo? Ho qualche dubbio in proposito. E mi chiedo se tale solidarietà non sia un tantino “pelosa”.

L’ex Mattatoio tra gli spazi papabili per il deposito e il restauro delle opere del patrimonio maceratese
Intendiamoci: il “processo alle intenzioni” è sempre scorretto, ma talvolta, magari con un pizzico di eccessiva sospettosità, va fatto. Basti pensare al ventilato progetto della Sovrintendenza regionale di trasferire alla Mole Vanvitelliana di Ancona tutte le opere d’arte dei nostri centri terremotati, la qual cosa sarebbe, culturalmente, un’autentica sopraffazione. E bene hanno fatto ad opporvisi la parlamentare maceratese Irene Manzi, il sindaco di Macerata Romano Carancini e quello di Matelica Alessandro Delpriori. Poche voci, però. E la ex Provincia? E la classe politica locale? E le tante associazioni culturali? Ora sembra che stia prevalendo la tesi più giusta, ma la questione non è chiusa del tutto. E nelle “sabbie mobili” delle manovre politiche continua a serpeggiare il rischio che essa finisca per chiudersi a favore di chissà quale disegno elettoralistico e “anconacentrico” della Regione. Occhi aperti, dunque. E battiamoci a viso aperto per impedire che la “cultura” maceratese perda parte dell’anima sua e divenga “un po’ meno” maceratese. Che ne pensano le università di Macerata e di Camerino, per le quali la parola “cultura” dovrebbe essere come il vangelo? Sarei curioso di saperlo.
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Sono pienamente d’accordo”solidarietà pelosa”.
Vanvitelliana.
Veramente l’idea di radunare le opere d’arte del maceratese in un Lazzaretto mi sembra di una genialità infinita, di una poesia sbalorditiva… l’arte o è peste sconvolgente e rivoluzionaria o non è.
Io lo allargherei un po’ questo discorso sull’arte o meglio sui manufatti artistici già pronti, conosciuti e sicuramente ricercati ( nel senso di trovarli per goderne con tutti la bellezza ). Certo, il loro posto è quello naturale dove da decenni se non secoli hanno un loro spazio. Però, leggendo che vogliono ricostruire la Chiesa dedicata in quel di Norcia a S. Benedetto per la terza volta usando la breccia caduta in terra, qualcosa mi dice che non sarà l’ultima ( siamo in Italia )e che lo stesso potrebbe ripetersi per altri siti. Allora per il momento, la cosa primaria è giustamente quella di mettere al sicuro le opere, magari dividendole per valore anche pecuniario, cosi di avere sempre un prospetto pronto per quantificarne il valore e questa è sempre una curiosa domanda che ci si fa davanti ad un capolavoro. Poi in base al loro valore, possono essere trasportati a Torino, al lazzaretto o cosa molto trendy ad un ex Mattatoio. Ed ecco la mia idea. Essendo in pensione da fame, inoccupato, disoccupato, licenziato, escluso, denunciato senza casa grazie al sindaco del mio paese a cui avevo chiesto una più piccola magione e lui appena si è presentata l’occasione ha preso la sua testa o meglio la palla al balzo e me l’ha tolta del tutto,in previsione di peggioramenti che sicuramente verranno perché la vita è vero che è una ruota che gira ma quando anche lei s’invecchia ed è sempre più stanca, gira sempre dalla stessa parte che poi è quella contraria alla direzione desiderata. Per farla breve, mi presterei del tutto gratuitamente a controllare, verificare, valutare ( nel senso ci siano degli spostamenti da fare per dar loro, magari, una luce migliore e a non far perdere il contatto con le dette opere a quei visitatori che da tutte le parti del mondo ( Usa e Giappone in prima linea perché ancora non sono ben illuminati sul nostro rinascimento artistico e andrebbero guidati nella scelta, pardon nella ricerca degli scorci migliori). A questo punto, sicuri che le opere non possano trovarsi in mani migliori darei il mio numero privato per organizzare visite guidate anche se solo mirate, magari ad un certo periodo od ad un artista particolare. Naturalmente garantisco l’anonimato nel caso venisse richiesto o inviterei sempre a richiesta, fotografi per immortalare speciali visite da parte di critici, direttori museali, insegnanti, capi di stato, capi clan, insomma tutto il mondo che gira attorno al sapere e ripeto con maggior riguardo ad ospiti dagli Stati Uniti e Giapponesi cosi ricchi anzi ricchissimi di voglia di conoscenza. Nessuna opera soffrirà più né per il freddo né per il buio e non si sentiranno più sole attorniate da tanto amore e voluttà.
Va data nuova linfa a quel misterioso rapporto, così peculiare, tra atmosfera umana ed opere: basta professori in cattedra, e braccia maceratesi restituite alla contadinità feconda di solidi valori esistenziali. Ne scaturirebbero nuovi capolavori dell’arte, cosicché si rimedierebbe in breve anche alla più completa spoliazione anconacentrica di capolavori del passato.