Un 5 in un compito in classe?
Guai! Denuncia ai carabinieri!

Il rischio di un clima “esasperato” fra famiglie e scuola che non favorisce la maturazione dei nostri ragazzi in vista del loro futuro
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di Giancarlo Liuti

Sembra un cartone animato con Speedy Gonzales contro Gatto Silvestro e invece è una storia vera che Chiara Gabrielli ha seguito sulle pagine locali del Carlino. Giorni fa un ragazzo che frequenta un istituto superiore di Macerata (il nome suo e quello dell’istituto sono coperti dal segreto) ha preso 5 in un compito in classe e, tornato a casa, ha detto di essere stato disturbato dal frastuono dei lavori in corso sull’esterno dell’edificio, dopodiché i genitori si sono rivolti ai carabinieri denunciando il “reato” di quel 5 proditoriamente affibbiato al loro figliolo. La preside – nome segreto – ha detto che i lavori (scavi per un ascensore) sono stati effettuati nel pomeriggio e non durante le ore di lezione in un’aula che oltretutto ha finestre con doppi vetri. Mia considerazione ragionevole: ammettiamo pure che i rumori ci siano stati e siano stati forti, ma perché mai hanno “deconcentrato” solo quel ragazzo e non altri suoi compagni? Seconda considerazione ragionevole: il voto 5 è a un passo dalla sufficienza del 6 e pur non essendo motivo di gioia non è esagerato che abbia dato luogo a una reazione così furibonda da trovar sostegno persino nel codice penale? In questa vicenda, però, l’esercizio della ragione non conta nulla, anche perché di ragionevolezza, oggigiorno, ce n’è pochissima da ogni punto di vista, negli individui, nelle famiglie, nella società civile, nella politica.
Andiamo avanti. Il giorno dopo sono fioccati ironici commenti su Facebook, uno dei quali è di un ragazzo – nome segreto – di quella stessa classe: “Non siamo stati infastiditi da nessun rumore e se il nostro amico ha preso 5 significa che il compito l’ha fatto male. Se io prendo un brutto voto i miei genitori non vanno dai carabinieri ma mi corrono dietro col mattarello”. Un altro: “Se io avessi provato a trovare una scusa del genere per un’insufficienza, a casa mi sarei preso uno schiaffo”. Del medesimo tenore i pareri dei presidi – stavolta non segreti – di altri istituti maceratesi come il liceo scientifico “Galilei”, il liceo classico “Leopardi” e lo scientifico “Matteo Ricci”. Un coro unanime, insomma, contro l’assurdità di quanto capitato e col timore che fra famiglie e scuola si vada creando un “clima esasperato”. Ma la denuncia rimane e i carabinieri hanno svolto ulteriori accertamenti per poi, immagino, passarli in procura. E siccome nella denuncia si afferma che quel ragazzo era stato trattato male anche in passato, i militi dell’Arma hanno requisito tutti i suoi compiti in classe dal primo al terzo anno per sottoporli al giudizio di esperti su come sono stati fatti e sui voti che hanno ricevuto. Per ora la storia si ferma qui, ma prima o poi ricomincerà a camminare. E forse ne vedremo delle belle.
Ma non è questo che deve preoccuparci di più circa i rapporti fra le famiglie e la scuola, quanto invece il diffondersi nei genitori la convinzione che la scuola sia una loro “controparte” nei confronti della quale si possano nutrire sospetti d’imbrogli, raggiri, malversazioni. Un atteggiamento, questo, oltremodo “diseducativo” in quanto frutto di un’idea della scuola come semplice servizio pubblico a disposizione degli utenti (nettezza urbana, potabilità dell’acqua?), un’idea sbagliata e totalmente opposta alla ragion d’essere dell’insegnamento scolastico il cui scopo – meglio se in collaborazione con le famiglie – sta nell’educare i ragazzi a maturarsi intellettualmente per predisporli ad affrontare il futuro.
La scuola, insomma, non è un treno sul quale, pagato il biglietto, si sale e ci si siede col precostituito diritto di raggiungere la stazione prescelta, nel nostro caso un diploma o magari una laurea. No! Chi sale su questo treno deve ascoltare ciò che gli dicono il macchinista e il controllore, seguirne gli insegnamenti, capirli e farli crescere dentro di sé. Altrimenti, per lui, il treno non si muove o deraglia. La scuola, insomma, non è “controparte” delle famiglie, ma è, assieme alle famiglie, la “parte” non secondaria della crescita etica e intellettuale dei ragazzi fin da bambini. Si dirà che la scuola non è un modello di perfezione. E sia. Ma la perfezione, soprattutto oggi, esiste solo nell’alto dei cieli. E sono forse perfette le famiglie nell’attuale egoistico, individualistico e consumistico stile di vita?
Attenzione. Se il caso di cui s’è parlato fin qui può esser considerato una stravagante eccezione (carabinieri in cattedra, pensate!) esiste un fenomeno che più o meno è della stessa natura e purtroppo non è affatto eccezionale. Mi riferisco a come reagiscono alcune famiglie quando un loro ragazzo viene bocciato. Già, come reagiscono? Non si rivolgono ai carabinieri, stavolta, ma al Tribunale Amministrativo Regionale (il Tar) che prende atto delle loro rimostranze sostenute da provetti avvocati, impone una revisione dell’intero anno scolastico e non di rado sentenzia l’annullamento della bocciatura. Ed è questa, forse, la ragione per cui oggigiorno le bocciature sono mosche bianche: gli insegnanti e i presidi, prendendo atto dell’aria che tira, portano a 6 ogni voto e tutto s’aggiusta. Ma davvero si crede che ciò significhi “educare” le nuove generazioni?



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