Pasquale, il pastore di Ussita,
vittima del giornalismo televisivo

Ogni persona, dagli allevatori di pecore ai politici, ha il diritto di rifiutare di essere intervistata. Parrà strano, coi tempi che corrono, ma è una regola del vivere civile
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

“E’ la solita storia del pastore, il povero ragazzo voleva raccontarla e s’addormì …”, canta il tenore in una celebre romanza dell’opera “L’Arlesiana” di Francesco Cilea. E, come tutte le storie, anche quella del pastore si ripete. Stavolta, però, con alcune precisazioni e alcune varianti. Il  pastore, infatti, si chiama Pasquale e alleva duecento pecore vigilate da quaranta cani in quel di Casali di Ussita. Il ragazzo si chiama Edoardo, un giornalista al servizio del programma semisatirico “Striscia la notizia” su Canale 5 che voleva raccontarla, la solita storia del pastore Pasquale, cercando di porre in evidenza, fin dentro la stalla e con insistite riprese televisive, la fondatezza delle accuse di maltrattamento di pecore e cani che le associazioni animaliste rivolgono da tempo a Pasquale. Un “povero ragazzo”, quest’Edoardo? Beh, ha rischiato di diventarlo, perché il pastore, imbestialito dal tono polemico di quell’intervista, gli si è scagliato contro con urla, minacce, pietre e bastoni inseguendolo per ben mezzo chilometro, ponendo a rischio la sua incolumità e costringendolo a mollare la presa (o meglio: la ripresa). Una ulteriore variante rispetto al testo dell’opera di Cilea sta infine nella circostanza che il “ragazzo” non s’è per niente “addormito”, né lui né la sua troupe. E, tornato in redazione, ha documentato l’intera scena con dovizia di immagini e uno squillante sonoro, dopodiché “Striscia la notizia” non s’è lasciata scappare l’occasione di farne una delle sue indignate denunce con uno stile che in omaggio alla natura del programma stanno a mezza strada fra lo scandalistico e il sarcastico (gli attuali conduttori, del resto, sono Ficarra e Picone, due comici).

Pasquale e

Pasquale, il pastore di Ussita, nel servizio di Striscia la Notizia

Ora io non so se le associazioni animaliste marchigiane hanno ragione nell’indicare in Pasquale un seviziatore di pecore e soprattutto di cani, che lui terrebbe legati a cortissime catene metalliche. Quaranta cani, per la verità, sembrano troppi. Se la loro funzione consiste nel guidare le pecore al pascolo in quei prati di montagna, un cane ogni cinque pecore non è un’esagerazione?  E  per quale ragione una buona parte di essi – diciamo la metà – resta inutilizzata, cioè incatenata? Nella gestione del gregge di Pasquale vigono forse i turni, secondo gli orari, le festività e le ferie? Ripeto: non lo so. Vero è che fino a dieci anni fa le cose, a Casali di Ussita, non erano proprio perfette, tanto che l’Asur e il Corpo Forestale ritennero necessario effettuare periodici controlli, che però – e questa è una carta a favore di Pasquale – non hanno rilevato nulla di irregolare. Ora sembra che i carabinieri, intervenuti  in quest’ultima e clamorosissima lite pare su richiesta – toh!  – proprio di Pasquale, l’abbiano poi denunciato per  violenze nei confronti di Edoardo. Come finirà questa “solita storia del pastore”? Formerà oggetto di una nuova opera lirica composta da un redivivo Cilea o approderà nelle meno canore aule dei tribunali? Beh, staremo a vedere.  Non vanno sottovalutati, comunque, i numerosi commenti dei lettori agli articoli di Cm, quasi  tutti a sostegno di Pasquale, che la gente di Ussita considera un brav’uomo e non apprezza l’estremismo ideologico delle associazioni animaliste.

C’è una cosa, però, che in questa vicenda m’interessa di più. Ed è l’intervista televisiva – improvvisa, non concordata, con un piglio pregiudizialmente accusatorio – che il giornalista Edoardo ha fatto a Pasquale,  il tutto finalizzato proprio a far uscire Pasquale dai gangheri e a realizzare uno spettacolo in grado di suscitare sensazione – audience? – fra gli spettatori. Non ce l’ho, intendiamoci, con Edoardo. Questo, infatti, è un malvezzo che sta dilagando nel giornalismo televisivo di oggi, il cui scopo non è – come dovrebbe essere – la ricerca della verità o di un’altra versione della verità, ma lo “sputtanamento” dell’intervistato. In che modo? La “vittima”, ignara,  la si aspetta davanti al portone di casa o la si affronta mentre cammina per strada, sempre inquadrandola con la telecamera. E se essa rifiuta l’intervista dicendo di non aver tempo perché ha altri impegni, la s’incalza con domande tendenziose, al limite del provocatorio. Domande non interrogative ma assertive, perentorie, che contengono già la risposta. Domande insistite, tendenti a far sì che la “vittima” s’infastidisca, s’innervosisca e finisca per mandare a quel paese il giornalista e il cameraman.

Striscia Ussita 9

A questo punto l’intervista finisce, senza esser nemmeno cominciata. Ma lo scopo – ripeto: lo “sputtanamento” – è stato raggiunto, perché il tutto viene poi trasmesso in tv  e l’intervistando ci fa la pessima figura di uno che ha la coda di paglia, di uno che tace perché non sa cosa dire, di uno, insomma, che è colpevole dei misfatti attribuitigli in quelle domande. Scene simili le vediamo in ogni  “talk show”,  soprattutto quando ci sono di mezzo esponenti politici. Giornalisti li inseguono per decine, centinaia di metri, gridando “lei è indagato per truffa!”, “lei ha ricevuto un avviso di garanzia per peculato!”, “lei  è stato fotografato a cena con un malfattore ora in carcere!” e via urlando, senza preoccuparsi che l’intervistando, ormai lontano, le senta, queste “domande”, ma soltanto che poi, in trasmissione, le sentano – e le “vedano” – gli spettatori. Tutto questo, intendiamoci,  dipende anche dalla profonda disistima di cui godono, oggi, i politici e lungi da me affermare che essi , in generale, non se la meritino. Però è scorretto.

Ogni persona – e non v’è dubbio che perfino un politico lo sia – ha il sacrosanto diritto di declinare una proposta d’intervista e soprattutto di ribellarsi se poi il suo legittimo rifiuto diventa, in tv, occasione di pubblico discredito. E’ una regola, a me pare, del vivere civile. Qualcosa del genere, allora, ha l’aria di essersi  verificata anche per il pastore Pasquale, tenendo presente che, a differenza dei politici, i pastori non sono antipatici alla cosiddetta gente comune. In questa “solita storia del pastore”, insomma, Pasquale si sarà pur fatto prendere smodatamente dalla collera e può darsi che ne dovrà pagare il prezzo . Ma via, qualche ragione faccio fatica a non dargliela.



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