Grazie al “Casale delle Noci”
il dialetto entra nelle scuole
Il rilancio dell’artigianato, il ruolo culturale della “Poltrona Frau”, la riedizione dei versi di Giordano De Angelis
di Giancarlo Liuti
La manualità dell’artigiano s’impreziosisce di un continuo rapporto fra le certezze dell’esperienza e le fantasie dell’innovazione, la qual cosa è un’ottima carta che l’Italia può giocare sul tavolo non solo nazionale dello sviluppo. Tutto questo può certo servire al pur faticoso superamento della crisi economica ma più vastamente rientra in un processo storico che superando in parte il massificante concetto di produzione seriale – l’anonimità della catena di montaggio, per intenderci – tende a valorizzare la capacità del singolo operatore, da solo o insieme con altri dotati della medesima abilità. Si riaffacciano dunque gli antichi “mestieri”?
Aggiornati, ovviamente, e in sintonia col vastissimo campo della tecnologia informatica, ma in qualche modo possiamo dire che la filosofia dei “mestieri” di una volta non è affatto morta e, anzi, torna a far udire la sua voce.
Fra le varie eccellenze di questo tipo, il nostro territorio vede spiccare a livello internazionale la “Poltrona Frau” di Tolentino, che di recente, sotto la presidenza di Franco Moschini, è entrata a far parte della statunitense “Haworth”, leader mondiale dell’arredamento pubblico e privato, mantenendo tuttavia la propria soggettività, la propria localizzazione e le proprie maestranze. Un autentico primato, il suo, nella lavorazione del cuoio, nella progettazione, nel design. E accade d’imbattersi, all’estero, in teatri la cui platea allinea file di poltrone fatte a Tolentino. Nella “Frau” persiste quindi l’anima degli antichi “mestieri”, quasi in una grande “bottega” che ha in sé lo spirito delle “botteghe d’arte” della Firenze del Trecento e del Quattrocento, dove lavorarono, individualmente o in collaborazione tra loro, alcuni dei massimi esponenti della pittura, della scultura e dell’architettura italiana ed europea. Il che attribuisce alla “Poltrona Frau” pure un valore specificamente “culturale”. Non è dunque per caso che lo stesso Moschini presiede anche l’associazione “Casale delle Noci”, il cui scopo consiste nel “valorizzare, salvaguardare e promuovere l’artigianato d’eccellenza e orientare i giovani alla cultura del saper fare”.
E qui, tornando agli “antiichi mestieri” e alle “antiche botteghe”, vorrei porre in evidenza che quel nostro piccolo mondo aveva un suo linguaggio, il dialetto maceratese, radicato e diffuso, con variazioni, nelle città, nei paesi, nelle frazioni, nei rioni. Ecco allora che alle iniziative del “Casale delle Noci” se ne affianca ora una originalissima, cioè la riedizione della raccolta di poesie vernacolari di Giordano De Angelis che anni orsono fu pubblicata col titolo “Arti e mestieri” (quattordici “mestieri” e quattordici “botteghe”, da “Lu fodografu” a “Lu varbiere”, a “Lu sartore” a “Lu carzolà” a “Lu callarà” eccetera eccetera). Tanta nostalgia, nei versi di Giordano. Ma con un approccio ironico, senza un pregiudiziale e acrimonioso rifiuto della modernità: “Però, che témbi adèra quilli lì! / Non se parlava, angóra, de progressu. / C’era lu tornitore … lu stagnì … / Lu vagnu, allora, se chiamava cessu”.
Di questo libro ci occupammo in passato, quando vide la luce. Ma adesso, grazie al “Casale delle Noci”, esso ritorna con una nuova veste e per rendere ancor più attuali le poesie di De Angelis unisce, accanto ad esse, una puntuale “traduzione” in lingua italiana ad opera di Eleonora Luzi, perché, come gli antichi mestieri, anche il dialetto deve in qualche modo ammodernarsi e lo fa confrontandosi alla pari con l’italiano, e questo accade pure per la nostra lingua madre, costretta al confronto con l’inglese, che sta diventando la lingua del mondo (non si creda, comunque, che i dialetti siano dei figliastri dell’italiano: essi ne sono, invece, gli autentici padri, ma mi rendo conto che qui sarebbe un discorso troppo lungo). E ci sono altre cose, in questa riedizione curata dal noto esperto in comunicazione Luigi Ricci : la presentazione di Moschini, l’introduzione di Goffredo Giachini, anch’egli autore dialettale, un saggio letterario di Leonardo Mancino e l’intero curriculum poetico di Giordano con gli innumerevoli premi da lui ricevuti anche al di là dei confini regionali.
Ma l’aspetto che maggiormente qualifica l’iniziativa del “Casale delle Noci” sta nell’intenzione di diffondere gratuitamente questo libro nelle scuole primarie e secondarie dell’area maceratese. Ecco allora che, seguendo il buon destino – direi il buon futuro – della riscoperta manualità artigiana, pure la parola dialettale compie un salto di qualità ed entra nella scuola divenendo materia se non di studio ma certamente di conoscenza e di riflessione nelle aule frequentate dai giovanissimi. Perché il dialetto esprime l’anima profonda di una comunità e salvarlo dall’oblìo è un’impresa che parte da ieri ma si proietta nel domani.
Lasciatemi ora citare qualche verso. Per “lu sartore”: “Se vó’ un vistitu fattu a ‘quillu ddio’ / non pó’ sbajà. Lu póstu è quillu justu. / Se lu vistitu l’agghio fattu io / anghe unu racchiu, pare, a tutti, un fustu”. Per “lu falegname”: “Li credenzù dev’èsse fatti funni. / Comme perché? Se, mitti, ciài l’amande, / dimmelo mbó, che fai? Nò’ lu nascùnni?”. Per “lu meccanicu” delle auto: “Se véni a protestà che non camina / (facènnolo co’ modu, senza offesa) / che vó’ che te risponno? Lèa la prima. Mittila a folle e vacce jó in discesa”. Per “lù gummista”, con un sarcasmo ai limiti dell’osé: “La gomma è bassa? Non ce penzà più. / La rgonvio e non adè più difettosa. / Se ‘checcosaddro non tè va più su, / llì non pòzzo fa gnende. Pròbbio cósa”.





Complimenti a Giordano De Angelis, persona retta e poeta finissimo.
Er Coco
Voi, fijjo caro, ne sapete poco.
Che mme parlate de lingua latina,
Mattamatica, Lègge, Mediscina!…
sò ttutte ssciaparie: studi pe ggioco.
Cqui è ddove l’omo se conossce: ar foco.
Cqui ar fornello un talento se scutrina.
La prima scòla in terra è la cuscina
er piú stimato perzonaggio è er coco.
E cquanno un coco soffre un torto, spesso
er Monno (e sso bbe’ io quer che mme dico)
lo viè a cconziderà ffatto a sse stesso.
Bbasti a ssapé cch’er mi’ padrone antico
tanto bbenvisto, appena ebbe dismesso
er coco, a vvoi!, nun je restò un amico.