Corruzione sempre più “hi-tech”
Per Paolo Gubinelli, sostituto procuratore della Repubblica, “il fenomeno un po’ naif degli anni ’90 è ormai solo un ricordo”. Il magistrato è intervenuto all’Università di Macerata al seminario promosso dalla cattedra di Diritto commerciale su “Impresa e criminalità economica”
di Alessandro Feliziani
L’episodio che nell’ormai lontano 1992 diede inizio al cosiddetto filone di “mani pulite” fu come un coperchio tolto da una pentola in piena ebollizione. Da allora nessuno è riuscito a spegnere il fuoco e l’acqua della corruzione continua a bollire in pentoloni sempre più grandi e sofisticati, chiusi con coperchi sempre più difficili da sollevare.
La metafora della pentola, utilizzata anni fa per descrivere l’azione intrapresa dai magistrati del pool milanese contro “Tangentopoli”, trova ancora oggi la sua efficacia comunicativa, poiché il fenomeno della corruzione, anziché arrestarsi, si è diffuso e soprattutto si è “geneticamente” trasformato. Ha cambiato molti dei suoi connotati, sia per sfuggire alle indagini della Magistratura, sia per adeguarsi anche a nuove finalità.
Per dirla con le parole di Paolo Gubinelli, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Ancona, intervenuto all’Università di Macerata ad un seminario organizzato dalla cattedra di Diritto commerciale del Dipartimento di giurisprudenza sul tema “Impresa e criminalità economica”, nell’ultimo ventennio “si è passati da una corruzione un po’ naif ad una corruzione 2.0”.
L’incontro, ospitato al polo didattico Diomede Pantaleoni, ha assunto un valore di particolare attualità, poiché si è casualmente svolto proprio all’indomani della faticosa approvazione in Senato (ora c’è da attendere l’esame della Camera dei Deputati) del disegno di legge contro la corruzione, il voto di scambio, il falso in bilancio e riciclaggio.
Nel portare anche testimonianza della propria esperienza investigativa, il magistrato ha parlato della trasformazione del fenomeno corruttivo, della sua “sofisticazione” e delle maggiori difficoltà che la polizia giudiziaria e l’autorità giudiziaria incontrano nel portare alla luce i diversi episodi, oltre che nel perseguirli.
All’inizio – ha ricordato Gubinelli – trovare la chiave di un fenomeno corruttivo era abbastanza facile. Essa era quasi sempre nascosta in una falsa contabilità, nelle pieghe di un bilancio falsificato, dietro ad un’evasione fiscale e cose di questo genere. Il mezzo era un flusso di denaro che seguiva un percorso lineare, dall’impresa ad un partito politico che, attraverso una figura spesso carismatica, era finanziato.
Tutta questa “linearità” è praticamente scomparsa con la frantumazione dei partiti. Così la corruzione di pubblici amministratori e funzionari ha assunto le forme più disparate. Il fenomeno si è allargato, abbracciando tutte le varie forme di corruzione disciplinate dal codice penale e si è ampliata la platea delle persone coinvolte.
Oltre a mancare oggi figure di riferimento tipiche, l’utilità che un tempo era rappresentata esclusivamente da somme di denaro, si è tramutata in viaggi, messa a disposizione di mezzi di trasporto, false consulenze, acquisti di immobili a prezzi di favore, lavori di ristrutturazione di case, fondi di denaro in paesi off-shore.
Anche i mezzi di contatto tra corrotti e corruttori sono diventati più sofisticati; il telefono è stato sostituito dai social network e in particolare da sistemi oggi molto diffusi e di difficile intercettazione, come WhatsApp. Tutto questo ha comportato un adattamento dei mezzi investigativi e l’aggiornamento professionale della polizia giudiziaria che si è dovuta adeguare ai nuovi metodi d’indagine per contrastare l’accresciuto campo dei reati economici e contro la pubblica amministrazione.
La lotta alla corruzione, insomma, è un’opera in continuo sviluppo, destinata a cambiare nelle sue forme, ma non nel suo obiettivo.
A non cambiare è il “fuoco” che alimenta il fenomeno. Un grande “rogo” le cui fiamme appaiono sempre più vigorose e per questo ancora più difficili da domare. Ci troviamo, insomma, di fronte ad un’evoluzione dei fenomeni corruttivi frutto in parte di un’atavica “cultura” al compromesso disonesto, ma anche di una nuova inaudita sfrontatezza nell’attuare comportamenti illeciti.

