Accampati al freddo in piazza Libertà
L’odissea di 7 afghani senza cibo e tetto

MACERATA - Sono rifugiati politici e non hanno niente, hanno fatto un viaggio durato molti mesi e da ieri sono in città. Dormono sulle panchine, attendono che una associazione umanitaria li accolga
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Alcuni degli afghani arrivati ieri a Macerata

Alcuni degli afghani arrivati ieri a Macerata

di Gianluca Ginella

(Foto di Guido Picchio)

Sahil ha 23 anni, è partito dall’Afghanistan un anno fa e a piedi ha attraversato diversi Paesi: Iran, Turchia, Bulgaria, fino a raggiungere l’Italia cinque giorni fa e Macerata, ieri pomeriggio. Lui è uno dei sette afghani richiedenti asilo che dalle 16 di ieri si sono accampati in piazza della Libertà, di fianco alla prefettura, seduti a terra, stretti nei giacconi o con il cappuccio della felpa abbassato sulla testa per proteggersi dal freddo, e che stanno lì in attesa che qualche associazione umanitaria si prenda cura di loro. Intanto però la scorsa notte l’hanno passata a dormire sulle panchine di piazza della Libertà. Proteggendosi dal freddo come possono, perché con loro i sette richiedenti asilo non hanno quasi nulla: i vestiti che indossano e piccoli zaini con effetti personali. E niente soldi né nulla da mangiare. E ieri sono stati aiutati da un agente della polizia che ha offerto loro la cena e da bere, nella porchetteria che si trova a due passi dalla prefettura. Cena a base di pollo, perché sono mussulmani. La notte però l’hanno passata al freddo “dormiamo qui, sulla piazza, anche stanotte. Non abbiamo un posto dove andare, non abbiamo niente” dice Sahil. Che spiega che arrivati a Macerata hanno parlato con la polizia e hanno saputo che per essere aiutati da una associazione umanitaria serve un foglio della prefettura, che manca per un intoppo burocratico.

clandestini afgani (2)Un foglio che garantisce all’associazione che li prende in affido 40 euro giornalieri per ogni rifugiato. Questo il prezzo dell’umanità: sennò si dorme al freddo e si mangia, se va bene. Oggi i 7 afghani sono riusciti ad avere un pasto alla Caritas. Il resto della giornata l’hanno trascorso di fianco all’ingresso della prefettura, stretti sui gradini di quella che anni fa era l’entrata di una agenzia di viaggi. Un angolo di mondo, il loro, che parla una lingua che viene da lontano, che parla di un viaggio della speranza, a piedi e con passaggi in auto, durato mesi, un anno per Sahil, per altri 4 o sei mesi. Sono studenti o lavoratori. Che hanno lasciato il loro Paese. Dove la situazione è “so bad” dice Sahil, tradotto: molto brutta. E parla di cecchini talebani, di bombe. Un mondo intero che, i sette ragazzi, tutti sui vent’anni, si sono lasciati alle spalle con un viaggio che nasce dalla volontà di trovare “a good future”, un futuro migliore. Un futuro che per ora passa da quel gradino, dove stanno seduti da ieri, nel mezzo di una piazza che è come fosse una casa, e dove dormono, sperano, attendono. Attendono domani, quando dovranno presentarsi all’ufficio immigrazione, con la speranza che finalmente la loro situazione si risolva e di poter lasciare quel gradino, dove da oltre 24 ore sono accampati, per iniziare il loro futuro.

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