Da Aristide Merloni alla Whirlpool
Storia di un impresa
fondata sul metal-mezzadro

Il rapporto della famiglia Merloni con gli operai in un introvabile libretto di memorie familiari "Per non dimenticare"
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Nella foto di Genesio Medori: Francesco Merloni e Maurizio Verdenelli (dal libro "La leggenda del Santo Petroliere", Ilari editore)

Nella foto di Genesio Medori: Francesco Merloni e Maurizio Verdenelli (dal libro “La leggenda del Santo Petroliere”, Ilari editore)

di Maurizio Verdenelli

Aristide, il capostipite, era stato chiaro su una ‘cosa’ fondamentale con i figli maschi Francesco, Antonio e Vittorio. Si raccomandava il senatore Merloni che “nel caso noi volessimo aprire una fabbrica, dovevamo accertarsi subito se potevamo garantire il salario, in modo stabile, agli operai” ricorda Francesco, in un introvabile libretto di memorie familiari “Per non dimenticare”. Gli operai venivano per primi, sempre. “Dovevamo pensare alla loro vita”. Dell’esistenza che storicamente venne definita del ‘metal-mezzadro’: legato alla fabbrica, ma pure alla vigna, quella del verdicchio. Perchè per Aristide Merloni il lavoro doveva andare dal lavoratore che non doveva essere sradicato dalla p,ropria terra, anche se era tradizionalmente (per la Svizzera e in Germania) come quella dell’area fabrianese-matelicese prima del ‘miracolo industriale marchigiano’.

“Ariston -ricorda ancora l’ing. Francesco- fu costituita nel 1960 ed il nome lo si deve ad un’amica di famiglia, grecista che coniugò il termine ‘migliore’ con la radice del nome di nostro padre: Ariston, appunto”.

Dopo due generazioni soltanto, con la crisi di ‘Ardo’ da parte di Antonio e la vendita dell’ammiraglia ‘Indesit’ messa in mare da Vittorio (il più piccolo dei fratelli, tre maschi ed una sorella, Ester) il sole non splende più sull’impero fondato dal ‘Migliore’, da quella capanna che costruiva bilance con quattro operai/contadini che ‘in fabbrica’ portavano gli zoccoli che poi senza soluzione di continuità dovevano servir loro per andare nei campi a potare e vendemmiare. “Dietro al grande cambiamento industriale c’è la terra…” mi raccontò, riferendosi al sen. Merloni, il compianto Arnaldo Giuliani, grande giornalista civitanovese (capocronista al ‘Corriere della Sera’ ed infine direttore del ‘Corriere Adriatico’), “Merloni mi fece vedere, durante l’intervista, i suoi sette stabilimenti. Li visitammo quasi tutti. Mi disse una cosa bellissima: ‘ Io devo organizzare i miei rapporti con l’estero, pianificando la produzione tenendo presente che durante la vendemmia e la trebbiatura ho la più alta percentuale di assenteismo’. I dipendenti erano sì andati in fabbrica, ma lo stesso datore di lavoro sapeva che non si staccavano dalla terra. E lo dava per scontato! Era il periodo in cui si diceva per l’industria ‘piccolo è bello’. Era stata una grande intuizione, la controtendenza al gigantismo, alla massificazione della produzione che era rappresentata dalla Fiat. Non lo si poteva fare a Torino, ma nelle Marche sì perchè alle spalle c’erano ancora la vendemmia, la trebbiatura, l’orto e la terra… non a caso nel dialetto regionale non esiste il verbo lavorare, ma faticare con una profonda, chiarissima significazione”. E ‘faticare’ contiene in sè i valori della solidarietà e dell’amicizia. Il ‘sogno’ realizzato di Aristide infatti ebbe due fortissime fondamenta. L’amicizia con il signor Guidi di Pergola e con l’ing. Mattei di Matelica, presidente dell’Eni, ‘l’uomo dall’imprenditorialità assoluta’ secondo un’illuminante definizione di Francesco Merloni.

Aristide Merloni era amico di Vincenzo Guidi di Pergola ed erano amiche anche le loro famiglie tanto che trascorrevano assieme le feste di Natale, Pasqua, Ferragosto e via elencando. Quindi un’amicizia stretta!  Quando Merloni decise di mettersi  a costruire ‘bascule’ nella ‘capanna’ di Albacina si avvalse della consulenza tecnica di Vincenzo Guidi, noto armaiolo, bilanciaio e fabbro, con laboratorio nel centro di Pergola, via Silvio Pellico  e con negozio di armi, bilance ed oggetti di precisione nel palazzo  di fronte, angolo di via San Marco, dove aveva l’abitazione. Nel suo negozio  mensilmente faceva inoltre servizio l’ufficiale provinciale del servizio pesi e misure per le certificazioni e le verifiche. Dice Ritaldo Abbondanzieri, presidente dell’associazione che valorizza tradizioni e conoscenza di ‘Pergola: “Tutto ciò emerge dai ricordi della figlia di Vincenzo, la dottoressa Valentina, già dipendente del ministero dei Beni Culturali, oggi purtroppo deceduta. Notizie peraltro confermatemi anche dal farmacista di Pergola, dottor Giuseppe Caverni”.

L’amicizia con Mattei (“era spesso a casa nostra e a noi giovani Merloni incuteva un forte senso reverenziale anche se lui non faceva lui per contribuirvi…” ricorda Francesco) portò nel ’54 alla costituzione della fabbrica delle bombole di gas a Matelica ed anche se poi la collaborazione s’interruppe, la via era stata lanciata. Aristide non avrebbe più costruito bilance, ma sarebbe stato l’uomo degli elettrodomestici ed in generale dell’energia per un Paese in forte sviluppo. Successivamente fu la volta dei fornelli da gas, poi di Ariston. Quando fu travolto da un’auto davanti ad uno dei suoi stabilimenti, disse a Francesco: “Questa volta non ce la faccio”. Così fu.

Cosa avrebbe detto davanti alla vendita del ‘gioiello’ Indesit, il capostipite? Su una cosa siamo piuttosto certi: la vendita al colosso Usa  Whirlpool tenuto’sotto silenzio’ fino all’ultimo (tanto da sorprendere perfino il Governatore Spacca!) avrebbe soddisfatto la sua regola prima. Prima di tutto salvaguardare gli operai. Non l’avrebbe mai dimenticata neppure l’altro figlio Antonio, quando diede disposizione al capo del personale, l’attuale assessore regionale Gigi Viventi, di trasferire gli operai dallo stabilimento di Fabriano a quello di Gaifana, dove si producevano allora i frigoriferi (che tiravano allora più delle cucine, sul mercato): “Hai pensato ad istituire apposite corse di pullman per i nostri ragazzi?”. “Che grand’uomo il signor Merloni, lavorava a Gaifana. Ci riempiva di regali” mi ha detto qualche giorno ad Assisi, dove ora vive con la famiglia, un ex operaio di colore, mostrandomi una cinta, dono di Antonio. “Chissà se si potrà tornare a lavorare per lui?”. No, non sarà più possibile.

Oltre 60 anni fa, Aristide si presentò al mondo alla maniera di Honorè de Balzac (“Se vuoi rivolgerti al mondo, racconta del tuo paese”) parlando marchigiano, una lingua che era stata fino allora d’emigranti facendo di un fazzoletto di terra tra le montagne una terra di industrie e di ricchezze. Con Indesit -ma resta ancora alta la bandiera di Ariston- il sogno muore all’alba della mondializzazione dell’economia e della crisi del capitalismo. Tuttavia l’uomo sopravvive a quel sogno che voleva per prima cosa salvaguardarlo e proteggerlo, al di là della catena di montaggio. Resta un patrimonio d’idee, così come aveva voluto Mattei sempre ‘sospettoso’ del capitale privato, sul quale è possibile ricostruire così come chiedono in questi  parlamentari marchigiani: “L’Indesit è troppo importante perché i suoi destini siano fissati esclusivamente da trattative private, coinvolgendo una terra ed un popolo”.



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