La poesia di Giorgio Giannaccini incontra quella di Tommaso Di Dio

A cura di Gianluca D'Andrea e della redazione di Quid Culturae
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shape-collage-alrbi6a01-445x450Giorgio Giannaccini, di Porto Recanati, è il lettore di cui abbiamo scelto l’inedito che segue per questa nostra rubrica settimanale. Giorgio, che è studente universitario ed ha poco più di vent’anni, tesse qui una poesia che ricorda da vicino la “prosa d’arte” di cardarelliana memoria: scarne concessioni al lirismo, verso asciutto e discorsivo, sermo humilis ma controllato e rigoroso. Poesia “fatta per parlare”, prima ancora che per evocare. Dialogica – sebbene il “tu” sia un espediente del ricordo -, sembra snodarsi mentre invece si riannoda su sé stessa, fino alla clausola, solo formalmente interrogativa:


G. Giannaccini, Londra

Ci guardavamo intensamente,
io e te, come sconosciuti.

Era difficile dover passare
dallo scriverci al parlare,
dopo più di un anno
che i nostri sguardi
non si incrociavano.

Stavamo in quel pub di Londra,
e i nostri interrogativi erano molteplici,
molteplici le nostre perplessità sull’altro.

Fu strano, le nostre parole erano come vuote:
sebbene fossero dette, regolarmente, dopo sorsi
di buona birra scura, e sebbene ci tenemmo,
per molto tempo, compagnia; in quei tre giorni,
non ci rimaneva quasi nulla l’uno dell’altro.

Passarono quei tre giorni, fra le lacrime,
che ti nascosi, più o meno abilmente,
e i tuoi modi pregni di affetto e asprezza.

Partì finalmente quel giorno:
chissà se il candore
di quell’ultimo abbraccio
fu reale.

Chissà se non fu solo
il tepore e il sonno
di quella mattina
a renderci
– per la prima volta –
complici.

 

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Vittorio Matteo Corcos, “Pomeriggio in terrazza”

 

Tommaso Di Dio

Sotto il desertoSterile nel tempo,Procede fresco e lentoUn fiume immenso.

 

C. Rebora

 

Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente
l’erba, ogni singolo
mattone che all’alba prende
luce e presenza. Poi
la salita lungo i boschi, la spianata
la casa bassa e le poche finestre
i vetri e l’opaco, la porta che si apre e sei
cielo di sguardi dentro tutto questo
sogno innocente. Ma dopo la notte c’è
l’aria fredda e la scura
discesa nella metropolitana; dopo arriva
la catena regale degli abbracci
degli sputi della cenere da scacciare
a viva forza. E lei è lì; prega
storta e disancorata. Sempre lei
balla cade offende, fa di tutto perché mai tu
l’ameresti così come ora l’ami
tua e di tutti, questa
vita reale più ricca e sgualcita
dal niente che non l’abbandona.

 

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Gianluca D’Andrea

di Gianluca D’Andrea

È un piccolo percorso di risalita, un’ascesa laica all’innocenza, la prima parte di questa composizione. I primi nove versi (dei 20 complessivi), infatti, tentano la costruzione di un quadro che si presenta come l’avveramento del sentire nella sorpresa dell’esserci: «Il giorno che s’avvera; da qualche parte nella mente/ l’erba, ogni singolo/ mattone che all’alba prende/ luce e presenza». La presenza di oggetti poco definiti, che lasciano spazio alla rivelazione di un senso che non si spinge oltre – non lo vuole – quei minimi contatti di realtà. Una realtà illuminata per un attimo (la rivelazione) che poi si appresta a ridiscendere «scura» accompagnata dall’«aria fredda […]/ nella metropolitana». Catabasi del segno che, impastandosi di vita, prova a riformulare una visione per accostamenti e aderenze nei confronti del reale, e suscita symbŏla, idee diverse dai meri dati sensibili. Non è lo slancio ma la volontà umile, bassa (ricordiamo che il poeta è lombardo), a cercare e ad aspirare all’immersione nell’esistere: «[…] E lei è lì; prega/ storta e disancorata. Sempre lei/ balla cade offende» la vita in deficit, la vita fragile da amare nonostante il male, il «niente che non l’abbandona».

L’aspetto edificante, la religiosità laica che ha una tradizione importantissima proprio in Lombardia – si guardi alle origini della nostra letteratura, a Bonvesin de la Riva per esempio – è presente in questo testo semplice, accessibile ma non per questo ingenuo. Abbiamo fatto riferimento a una costruzione per tappe: la prima, “ascensionale”, vive in un tempo di sospensione, tra il percorso concreto e l’immagine mentale della salita, fino a una fugace apertura metafisica («[…] la porta che si apre e sei/ cielo di sguardi»). L’atmosfera è tenue e non è sbilanciata neanche nella fase discendente (dal verso 10 in poi), anzi dopo una breve parentesi – le metafore “oscure” dei vv. 12 e 13, «la catena regale degli abbracci… ecc.» – torna a concretarsi nella figurazione della «vita reale», in una contrapposizione col niente dell’ultimo verso, che ristabilisce la scelta dopo l’attraversamento. Il viaggio del soggetto, che si dispone a una maggiore aderenza ai ”segnali” della vita, è, quindi, la semplice constatazione di esserne parte e di amarne la fragilità, perché è sempre incombente l’esposizione al nulla, alla fine.

 

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Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. É autore di Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Ha tradotto una silloge del poeta canadese Serge Patrice Thibodeau, apparsa nell’Almanacco dello Specchio, Mondadori, 2009. Nel 2012 una scelta di suoi testi è stata pubblicata in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Dal 2005 collabora all’ideazione e alla creazione di eventi culturali con l’associazione Esiba Arte, per la cui compagnia teatrale scrive testi. Nella sua città e in altre, partecipa agli incontri di poesia Fuochi sull’acqua.

 



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