I giochi scomparsi

Tradizione e cultura
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Il gioco della morra

 

 

di Gabor Bonifazi

L’insigne storico e paleografo Raoul Paciaroni, Genius Loci di San Severino come ebbe a definirlo Vittorio Sgarbi, è arrivato a pubblicare quasi 200 titoli (8mila pagine di testo) nonostante ancora non insegni all’Università. Qualche anno fa uscì coi tipi della tipografia Bellabarba un suo divertente libricino avente in copertina due bambini che si accapigliano, particolare tratto dalle storie di S. Giovanni dei Salimbeni, e dal titolo curioso: Il gioco delle battagliole a San Severino e in altre città della Marca. Il libricino ricco di note si legge tutto d’un fiato perché è un’originale storia di fionde, mazzafionde e frombolieri medievali. L’autore infatti narra dei giochi violenti praticati dai ragazzini medioevali, sul tipo di quelli che anche noi abbiamo praticato nel dopoguerra, riportando fra l’altro le battaglie tra i quartieri popolari di Macerata: le Casette (corso Cairoli) e le Fosse (Borgo San Giuliano). L’antichissima tradizione della battagliola evidentemente rappresentava, nel Medioevo come nel nostro dopoguerra, un modo come un altro per superare l’adolescenza dando prova di un certo coraggio. Al contrario dei “Black bloc” la guerriglia urbana del dopoguerra era in difesa del proprio quartiere e pertanto le nostre erano delle vere e proprie bande da ragazzi della via Pal, anzi da via della Pace, dove abitai dal 1952 al 1960: armati di fionde artigianali scagliavamo sassi contro il nemico. A futura memoria di quei tragici “eventi” casettari e fossari hanno sancito definitivamente la pace ponendo recentemente una lapide su un leggio sotto l’Asilo Ricci.

Treja-San-Lorenzo-Avventori-al-tavolo-dello-spaccio-di-S.-Lorenzo1-300x202In quegli anni c’erano ancora tanti contadini, sarti e barbieri. Noi ragazzi della via Pace giocavamo comunemente alla guerra contro la banda delle “Casette” o quella delle “Fosse”. D’estate si andava a caccia di lucertole e ramarri dalle parti di Monte Ciucciu con tanto di fionda costruita seguendo le istruzioni impartite dai più grandi, scegliendo e stagionando la forcella che veniva legata a degli elastici ricavati da una camera d’aria di bicicletta rottamata, a sua volta collegata ad una pezza di cuoio ricavata da un lembo gentilmente concesso dal calzolaio. Dai vecchi ombrelli si potevano ricavare frecce per l’arco o dalle guaine degli impianti elettrici delle micidiali cerbottane. Gran parte del tempo si passava a giocare a palline, di coccio o di vetro faceva lo stesso, in mirabolanti piste ricavate nei pressi di qualche cantiere o a buscetta con tutti i riti e parole dal significato arcano: misia a direzione e per cunto. Altro gioco divertente era quello detto “accosta a muro” che veniva praticato con metalliche figurine di calciatori o ciclisti, anche perché sarebbe stato troppo costoso farlo con le dieci lire con il grifone. A tappetti era il gioco fatto coi tappi a corona delle bibite che, quando il sugheretto era buono, veniva attaccato come una medaglia alla maglietta oppure usato come una pallina e spinto a colpi di chechene (tiro praticato col dito medio rilasciato dal pollice), verso un traguardo stabilito. E mentre i ragazzi buoni andavano sui pattini a rotelle, sul monopattino o giocavano con il cerchio antesignano dell’ula-op o con la pistola ad acqua, quelli più vivaci giocavano al piccolo chimico facendo saltare in aria i barattoli con il carburo facendo gli scoppi con giusta dose di zolfo e potassio che veniva compressa tra dado e vite. Gran parte di quell’estate del 1956 la passammo a casa di Elio Lapponi con un gioco da tavolo che non aveva niente a che vedere con il monopoli.

Vecchio-con-boccale-di-Giovanni-Battista-De-Curtis-Napoli-1860-_-1926-245x300Un intrigo di esploratori, animali feroci e zanzare tropicali. A proposito in quel periodo contro mosche e zanzare andava molto di moda il DDT (diclorodifeniltricloroetano), un insetticida che veniva disperso nell’aria tramite un apposito marchingegno a pompa: il Flit. Nei locali pubblici, soprattutto di generi alimentari, non di rado si vedeva pendere dal soffitto una collosa carta acchiappamosche e al bancone molto spesso si poteva trovare inchiodata una targhetta in metallo con una curiosa scritta: La persona civile non sputa in terra e non bestemmia. Tuttavia i giochi di gruppo più stupidi erano quelli di spiaggia: indovinare se il sasso era “rotto o sano”, indovinare chi avesse l’anello che passava tra le mani congiunte dei componenti della comitiva. Poi c’era quello delle cucuzze e tutto il cucuzzaro e giù incredibili penitenze: lettere, orologio, testimonio, erbetta etc. Visto che Tuttingioco non c’è più si potrebbe almeno recuperare la memoria di quei giochi  poco costosi dei bambini di una volta, quando ci si divertiva con poco o nulla: cerchio, cerchietti, girotondo, trentatré (la somara de Cioci stà a sedè), re, cioccitti, mosca cieca, nascondino, guardie e ladri, un due e tre fante cavallo e re, fazzoletto, schiaffo militare, quattro cantoni, la sedia del papa, palline, picchietti, chilometro, figurine, zompittu, palla avvelenata, palla prigioniera, ecc.. A questi giochi, per lo più di gruppo e all’aperto, inventati chissà da chi per fantasticare e competere, vanno aggiunti quelli legati alla guerra e alla caccia e alla costruzione delle relative armi che andavano dal rudimentale carro armato fatto col rocchetto di filo a quello più sofisticato col “Meccano”, dalla cerbottana alla fionda, dalla costruzione della capanna alle battagliole tra rioni. A questi giochi per ogni stagione vanno aggiunti quelli praticati con quei giocattoli che portavano i bancarellai a Macerata per la fiera di San Giuliano, che in qualche maniera dava l’addio all’estate: la pistola ad acqua, la pila per giocare a guardia e ladri e quel maledetto aquilone che, a differenza dei nostri sogni, non si librava mai in volo. Al novero dei giochi del dire e del fare non ci si può dimenticare di quelli spericolati col carretto (tavola di legno su cuscinetti a sfera sballati rimediati da qualche meccanico con tanto di sterzo) e di quelli sadici come la caccia alle lucertole, alle rane, ai mosconi d’oro e “il far papa”. D’inverno c’erano i giochi da tavolo (la dama e il fila fila tre, gli shangai e le pulci, lo yo-yo e lo scubydu) e a Natale arrivava la tombola e i vari divertimenti con le carte piacentine: Sorichetta e Sette e mezzo. Per i più grandi c’erano quei giochi d’osteria di cui si sta perdendo memoria: braccio di ferro la passatella, la morra, se ne venga l’oste, la ruzzola, il salto della quaglia o saltamuletto e soprattutto il Gioco dell’Osteria, antica variante del Gioco dell’Oca proposto dall’Accademia degli Intronati di Siena.

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L’automobilina di Walter (1924)

Qui ogni giocatore pesca una lettera e deve poi fingere di tornare da un viaggio e raccontare in quale città è stato, quale fiume ha attraversato, cosa ha mangiato, in quale osteria ha alloggiato, il nome dell’oste, l’insegna dell’osteria e il motto che vi ha lasciato scritto sul muro. Poi volendo ognuno può aggiungere altre domande alle quali si dovrà rispondere con parole che iniziano con la lettera pescata all’inizio del gioco. Le osterie hanno assicurato la continuità di un tipo di esistenza niente affatto monotona, attraverso un continuo ricambio di ambienti e di umori; erano infatti luoghi indispensabili a recuperare le fatiche e le mortificazioni del lavoro quotidiano delle categorie sociali più umili. Poi, quando le osterie si trasformarono in trattorie e le cantine in bar (la maggior parte chiusero per l’Iva o per l’avvento del registratore di cassa), si portarono via anche gli interminabili giochi che in questi luoghi si effettuavano soprattutto con carte talmente usurate da assumere una forma arcuata simile al coppo. Dai giochi di prestigio recitati a soggetto, agli interminabili solitari di persone infinitamente sole e di cui si diceva “puzzasse lu fiatu”, alle classiche quattrate tra coppie allegre e competitive a briscola e a tressette che finivano a volte in un gioco micidiale chiamato “passatella”. La passatella era il classico gioco d’osteria, con origini nella Roma antica e praticato in tutto lo Stato Pontificio. Scopo del gioco era non far bere (impiccare) un partecipante per screditarlo ed umiliarlo lasciandolo a secco o come si diceva facendolo “olmo”. La passatella, come la morra, dava spesso origine a liti furibonde tra chi era annebbiato dal troppo e spesso “tristo” vino bevuto, tanto da finire talvolta in tragedia. La passatella, pur essendo un gioco tuttora proibito, figura infatti nell’elenco dei giochi vietatati dalla Questura, abbiamo perso completamente la memoria delle regole: monte premi, punto di primiera, principe, destinazione delle bevute e soprattutto quel pessimo uso pagano di far bere in modo barbaro fino all’ultimo goccio, altrimenti si doveva pagare la posta in gioco, al grido “Usque ad fundum”!



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