Tantissimi auguri
a chi ne ha bisogno

LA DOMENICA DEL VILLAGGIO - Tre le categorie: giornalisti, commentatori, politici. Ma una su tutte: quella degli “io” e quella dei “noi”
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liuti-giancarlodi Giancarlo Liuti

L’augurio è fatto solo di speranza e la speranza può rivelarsi illusoria. Ma senza speranze e senza illusioni si vive peggio di quanto c’impone la realtà spesso ingrata del presente. Il futuro, comunque, non lo conosciamo. Perché, allora, non sognare che possa essere migliore – più bello, giusto, sereno – del presente? Dalle colonne di questa mia rubrica settimanale, che il caso, stavolta, fa uscire proprio il primo di gennaio, rivolgo dunque un augurio sincero a coloro che via via ne hanno fatto parte, ossia i tanti che hanno avuto la pazienza di leggerla, i tanti che l’hanno commentata e i tanti, anzitutto esponenti della politica, che in qualche modo vi sono entrati e forse avrebbero preferito non entrarci (ma il loro destino è di entrare dovunque ci sia qualcosa d’importante da osservare, capire, spiegare, valutare e giudicare  per le sorti della comunità dei cittadini, ed essi l’hanno scelto, questo destino, e ne debbono accettare gli onori e gli oneri).

 E qual è il mio augurio? Certamente che le cose – i fatti, gli accadimenti, le circostanze – siano meno pesanti per tutti, specie per quelli le cui spalle sono più deboli. Ma le cose, spesso, vengono da luoghi lontani, ci cadono addosso per ragioni che non dipendono dalla nostra volontà e dobbiamo non dico accettarle passivamente ma rifletterci con la consapevolezza di non poterle affrontare se non pagando alti prezzi. Il mondo, non solo Macerata, non è più quello d’una volta. L’Occidente che un tempo era ricco – gli Stati Uniti, l’Europa, l’Italia – si sta impoverendo, è bastata l’incontrollata avidità di pochi ma potentissimi finanzieri d’oltre oceano a provocare il declino economico e sociale di interi paesi, a far cadere governi, a mettere in dubbio le istituzioni democratiche, a seminare sconforto, sfiducia, paura. E, contemporaneamente, i popoli che non appartengono all’Occidente si stanno svegliando da un plurisecolare letargo, alzano la voce, reclamano gli elementari diritti della loro natura di esseri umani, ci presentano il conto. No, il mondo non è più quello d’una volta. E tutto ciò – dovunque, non solo a Macerata – crea problemi: l’alzarsi della soglia di povertà, l’aumento della criminalità , le ondate migratorie, la difficoltà dell’integrazione.

Problemi epocali, insomma, rispetto ai quali l’augurio che si risolvano con qualche colpo di bacchetta magica si vanificherebbe in una sciocca utopia. Tentare di renderne meno gravi gli effetti, però, questo si può e si deve. A livello planetario, ovviamente, ma pure nel piccolo, nel piccolissimo di Macerata e della sua provincia. E allora, più che alle cose, il mio augurio si riferisce al modo con cui affrontarle. Partendo da un augurio che sta alla radice di tutti gli auguri: cominciare, cioè, a dire sempre meno “io” e sempre più “noi”, quel “noi” che significa società, coesione, convivenza, quel “noi” che è nutrimento indispensabile per le nostre stesse comunità cittadine e che negli ultimi decenni si è via via allargato, non solo Macerata ma Marche, non solo Italia ma Europa, non solo Europa ma Occidente, non solo Occidente ma Asia, Sud America, Africa. Appena un secolo fa  il “noi” di Macerata era diverso dal “noi” di Civitanova. Adesso no, sono uguali. E, messi insieme, stanno diventando uguali al “noi” francese, tedesco, spagnolo. E nel futuro sta scritto che a mano a mano diventino simili al “noi” tunisino, senegalese, cinese, indiano, brasiliano.

  Questo augurio lo rivolgo anzitutto alla mia categoria, i giornalisti, perché il modo giusto di affrontare quelle cose sta nel raccontarle per ciò che sono realmente, nell’aiutare la gente a considerarle con la ragione più che con l’emozione, nell’evitare cioè titolacci inconsulti per far credere che ormai siamo in preda a uno scatenato esercito di ladri e ogni inquilino ne ha un paio in agguato fuori dell’uscio (caspita, pensavo, i furti in casa sono almeno raddoppiati, ma poi le cifre ufficiali m’hanno detto che da noi, nel 2011 e rispetto all’anno prima, sono aumentati del 15 per cento: male, ovviamente, e ben venga più vigilanza delle forze dell’ordine, ben vengano più porte blindate e più finestre ben chiuse, ma via, stiamo attenti a non fomentare psicosi che rischiano di produrre conseguenze spiacevolissime – se non tragiche – sia per gli inquilini sia per i ladri). Come sarebbe il caso di evitare titoloni del tipo “discriminati a favore dei musulmani” per un banalissimo episodio verificatosi in un ospedale dove una puerpera non gradiva mostrarsi a seno nudo quando allattava.

Moderazione nei modi e nelle parole, dunque. E’ questo il mio augurio. Che mi permetto di estendere a un’altra categoria, se così posso chiamarla: i commentatori degli articoli di CM. Due gli episodi. Uno riguardava quattro magrebini sedicenni scoperti dai carabinieri mentre rubavano, inseguiti con legittimi spari alle gomme della loro auto e infine catturati. Un commento: “Pena di morte per questi parassiti”. Un altro: “Eliminiamoli prima che si riproducano”. Un altro: “Ci vuole la legge di Charles Linch” (ufficiale della guerra d’indipendenza americana, fine Settecento, dal cui modo di comportarsi deriva la parola “linciaggio”). Un secondo episodio, ben più tragico, riguardava il furto di tre albanesi in una villa di Recanati, il cui proprietario ha sparato contro uno di loro –  ventisette anni, da poco in Italia – e l’ha ucciso. Non sto qui a dilungarmi sul concetto di legittima difesa. Vi sono indagini e ammettiamo pure che il caso sia questo. Ma ecco un commento: “Medaglia al valore!”. E un altro: “Cittadinanza onoraria!”. E un altro: “Era ora, tocca al prossimo”. E un altro: “Un unico rammarico, solo uno fatto secco”. E un altro: “Doveva ammazzarli tutti”. So bene che sentimenti del genere sono piuttosto diffusi nella nostra società e non mi scandalizza che vengano alla luce. Semmai mi preoccupa l’infimo livello di civismo – una viscerale, animalesca  e brutale prepotenza di “io” contro qualsiasi “noi” – nel quale sono piombati certi non rarissimi “io” che nel loro cuore coltivano simili idee e non si astengono dal vantarsene in pubblico. L’augurio, allora, è che facciano un esame di coscienza, riflettano su se stessi e capiscano che non fare alcuna differenza fra un soprammobile e una vita umana – anzi, preferire il soprammobile – può portare noi tutti, loro compresi, in un inferno di rapporti interpersonali dominati dagli istinti peggiori.

Un ultimo augurio lo rivolgo ai dirigenti politici, che dovrebbero avere scelto questo mestiere ad esclusivo vantaggio del “noi” e invece – come dimostrano tante vicende, e l’ultima, quella della Cittadella dello Sport, alquanto sospetta  – sembrano preoccupati soprattutto dei loro egoistici “io”. L’augurio, dunque, è che si rendano conto di tradire la ragione stessa della loro scelta di vita, si confrontino apertamente col “noi” che la città gli ha affidato, distinguano con la dovuta severità – fra di loro, nei loro partiti – chi opera solo per “io” e chi (ce ne saranno, no?) si batte per il “noi”. Tre auguri apparentemente diversi, ma, in realtà, legati da uno stretto e reciproco rapporto di causa ed effetto. Raggiungeranno i rispettivi destinatari? Scusandomi per l’accavallarsi del concetto, io me lo auguro.



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