L’esplosione dei commenti
sulla tragica vicenda di Recanati

Un’occasione per riflettere, e non per vomitare odio
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rapina_cdaricciola-9-300x200di Giuseppe Bommarito

La gravissima vicenda di Recanati ha scatenato, com’era prevedibile, una selva di commenti (leggi l’articolo), la maggior parte dei quali improntati a comprensione, stima e ammirazione per il gesto del malcapitato proprietario della villa presa d’assalto nottetempo, la cui vita, qualunque sarà l’esito della sua vicenda processuale (c’è stato o no un eccesso di legittima difesa?), sarà devastata per sempre. Non sono mancate riflessioni di tipo razzista, inneggiamenti alla pena di morte, lugubri deprecazioni sul fatto che a terra è rimasto solo uno dei rapinatori, insieme a più pacate riflessioni sull’inadeguatezza delle leggi italiani nel contrastare la criminalità dedita ai furti e alle rapine in villa e sulla scarsità delle risorse umane e materiali delle forze dell’ordine, che non riescono a garantire la sicurezza dei cittadini. Da qualche parte ha fatto capolino anche qualche limitata e timida parola di pietà verso il giovane albanese di 27 anni che, per sua colpa, ha perso la vita così drammaticamente e così precocemente in una notte di sangue e di lutto.

Secondo me, il razzismo in questa brutta vicenda non ci deve minimamente entrare. Non tutti gli stranieri delinquono (anzi, la maggioranza di loro è utile al nostro paese e cerca di comportarsi onestamente) e anche tra gli italiani ci sono fior di delinquenti che hanno grande confidenza con le rapine in villa e con i brutali e immotivati pestaggi (spesso dovuti all’assunzione di cocaina prima di entrare in azione) di chi viene trovato in casa, percosso a volte senza pietà a prescindere da più o meno efficaci tentativi di reazione.

rapina_cdaricciola-16-300x200La delinquenza e la violenza non hanno nazionalità e andrebbero sempre punite con la giusta severità, a tutela dei cittadini onesti che hanno il diritto sacrosanto di non doversi difendere da soli, di non dover impugnare con il cuore in gola una pistola e sparare nel buio della notte contro chi ti è entrato in casa con delle armi e delle mazze in mano, di non trovarsi nella condizione di poter spegnere una o più vite, magari di ragazzi giovani che stanno gravemente sbagliando, ma ai quali sarà per sempre negata una seconda chanche.

Il problema, anzi, i problemi stanno, a mio avviso, a monte. Se vogliamo parlare degli stranieri che si mettono contro la legge e che costituiscono ormai il 36% della popolazione carceraria, la principale responsabilità sta in primo luogo nelle norme che con troppa facilità consentono di entrare in Italia senza avere già un lavoro retribuito e che con troppo finto buonismo complicano e a volte impediscono anche per anni il rimpatrio forzoso non solo di chi è entrato illegalmente nel nostro paese senza un regolare permesso di soggiorno, ma anche di coloro che, entrati legalmente o, ancora peggio, illegalmente, già sono incappati più volte in problemi con la giustizia.

E’ evidente, infatti che, pur essendo molti stranieri indispensabili per il funzionamento della nostra economia, ciò non può comportare maglie eccessivamente larghe nell’ingresso e nella permanenza in Italia di quelli che sono entrati in Italia senza avere un lavoro, o dotati solo di un lavoro “finto”, oppure che si sono trovati ben presto disoccupati (in un momento storico in cui le chiusure aziendali sono all’ordine del giorno e non risparmiano nemmeno tantissimi italiani). Queste persone prive di reddito, e non dotate – come gli italiani – di una rete familiare di aiuto e di sostegno, sono quasi naturalmente portate, anche contro la loro volontà, a delinquere per motivi di sopravvivenza e diventano ben presto manovalanza spicciola per la criminalità organizzata di matrice italiana e per i tanti clan stranieri già organizzati su base etnica e ben radicati nel nostro paese, anche nella nostra provincia.

Poi ci sono anche quelli che deliberatamente vengono in Italia per delinquere, confidando in un sistema penale blando, che arriva a conclusione di solito con grande ritardo ed è troppo centrato sugli aspetti legati al garantismo e alla riabilitazione dei condannati, con buona pace delle tante vittime dirette ed indirette dei reati, nella realtà dei fatti considerate poco o nulla.

Un piccolo episodio di sociologia spicciola accadutomi proprio nei giorni scorsi, che vale quindi quello che vale, è però indicativo di questa ormai accertata predilezione di tanti delinquenti stranieri per l’Italia. Qualche giorno fa in tribunale un testimone albanese, nell’attesa di essere sentito dal giudice, mi ha detto che ora l’Albania, superata la difficile fase di fuoriuscita dal comunismo, sta meglio dell’Italia a livello sia sociale che economico. A suo avviso sono in molti quelli che, lavorando da anni in Italia, vorrebbero tornare in patria per questa ormai mutata situazione e non lo fanno solo perché vicini alla pensione oppure perché i figli si sono di fatto radicati qui. Anche a detta di questo signore, quindi, l’emigrazione residua dall’Albania verso l’Italia non è più legata al bisogno, ma ad una deliberata scelta criminale, che fa leva proprio sulle pene inadeguate previste nel nostro sistema penale e sulla mancata certezza della pena.

Un esempio fra tutti di questa mano troppo leggera, che dipende in minima parte dai giudici (che sono tenuti ad applicare le leggi vigenti) e in gran parte dai nostri legislatori, sia di centrodestra che di centrosinistra, entrambi da decenni impegnati in una folle corsa a mitigare sempre più le pene (a volte aggravandole nominalmente, ma poi riducendole fortemente nella fase della esecuzione), sino a renderle del tutto ridicole e per nulla deterrenti. E’ proprio della scorsa settimana la condanna dell’albanese che a Porto Recanati un anno fa ha ucciso in un bar del centro un suo connazionale per motivi presumibilmente legati alla spartizione dei proventi di qualche partita di droga o di qualche rapina in villa. Un delitto atroce, davanti a tanti inermi cittadini, con un arma da fuoco reperita dall’assassino nel giro di pochi minuti (a dimostrazione di una rete logistica criminale ben presente e strutturata in quella città). Beh, alla fine del giro, grazie al rito abbreviato e a qualche altro beneficio processuale, il tizio se l’è cavata con una condanna a 16 anni, che poi, in fase di esecuzione si ridurranno quasi della metà. Mi chiedo: è accettabile una pena del genere per il reato di omicidio volontario, per chi deliberatamente toglie la vita ad un altro uomo? Secondo me, assolutamente no! Questa condanna facilita o complica l’azione della magistratura e delle forze dell’ordine? A mio avviso, essa è l’ennesima dimostrazione di un sistema penale fatto apposta per richiamare i criminali, anche i più efferati, che poi daranno molto filo da torcere a polizia e carabinieri e rovesceranno sui tavoli dei magistrati fascicoli su fascicoli.

Si dirà, da parte dei politicamente corretti (oltre alla solita litania della pena che deve servire alla riabilitazione dei condannati, secondo un articolo della nostra Costituzione che è attentamente studiato e ben tenuto presente soprattutto dalla criminalità organizzata): un aggravamento delle pene – non solo per il reato di omicidio, ma anche per i reati predatori e per i reati connessi alla droga – porterà solo a riempire ancora di più le nostre carceri, che già scoppiano. Io invece penso, al contrario, che proprio l’attuale situazione di pene leggere e di incerta applicazione riempie le nostre carceri di tanti detenuti, di solito ampiamente recidivi e spesso più volte già condannati, che seguitano all’infinito a commettere reati perché sanno che, anche dopo aver esaurito tutti i benefici processuali del mondo, andranno nelle nostre prigioni, rischiando però nella maggior parte dei casi pene poco più che simboliche. Così come sono convinto che pene più pesanti e destinate ad essere scontate sino in fondo, senza eccedere verso condanne troppo esagerate, ma anche senza una deriva verso un ipocrita e stupido buonismo, possano essere utili a ridurre il numero delle persone disposte ad avventurarsi nel mondo della criminalità comune e organizzata.

Ma il nostro legislatore non è colpevole solo per una sciagurata politica dell’immigrazione e per la deriva sempre più evidente verso un sistema penale che fa il solletico ai delinquenti nostrani e ai criminali che dall’est Europa e dall’Africa fanno a gara a stabilirsi da noi. L’ulteriore grande responsabilità di chi ci governa è il progressivo depotenziamento delle forze dell’ordine, sempre più depauperate di sufficienti e valide risorse umane e di indispensabili mezzi e strumenti tecnologici e investigativi.

L’innalzamento dell’età media dei poliziotti e dei carabinieri, la progressiva e inarrestabile riduzione degli organici, la benzina che va centellinata (se non manca del tutto), le pattuglie che di notte devono controllare zone sempre più vaste, sono tutti elementi tali da aprire praterie sconfinate ai delinquenti, italiani e stranieri, che operano sempre più indisturbati non solo in zone di campagna, ma anche all’interno dei centri cittadini, e che all’inizio, quasi per una sorta di battesimo del fuoco, si buttano prevalentemente verso i reati predatori (furti e rapine) per inoltrarsi poi, a piccoli o a grandi passi, e previa una veloce visitina nei tanti “compro oro” per una ricettazione ormai legalizzata, nel mercato della droga, quello che consente i maggiori e i più veloci guadagni.

Ecco, secondo me, più che dividersi su insensati proclami razzisti, più che brindare al rapinatore che ha concluso al cimitero il suo viaggio nella delinquenza, più che proporre medaglie per chi ha sparato e sicuramente non vorrebbe mai averlo fatto, bisognerebbe unirsi per pretendere da chi ci governa, qualunque ne sia il colore politico, anche dall’attuale governo tecnico, alcune cose fondamentali: 1) una efficace politica dell’immigrazione e dei rimpatri, che tenga strettamente conto delle effettive possibilità lavorative presenti nel paese; 2) una revisione del sistema penale e processuale, che dia maggiore dignità alle vittime dei reati e assicuri pene più adeguate e certezza della pena; 3) un urgente potenziamento delle forze dell’ordine, che, oggi come oggi, nonostante gli sforzi e l’impegno anche eroico di tanti valorosi poliziotti, carabinieri e militi della guardia di finanza, sono ormai vicine ad alzare la bandiera bianca.

Nelle foto di Guido Picchio (vietata la riproduzione) l’abitazione di Stefano Terrucidoro dopo la tragedia

* Avv. Giuseppe Bommarito

Presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza”



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