La caccia all’oro
della mafia imprenditrice

Analisi sulla proliferazione dei negozi che acquistano in contanti metallo prezioso
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di Giuseppe Bommarito*

Secondo i dati della Camera di Commercio, a livello visivo confermati anche da numerose campagne pubblicitarie condotte a suon di enormi manifesti affissi nelle collocazioni più strategiche, prolifera pure nella città e nella provincia di Macerata la galassia dei negozi compro oro/pago in contanti, entrati in fase di espansione, nelle Marche come in tutta Italia, proprio allorché la crisi economica ha preso a farsi più pesante, cioè nell’ultimo triennio, e ha duramente stangato anche il settore del commercio. A volte si tratta anche di catene di negozi, con diversi punti vendita sparsi nel territorio provinciale.

I dati nazionali parlano di un vero e proprio boom dei compro oro, aumentati dal 2008 ad oggi di circa il 22,5% (con picchi del 60% nel Lazio e in Sicilia). Da noi il tasso di incremento dovrebbe essere abbastanza superiore alla media nazionale, anche se il dato preciso è difficile da ricavare in quanto questo tipo di negozi è incredibilmente inquadrato pressola Cameradi Commercio in una categoria più vasta, quella del “commercio all’ingrosso di materiali ferrosi” (per capirci, quella dove si trovano i rigattieri, gli sfasciacarrozze, ecc..).

La questione non sembra destare particolare interesse, neanche da parte dei Comuni che seguitano tranquillamente a rilasciare le relative licenze senza porsi domande di alcun genere, facendo così aumentare a dismisura questo settore commerciale. E così, mentre le istituzioni placidamente sonnecchiano, comincia ad esserci, secondo me a buon diritto, chi si chiede come mai anche dalle nostre parti si registri questa invasione, sempre più evidente e sempre più incontrastata, di negozi che curiosamente, anziché vendere, comprano oro ed altri oggetti di valore. E pagano addirittura in contanti, in un momento in cui di soldi in giro ce ne sono sempre meno.

Le risposte che al riguardo vengono date riguardano in primo luogo la pesante crisi economica, che, mettendo tante famiglie nella condizione di arrivare con grande difficoltà a fine mese, costringe in alcuni casi a disfarsi, certamente con dolore, della gioielleria di famiglia. Si parla anche di una facile modalità di evasione fiscale, in quanto, almeno sino a pochi mesi fa, dichiarando appunto “rottami” i gioielli acquistati, i compratori d’oro potevano godere di indebite agevolazioni sulle imposte dirette e sull’iva. Infine – e qui volevo arrivare – come sostenuto anche dalla Direzione Nazionale Antimafia e da diversi osservatori compaiono, a spiegare questa tumultuosa crescita dei compro oro, anche le motivazioni della ricettazione di merce rubata e del riciclaggio di denaro sporco.

E’ la criminalità comune quella che ricetta i gioielli e i preziosi rubati in occasione di furti e rapine: immediatamente dopo il reato “predatorio” si presenta al negozietto compro oro e incassa subito, all’istante, grazie ad una sorta di bancomat legalizzato della ricettazione (tanto che qualcuno, anche tra le forze dell’ordine, intravede una stretta correlazione tra l’incremento dei furti e delle rapine e il dilagare dei compro oro).

Sì, perché  il giochino è abbastanza facile, in quanto è sufficiente eludere gli unici obblighi a carico dei titolari di questi negozi, consistenti nell’identificare il venditore, nell’annotare sul registro ogni operazione, nell’aspettare almeno dieci giorni prima di fondere l’oro. E’ chiaro, infatti che in questi casi si verifica una totale concomitanza di interessi tra chi vende i preziosi e chi li acquista in nero: il primo riesce ad incassare subito il provento di una attività delittuosa; il secondo riesce ad imporre un prezzo ancora più conveniente di quello, già basso, praticato nelle operazioni “ufficiali”.

La stessa trafila avviene allorché a bussare alle porte dei compro oro sono i tossicodipendenti che, per l’acquisto delle dosi, non trovano di meglio che depredare le abitazioni dei loro genitori e dei loro nonni e far sparire dal tesoretto di famiglia tutto quello che in qualche modo luccica. Dunque, per ladri e tossicodipendenti, compravendite in nero a tutto spiano presso i compro oro, e via, sull’onda della ricettazione legalizzata!

Guardando invece più a monte l’intero settore dei compro oro, non c’è dubbio che esso si presenti come particolarmente congeniale alla criminalizzata organizzata ed alle operazione di riciclaggio di denaro sporco che essa ha estrema necessità di svolgere quotidianamente. Dai centri commerciali che sorgono come funghi anche laddove non sono affatto necessari e poi scontrinano vendite inesistenti, ai ristoranti che accettano solo pagamenti in contanti, sino ad arrivare ai compro oro, una delle ultime pensate delle eminenze grigie che supportano sul piano tecnico la mafia e che si inventano ogni giorno qualche modalità nuova per far entrare nel circuito ufficiale soldi sporchi che puzzano di sangue e di droga.

Riflettiamo un attimo sulla questione, ovviamente senza voler accusare nessuno in maniera particolare e rimanendo a livello di considerazioni di carattere generale.

L’apertura di questi negozietti richiede investimenti molto limitati: basta una bilancia professionale, una cassaforte ed un locale, anche piccolo, possibilmente con porta blindata. Poi (tralasciando le operazioni in nero, quelle descritte sopra, quasi sempre caratterizzate dalla ricettazione dei proventi di reati) si tratta solo di attendere le persone in difficoltà che vengono a vendere i pochi o i tanti beni preziosi di cui ancora dispongono. La situazione, che pende tutta a vantaggio di chi compra, cioè dell’esercente, consente di imporre prezzi di acquisto dell’oro particolarmente vantaggiosi, di solito pari a circa la metà delle quotazioni di mercato, al contempo immettendo nel mercato legale, quale pagamento del prezzo, soldi di provenienza illecita (così come consente, se necessario per chi tira le fila di questo mercato, di far risultare tramite prestanomi anche una serie di operazioni di compravendita del tutto inesistenti, nella stessa logica degli scontrini dei supermercati emessi a fronte di vendite in realtà non effettuate).

L’oro in gioielli così acquistato può poi essere venduto a terzi alle reali quotazioni di mercato (cioè, al doppio di quanto lo si è pagato), o, in alternativa, può essere messo in cassaforte lucrando sull’incremento spaventoso di valore che questo metallo prezioso ha fatto registrare negli ultimi tempi (nel 2011 è già aumentato di circa il 45%). Oppure, decorsi dieci giorni dall’acquisto, può essere avviato alla fusione, al fine di essere poi utilizzato o rivenduto come materia prima per la realizzazione di altri gioielli, anche in tal caso con ottimi margini di guadagno. Non a caso, secondo gli studi delle Camere di Commercio mediamente ogni esercizio di compro oro registra un fatturato annuale di circa 350.000 euro l’anno.

Un ottimo affare per la criminalità organizzata, quindi, sia per i proventi che questa attività economica consente di realizzare, sia per l’eccezionale possibilità di risciacquo di soldi sporchi che anche per tale via può essere perseguita. Allora, non sarà il caso che chi di dovere vada a mettere il naso in questi negozietti, dando una pacca sulle spalle ai titolari che risulteranno in regola (speriamo la maggioranza) e facendo invece chiudere e perseguendo penalmente tutti gli altri?

Secondo me, e qui chiudo, la lotta alla criminalizzata organizzata, quella che principalmente è responsabile del traffico di stupefacenti e della morte fisica e/o spirituale di tanti giovani, si deve combattere, a destra e a sinistra, non solo riempiendosi la bocca di proclami antimafia e di appelli per la legalità, non solo partecipando alle varie marce per la pace (in cui si cammina un po’ per tutto, lotta alla mafia compresa) o ai convegni in cui si ricorda l’opera eccezionale di Falcone e Borsellino (ovviamente mettendosi bene in vista), ma anche, e soprattutto, guardandoci bene intorno, anche molto vicino a noi, spesso proprio sotto i nostri occhi, ed essendo vigili e attenti a cogliere e a contrastare i segnali di presenza sia della mafia (cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra) che gestisce l’attività criminale incentrata sulla droga che della mafia (cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra) imprenditrice.

Questo dovrebbe essere un imperativo costante e concreto per tutti noi ed anche, e soprattutto, per le istituzioni e le forze politiche che devono agire per il bene comune. Ma, purtroppo, non sempre lo è.

* Avv. Giuseppe Bommarito

 presidente onlus “Con Nicola, oltre il deserto di indifferenza” 



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